La prima persona a cui parlai del futuro della legatoria fu il professor Galli, che da anni mi portava atlanti e libri di botanica da restaurare. Lo invitai a prendere un caffè nel retrobottega, dove la stufa elettrica faceva più rumore che calore. Avevo preparato un foglio con tre colonne: lavori già ordinati, possibili nuovi clienti e spese fisse.
«Non le sto chiedendo un prestito,» precisai subito.
Galli sorrise. «Non te l’avrei offerto. Con la pensione che prendo, posso al massimo pagare due caffè.»
Gli spiegai che volevo capire se un piccolo laboratorio indipendente potesse sopravvivere senza il ramo digitale di Andrea. Avrei lavorato da sola all’inizio, prendendo soltanto commesse che sapevo completare. Mi serviva soprattutto qualcuno capace di dirmi quando un’idea era troppo ottimista.
Lui osservò i numeri. «Qui manca il tempo che impieghi a parlare con noi vecchi chiacchieroni.»
Aggiunsi una riga. «Accoglienza clienti.»
«E quello che fai gratuitamente perché ti dispiace farci pagare.»
Abbassai gli occhi. Aveva ragione anche su quello.
Nei giorni seguenti preparai preventivi veri, con margini per i materiali e ore di lavoro. Scoprii che alcuni restauri, ai prezzi che avevo sempre praticato, mi facevano perdere denaro. Per anni avevo chiamato gentilezza ciò che in realtà rendeva precario il mio mestiere. Aumentare i prezzi mi sembrò quasi un tradimento, finché due clienti mi dissero che lo ritenevano normale.
Laura e il suo consulente esaminarono la posizione della legatoria. La vecchia attività aveva una contabilità distinguibile e, secondo i documenti disponibili, alcuni macchinari non risultavano validamente trasferiti alla nuova società. Occorreva comunque un accordo o una decisione formale per sciogliere la controversia; nessuno poteva semplicemente portarseli via.
Andrea ricevette la notizia con un messaggio di quattro parole: Vuoi davvero farmi questo?
Lo lessi mentre attendevo alla fermata dell’autobus. Per un attimo tornai la sorella minore che cercava di indovinare come farlo sorridere. Poi risposi: Voglio che troviamo una soluzione corretta. Sono disponibile a parlare davanti ai professionisti.
Quella settimana Silvia venne da me senza Andrea. Aveva gli occhi cerchiati e un cappotto leggero nonostante il freddo. Si fermò vicino alla porta, come se non sapesse più se aveva diritto di entrare.
«Ho visto le carte,» disse. «Tutte. Non le avevo mai viste.»
Le preparai una tisana. Non accettò la sedia dietro al banco; rimase in piedi accanto allo scaffale dei dizionari.
«Pensavo che stessi ostacolando la vendita per orgoglio,» continuò. «Andrea mi aveva detto che la legatoria ormai perdeva soldi.»
«Non ha mai separato bene i due rami. Sto cercando di farlo adesso.»
Silvia guardò la pressa. «Mi dispiace per gli scatoloni. Ho messo il quaderno di quella signora sotto il nastro. Non ho pensato che potesse rovinarsi.»
«Si è piegata una pagina. La riparerò.»
«Lo so che non basta, ma scusami.»
Avrei voluto sentirle dire quella parola per anni. Quando finalmente la pronunciò, non cancellò l’accaduto. Rese soltanto possibile una conversazione.
Silvia mi raccontò che era disposta a vendere l’auto e ridurre le spese, ma Andrea continuava a cercare scorciatoie per evitare di ammettere ai creditori tutta la situazione. Lei non avrebbe più firmato nulla senza comprenderlo.
«Puoi convincerlo?» chiese.
«No. Posso offrirgli un tavolo a cui sedersi.»
Non lo disse, ma credo che fosse proprio ciò di cui aveva bisogno anche lei: smettere di essere la persona incaricata di tenere insieme le apparenze.
Il progetto del laboratorio prese forma grazie a una telefonata inattesa. Marta, dell’archivio, conosceva un’associazione culturale che cercava qualcuno per insegnare semplici tecniche di rilegatura a un gruppo di adulti. Il compenso non era alto, ma regolare. Andai a vedere la sede: una stanza luminosa in un ex edificio scolastico, con tavoli abbastanza grandi e un lavandino.
La responsabile, Nadia, ascoltò la mia proposta. «Ci interessa più il mestiere della nostalgia,» disse. «Vogliamo che le persone imparino a fare qualcosa con le mani.»
Quelle parole mi piacquero. Tornai a casa con una bozza di calendario e la sensazione strana di aver camminato verso un posto invece di fuggire da un altro.
Non tutte le conversazioni andarono bene. Un antiquario con cui lavoravo da anni protestò per il nuovo preventivo, dicendo che papà non gli avrebbe mai chiesto una cifra simile. Aveva ragione sulla prima parte: papà gli aveva spesso fatto sconti senza contarli. Ma quando gli spiegai quali materiali servivano e quanto tempo avrebbe richiesto il restauro, capii che non era interessato a discuterne. Voleva soltanto il prezzo di una volta.
«Allora mi rivolgerò altrove,» disse.
Mi dispiacque. Appena chiusi la chiamata, guardai il telefono con la tentazione di richiamarlo e offrire metà del lavoro gratuitamente. Invece annotai la commessa persa e feci una pausa. Se avessi accettato qualunque condizione pur di non sentirmi abbandonata, avrei ricostruito esattamente il laboratorio che cercavo di cambiare.
Una sera Nadia mi chiese di preparare una lezione di prova per tre volontari dell’associazione. Portai fogli riciclati e ago grosso, spiegai come individuare la piega corretta e mostrai il punto più semplice. Una donna sbagliò due volte e poi rise della propria impazienza. Mi scoprì a sorridere mentre le dicevo che i primi tentativi non dovevano essere belli, soltanto abbastanza solidi per permettere di continuare. Tornando a casa ripensai a quella frase. Non avevo ancora un’impresa stabile, ma avevo trovato un modo nuovo di usare il mestiere di mio padre senza restare imprigionata nei suoi gesti.
La sera feci una visita alla signora Neri per consegnarle il quaderno restaurato. Lo aprì sul tavolo della cucina, riconobbe la fotografia della madre e rimase qualche secondo senza parlare. Poi mi chiese quanto mi doveva.
Le mostrai il preventivo concordato. Pagò senza protestare e aggiunse un pacchetto di biscotti avvolto nella carta.
«Tuo padre aveva paura che il negozio finisse,» mi disse mentre indossavo il cappotto. «Ma mi parlava sempre di te come di qualcuno che sapeva salvare ciò che valeva la pena salvare. Non diceva che dovevi salvare tutto.»
Tornai fuori con quelle parole in mente. Era una differenza che stavo imparando lentamente. Il laboratorio meritava una possibilità. Non per questo dovevo mettere la mia vita a garanzia degli errori di Andrea.













