La Bellini Impianti aveva settantadue dipendenti e un problema di cassa che Riccardo teneva nascosto dietro fotografie di inaugurazioni e promesse di espansione. Lo capii dalle comunicazioni ricevute in copia perché il mio nome figurava ancora tra i garanti. L’azienda non era necessariamente destinata al fallimento, ma aveva bisogno di un piano credibile e di un confronto con i creditori. Riccardo, invece, continuava a parlare come se bastasse ottenere un’altra firma.
Un lunedì mattina ricevetti una proposta tramite il suo legale: mi avrebbe versato una somma per chiudere rapidamente le questioni personali se avessi collaborato al rinnovo della garanzia. Non c’era alcun collegamento legittimo tra il nostro matrimonio e quel credito. Laura mi consigliò di tenere i due ambiti separati e di non firmare nulla senza una valutazione indipendente.
«Questo documento non è un accordo di separazione», mi spiegò. «È soprattutto una richiesta finanziaria.»
La cosa peggiore era leggere il tono rassicurante della lettera. Sembrava che Riccardo mi stesse facendo un favore. Ricordai quando aveva chiesto la firma originaria. Eravamo seduti in una trattoria e mi aveva parlato dei posti di lavoro che dipendevano dalla sua azienda. Io avevo voluto aiutarlo. Quel gesto era diventato, col tempo, un permesso permanente che nessuno si era preoccupato di chiedermi di nuovo.
Laura preparò una risposta chiara: nessun nuovo impegno personale, richiesta di sostituzione della garanzia esistente, disponibilità a valutare proposte documentate. Non c’erano insulti né minacce. Era la lettera più netta che avessi mai mandato a mio marito.
Riccardo cominciò a telefonare a mia madre. Le disse che stavo attraversando un periodo difficile e che qualcuno mi stava influenzando. Mamma ascoltò una sola volta.
«Giulia ha sempre avuto una testa sua», rispose. «Forse te ne sei dimenticato.»
Poi bloccò le chiamate. La sera mi raccontò tutto mentre puliva i fagiolini sul balcone. Non mi disse che era fiera di me. Disse soltanto che avrebbe preferito conoscermi in un periodo meno doloroso della mia vita adulta. Ridemmo entrambe, per un istante, della stranezza di quella frase. Poi Elena portò il pane e parlammo di un vecchio film. Anche questo, scoprii, era un modo per continuare a vivere.
Nel frattempo avevo ripreso ad andare al laboratorio per qualche ora al giorno. Restauravo un atlante ottocentesco con la costa adriatica consumata lungo le pieghe. Il lavoro mi costringeva a osservare i danni senza fingere che non esistessero: prima si consolidava ciò che restava, poi si decideva quanto intervenire. La carta non tornava nuova. Poteva però essere sfogliata ancora.
Una mattina Serena mi chiamò. Riccardo aveva convocato una riunione interna nella quale avrebbe annunciato tagli e rinvii. Gli impiegati temevano ritardi negli stipendi. Non mi chiese di salvarli. Voleva soltanto sapere se poteva mettere in contatto il loro rappresentante con un consulente indipendente.
Le risposi che non ero un’amministratrice della società e non avevo accesso alle informazioni necessarie per intervenire. Potevo però dare il nome di un professionista specializzato in ristrutturazioni aziendali, purché non si creassero equivoci sul mio ruolo. Serena ringraziò. Fu un sollievo aiutarla senza assumermi ancora una volta tutte le responsabilità di Riccardo.
Quel pomeriggio arrivò un’email di Viola. L’oggetto diceva soltanto: Vorrei chiederti scusa. La lasciai chiusa per un’ora, poi la lessi seduta al tavolo del laboratorio. Viola ammetteva che la relazione era iniziata mesi prima e che Riccardo le aveva detto che il nostro matrimonio era finito. Scriveva di aver saputo della gravidanza, ma di aver creduto che fossimo già separati di fatto. Non si presentava come innocente. Diceva soltanto che le era mancato il coraggio di verificare ciò che desiderava credere.
Alla fine dell’email spiegava di aver interrotto la relazione quando aveva saputo di Martino. Non chiedeva risposta. Non sapevo quanto di quella lettera fosse sincero, ma non avevo bisogno di scoprirlo per decidere come vivere. La stampai per Laura, visto che conteneva informazioni utili a ricostruire i fatti, e non scrissi a Viola.
Alcuni giorni più tardi la banca confermò che stava valutando una proposta di rientro presentata dalla società. Per liberare la mia garanzia occorreva ancora una soluzione sostitutiva. Riccardo avrebbe dovuto discutere con i soci e rinunciare a una parte dei suoi privilegi. Non era una punizione inventata da me. Era la conseguenza di contratti che aveva sottoscritto.
Quella notte sognai Martino per la prima volta. Non gli vedevo il volto: sentivo soltanto il suo peso nell’incavo del braccio, così reale da svegliarmi. Restai a letto senza accendere la luce. Poi presi il quaderno della gravidanza e scrissi il sogno, prima che svanisse. Non volevo dimenticare il dolore. Volevo ricordare anche che per sette mesi ero stata sua madre mentre era vivo dentro di me.
Il mattino dopo trovai nella posta la convocazione per il primo incontro formale di separazione. Sul tavolo c’era ancora il quaderno aperto. Guardai le due cose insieme e capii che non si escludevano: potevo essere in lutto e, nello stesso tempo, difendere il futuro che mi restava.
Serena mi raccontò anche una cosa che non aveva niente a che fare con Viola. In ufficio, prima di una riunione, Riccardo aveva scherzato sul fatto che io fossi troppo prudente per prendere decisioni economiche. Alcuni avevano riso; lei no. Ricordava bene gli anni in cui io avevo prestato denaro al laboratorio meccanico che sarebbe poi diventato la loro sede e avevo lavorato nei fine settimana per aiutarli a catalogare i primi archivi. La sua voce non cercava di convincermi che fossi stata indispensabile. Sembrava piuttosto dispiaciuta di aver taciuto mentre altri cancellavano il mio contributo.
Le dissi che non pretendevo scuse per ogni frase detta alle mie spalle. Volevo però smettere di essere descritta come una presenza decorativa nella storia che avevamo costruito. Mi chiese se intendessi parlarne pubblicamente. Risposi di no. Non avevo bisogno di una campagna contro Riccardo; mi bastava non collaborare più a quella finzione. Serena capì. Prima di riattaccare mi confidò che stava pensando a un lavoro diverso, ma temeva di deludere i colleghi. Le dissi di prendersi il tempo necessario per capire cosa desiderasse, proprio come tentavo di fare io.













