Quando riaprii gli occhi, mia sorella era seduta accanto al letto con la giacca ancora bagnata. Elena non pianse subito. Mi accarezzò i capelli e aspettò che fossi abbastanza sveglia da ascoltare. Quella delicatezza mi spaventò più di qualsiasi parola.
«Dov’è Martino?» chiesi.
Mi sembrava di averlo domandato già, in un altro luogo. Elena guardò il medico che si trovava ai piedi del letto. Lui si avvicinò e mi spiegò che avevo avuto un grave distacco di placenta, che l’équipe aveva cercato di salvarci entrambi e che, nonostante l’intervento d’urgenza, Martino non era sopravvissuto. Disse anche che io avevo perso molto sangue, ma ero fuori pericolo immediato.
Non ricordo tutte le parole. Ricordo la mano di Elena che cercava la mia sotto il lenzuolo e il ronzio discreto di una macchina. Ricordo di aver risposto «capisco», benché non capissi niente.
«Posso vederlo?» domandai.
Il medico annuì. Ci lasciò il tempo di parlare con l’ostetrica, che ci avrebbe aiutato a organizzare quel momento. Non mi spinsero né a farlo né a rinunciare. Quando lo portarono, avvolto in una coperta di cotone, Elena si mise accanto a me. Vidi la forma del suo naso e una piccola piega vicino alla bocca. Avevo passato mesi a immaginare un incontro. Quello non somigliava a nessuno dei miei sogni.
Gli parlai piano. Gli dissi che fuori pioveva, che sua zia Elena aveva attraversato la città per raggiungerci, che gli avevo comprato vestiti troppo grandi. Poi non trovai altre frasi e rimasi in silenzio. Nessuno mi chiese di essere coraggiosa.
Solo nel pomeriggio arrivò il messaggio di Riccardo: Tutto bene? Ho il telefono scarico.
Elena vide il nome sullo schermo. «Vuoi che lo chiami io?»
«No. Non adesso.»
Avevo bisogno che il mondo smettesse di chiedermi qualcosa. Un’infermiera mi portò un tè e una cartellina con le informazioni sul sostegno psicologico, i documenti ospedalieri e le scelte possibili per salutare Martino. Le tenni chiuse per ore. Non volevo scegliere il funerale di mio figlio mentre mi doleva ancora il taglio dell’intervento.
La sera entrò in camera una donna con una borsa di tela. Era Serena. Aveva ottenuto da Elena il permesso di venire, e restò sulla soglia finché non le feci cenno di entrare.
«Ho saputo dall’ufficio che sei qui», disse. «Non volevo invadere.»
«Sai dov’è Riccardo?»
Serena si sedette sulla sedia vuota. «In un agriturismo di lusso sul lago d’Orta. Con Viola Neri.»
Conoscevo Viola. Organizzava eventi per l’azienda, portava sempre orecchini vistosi e mi chiamava cara anche quando eravamo sole. Avevo visto il suo nome sui conti di alcuni viaggi, ma Riccardo sosteneva che fosse tutto lavoro.
«Sei sicura?»
Serena annuì. «Ho controllato le prenotazioni perché mi hanno chiesto di approvare una spesa urgente. Non avrei dovuto guardare oltre, ma ieri ha chiesto un’altra notte. La fattura è intestata all’azienda.»
Un’altra notte. Martino era morto e Riccardo stava prolungando una vacanza. Sentii il bisogno di vomitare, ma rimasi immobile, concentrata sul bordo della tazza.
«Lui sa del bambino?» Serena domandò.
«Gli ho scritto che rischiavamo di perderlo.»
Serena chiuse gli occhi. «Mi dispiace, Giulia.»
Non le chiesi di portarmi prove. Non volevo trasformare mio figlio in un argomento per vincere una discussione. Le chiesi soltanto di non coprire più le assenze di Riccardo, né con me né con altri. Serena accettò. Prima di andarsene lasciò sul comodino una piccola busta con la chiave di riserva del mio laboratorio, che custodiva da quando ero rimasta incinta.
La mattina seguente arrivò mia madre da Torino. Aveva settant’anni e le mani segnate dall’artrite. Rimase a guardare la coperta ripiegata ai piedi del letto, poi mi abbracciò senza dire che il tempo avrebbe sistemato tutto. Nessuno di noi sapeva cosa avrebbe sistemato il tempo.
Fu mia madre a ricordarmi una cosa che avevo quasi dimenticato: prima del matrimonio avevo comprato io l’appartamento dove vivevamo. Il mutuo era estinto da due anni, grazie a un’eredità lasciatami dalla nonna. Riccardo pagava alcune spese correnti e si comportava come se fosse il padrone di casa. Di recente aveva persino parlato di venderlo per finanziare una nuova linea industriale.
«Quella casa è tua», disse mamma. «Non nel senso di una rivincita. Nel senso che puoi decidere dove guarire.»
Pensai alle chiavi di Serena, al laboratorio pieno di scaffali, alle fotografie di Martino sul frigorifero. Fino a quel momento avevo creduto di non poter muovere niente senza la collaborazione di Riccardo. Era una convinzione costruita lentamente, una concessione alla volta.
Quando mi dimisero, cinque giorni dopo l’intervento, non tornai nell’appartamento di Milano. Elena mi accompagnò nella piccola casa di mamma a Torino. Mi muovevo piano e dovevo fermarmi spesso, ma nel sedile posteriore tenni stretta la busta con le fotografie e la copertina di Martino.
Riccardo telefonò mentre superavamo Novara. Lasciai squillare. Subito dopo arrivò un messaggio: Dove sei? Stai facendo una scenata davanti a tutti?
Elena mi guardò dallo specchietto. «Devo accostare?»
«No», risposi. «Andiamo a casa.»
Fu la prima volta, dopo molti anni, che quella parola non indicava il posto dove mi aspettava mio marito.
In ospedale una psicologa mi chiese se avessi qualcuno con cui condividere le notti, quando il sonno era più difficile. Le parlai di Elena, che era sempre stata la persona cui potevo telefonare senza preparare prima una spiegazione. Da ragazze litigavamo per i vestiti; adesso lei mi aiutava a bere quando avevo le mani troppo deboli per reggere il bicchiere. Mi accorsi che da anni non le avevo raccontato quanto fossi infelice con Riccardo. Avevo sempre minimizzato, per difendere una decisione che consideravo mia. Elena non mi rimproverò. Mi chiese se volevo che portasse a casa i fiori rimasti sul tavolo della cucina, prima che appassissero.
Le dissi di lasciarli stare. Non sapevo ancora quali oggetti sarei riuscita a guardare. Il giorno seguente un’ostetrica mi parlò del possibile arrivo del latte dopo il parto e dei modi per ricevere assistenza anche per quel dolore fisico. Quella spiegazione pratica mi fece piangere più di molti discorsi, perché il corpo non sapeva che Martino non sarebbe tornato. Elena rimase accanto a me mentre ascoltavo. Più tardi mi aiutò a scrivere su un foglio le domande che non avevo avuto la forza di fare. Nessuna riguardava Riccardo. Erano tutte per me, per il mio corpo e per il modo in cui avrei potuto salutare mio figlio senza dovermi affrettare.













