Quando mio fratello annunciò che aveva venduto la legatoria di nostro padre, io avevo ancora le mani sporche di colla.
«Hai capito, Teresa? Venerdì consegniamo le chiavi.»
Alzai lo sguardo dal dorso del volume che stavo riparando. Davanti al bancone c’erano mio fratello Andrea, sua moglie Silvia e un uomo con un cappotto color cammello. Quest’ultimo osservava gli scaffali con l’espressione di chi avesse già deciso quali buttare.
«Venerdì?» ripetei.
Andrea posò sul banco una cartellina azzurra. «L’acquirente è stato paziente. Non possiamo tirarla ancora per le lunghe.»
La Legatoria Bellini occupava da quarantadue anni un locale stretto in una traversa del centro di Bologna. D’inverno il vetro si appannava, d’estate dalla porta entrava l’odore del caffè del bar accanto. Nostro padre aveva lavorato lì fino alla primavera precedente, quando una malattia rapida lo aveva costretto a lasciare a me il laboratorio e ad Andrea tutte le preoccupazioni che lui chiamava amministrative.
Non sapevo che tra quelle preoccupazioni ci fosse anche la decisione di vendere.
«Non mi avete detto niente.»
Silvia sospirò. «Te ne abbiamo parlato a settembre. Ti abbiamo spiegato che i conti erano disastrosi.»
«Mi avete detto che serviva ridurre le spese. Non che il negozio fosse in vendita.»
L’uomo con il cappotto allungò una mano. «Leone Ferri. Seguo l’operazione per la società che acquista.»
Non gliela strinsi. Non per scortesia: tenevo fra le dita un pennello sottile e avevo paura di spezzarlo.
Andrea si schiarì la voce. «Teresa, per favore, non davanti a un ospite.»
Era la frase che usava da quando eravamo bambini. Non davanti agli ospiti. Non davanti ai vicini. Non davanti a papà. Era diventato bravissimo a scegliere il luogo dove potevo fare domande: sempre altrove, sempre più tardi.
«Chi ha firmato?» chiesi.
«Io. Sono l’amministratore.»
«E sono anche comproprietaria.»
Per un istante Silvia smise di tormentare la tracolla della borsa. Andrea guardò Ferri e poi tornò a fissarmi.
«Hai ereditato una quota, non la gestione. La vendita riguarda l’attività. Il locale è in affitto.»
Conoscevo la distinzione. Conoscevo anche le macchine, la pressa e i cassetti dei caratteri mobili, acquistati a poco a poco da nostro padre. Non avevo però mai visto un inventario completo dei beni. Ogni volta che lo chiedevo, Andrea mi rispondeva che la contabilità non era affar mio.
Ferri aprì una cartella di pelle. «Signora Bellini, capisco la componente emotiva. In realtà il nuovo progetto manterrà l’identità artigianale dell’indirizzo.»
«Che cosa diventerà?»
«Uno spazio di rappresentanza. Con una piccola area espositiva dedicata alla storia del quartiere.»
La parola espositiva mi fece guardare la pressa di ferro vicino alla finestra. Nostro padre l’aveva rimessa in funzione con pezzi trovati in tre mercatini diversi. Immaginarla dietro un cordone di velluto mi fece più male di quanto volessi ammettere.
«E i lavori che ho in consegna?»
«Saranno trasferiti,» disse Andrea.
«Sono libri di persone vere. Non scatoloni di magazzino.»
La porta si aprì e una folata di aria umida trascinò dentro due foglie ingiallite. Entrò la signora Neri, la nostra cliente più anziana, con una sporta della spesa e un ombrello chiuso male.
«Teresa, ho portato la fotografia che mi avevi chiesto per il quaderno di mia madre.» Si fermò vedendo i tre estranei. «Disturbo?»
«No, signora Neri. Torno subito da lei.»
Andrea prese la cartellina. «Venerdì alle dodici. È tutto scritto qui. Cerca almeno di essere professionale.»
Uscì con Silvia e Ferri. Sul marciapiede, attraverso il vetro, vidi mio fratello ridere a qualcosa che l’uomo gli aveva detto. Non ricordavo l’ultima volta che aveva riso con me.
La signora Neri posò la foto sul banco. Ritraeva una donna davanti a una macchina da cucire, il sorriso trattenuto e una mano sul fianco. «Tuo padre mi aveva promesso che quel quaderno non sarebbe andato perduto.»
«Non andrà perduto.» Lo dissi prima ancora di sapere come mantenere la promessa.
Quando se ne andò, rimasi sola con il ticchettio del vecchio orologio sopra l’ingresso. Cercavo una busta per conservare la foto e spostai il registratore di cassa, un apparecchio ormai inutile che papà non aveva mai voluto eliminare.
Sotto c’era una busta color avorio, fissata al legno con due pezzi di nastro. Il mio nome era scritto nella sua calligrafia inclinata.
TERESA. SOLO SE ANDREA VORRÀ CHIUDERE.
Mi sedetti. Le dita non volevano obbedire. Dentro trovai una piccola chiave, una ricevuta di deposito e un foglio piegato in quattro.
«Se sei arrivata fin qui,» aveva scritto papà, «vuol dire che non sono riuscito a spiegarti tutto. Non firmare nulla prima di aver visto il registro del 2009. E non pensare che tuo fratello sappia ogni cosa.»
Sotto la firma c’era un indirizzo: Archivio Cooperativo San Luca, via del Pratello.
Rimasi a guardare la chiave sul palmo. Poi chiusi il libro della signora Neri, spensi le lampade e girai il cartello sulla porta.
Per la prima volta da quando papà era morto, avrei lasciato il laboratorio prima di sera.













