Il proprietario del locale si chiamava Carlo Roversi e aveva quasi ottant’anni. Per anni avevo visto soltanto il suo nome sulla ricevuta d’affitto. Arrivò in legatoria un giovedì mattina con un ombrello nero e un fascicolo sotto il braccio. Si sedette vicino alla finestra e guardò le macchine senza nascondere una certa nostalgia.
«Pietro riparò il libro di nozze di mia madre,» disse. «Ma non sono qui per i ricordi.»
Mi spiegò che aveva ricevuto richieste diverse per il subentro. Il progetto di Portico Immobiliare gli offriva un inquilino economicamente solido e lavori di ristrutturazione. La continuità della legatoria, invece, dipendeva da un piano ancora incerto. Non voleva creare illusioni né sentirsi accusare di non amare il quartiere.
«Ha ragione,» risposi. «Non posso chiederle di rischiare il suo reddito perché io sono affezionata a questo posto.»
Gli mostrai i numeri del laboratorio artigianale e la proposta alternativa dell’associazione. Non avevo chiesto a Roversi di scegliere subito. Volevo che conoscesse la situazione reale prima di firmare un nuovo contratto con chiunque.
Lui lesse con attenzione. «Dov’è suo fratello?»
«Sta sistemando i rapporti con i creditori.»
«Questo lo spero per lui. Ma a me interessa sapere chi sarà responsabile qui dentro.»
«Se il laboratorio resterà, sarò io. E lo sarò per iscritto.»
Non sorrise, ma ripose il mio piano nella cartella. Disse che mi avrebbe dato una risposta entro una settimana.
Nel frattempo la perizia sui macchinari confermò che una parte importante apparteneva alla vecchia attività, mentre altri beni erano stati effettivamente acquistati da Bellini Servizi. L’accordo da costruire non sarebbe stato semplice. Andrea doveva rinunciare a indicare come suoi gli oggetti contestati e riconoscere il valore della mia quota; io dovevo valutare se acquistare la sua quota fosse sostenibile senza assorbire impegni che non comprendevo.
Una sera Andrea venne al negozio con un foglio scritto a mano. Aveva preparato l’elenco degli errori commessi: i documenti compilati senza verifiche, i debiti nascosti a Silvia, le informazioni taciute a me. Non lo aveva scritto come una confessione spettacolare. Voleva usarlo per spiegare ai consulenti tutto ciò che non compariva nei fascicoli.
«Ti devo delle scuse,» disse.
Eravamo soli. Sul tavolo c’era il quaderno della signora Neri prima della consegna, ormai diventato il campione con cui mostravo ai nuovi clienti il tipo di lavoro che facevo, grazie alle fotografie autorizzate dalla proprietaria.
«Per cosa, precisamente?» gli chiesi.
Andrea lesse il foglio. Parlò della vendita, degli scatoloni, dei beni inseriti nell’inventario senza un controllo serio. Poi si fermò. «E per averti fatto credere che la tua vita fosse una spesa da tagliare.»
Mi bruciarono gli occhi. Non perché le parole risolvessero tutto, ma perché le aveva finalmente pronunciate senza aggiungere una giustificazione.
«Non voglio che tu mi risponda oggi,» disse.
«Non potrei.»
Gli preparai un caffè. Rimanemmo lì quasi un’ora a mettere in ordine gli strumenti di papà. Avevamo ancora un modo naturale di passarci gli oggetti senza guardarci, il coltello da carta, la riga, la scatola degli aghi. Quel gesto antico non cancellava la distanza, ma mi ricordava che una relazione può contenere più di una verità.
Il venerdì seguente arrivò la decisione di Roversi. Era disposto a valutare un nuovo contratto con me, con garanzie adeguate e una durata iniziale concordata, purché i rapporti precedenti fossero regolarmente chiusi. Non era un regalo. Il canone sarebbe aumentato e avrei dovuto sostenere alcune spese di adeguamento. In compenso, potevo restare.
Lessi la proposta tre volte, cercando di capire perché non provassi la gioia che avevo immaginato. Poi compresi: restare significava scegliere ogni giorno di far funzionare un’impresa, non custodire un santuario.
Nadia mi telefonò per confermare che l’associazione voleva avviare il corso di rilegatura, indipendentemente dalla sede definitiva del mio laboratorio. Avrei avuto un primo incarico esterno, abbastanza concreto da includerlo nella previsione degli incassi.
Prima di quella riunione feci un sopralluogo con un tecnico per valutare quali adeguamenti sarebbero serviti. Indicò l’impianto elettrico, l’aspirazione della polvere e la distanza da lasciare attorno alla vecchia pressa. Le sue osservazioni trasformarono la mia fantasia di riapertura in una lista di preventivi. Alcuni lavori erano indispensabili subito; altri potevano attendere. Fotografai i dettagli e chiesi che ogni costo venisse scritto, non soltanto raccontato a voce.
Passai poi due ore a scegliere che cosa conservare. Trovai barattoli di colla indurita, ritagli che nessuno avrebbe più utilizzato e fascicoli tecnici di macchine dismesse. Ne tenni alcuni come riferimento, smaltendo il resto correttamente. Mi sembrava di tradire papà ogni volta che riempivo un sacco. Ma quando liberai una superficie di lavoro, mi accorsi di quanto spazio occupassero oggetti che non avevano più un compito.
Nadia venne a visitare il laboratorio e immaginammo insieme dove sistemare i tavoli dei corsi. Mi chiese di lasciare un angolo libero per le persone con difficoltà di movimento, e controllammo le misure della porta. Era una questione pratica che non avevo considerato. Quell’attenzione mi ricordò che riaprire non significava soltanto mantenere il posto in cui ero cresciuta: significava chiedermi chi avrebbe potuto entrarvi e sentirsi benvenuto.
Prima di chiamare la famiglia, telefonai a Roversi per ringraziarlo della proposta. Mi ricordò che non era ancora un contratto e che avrebbe richiesto garanzie verificabili. Gli dissi che avevo capito e gli chiesi qualche giorno per rispondere attraverso Laura. Non volle sapere dei problemi tra me e Andrea. Ne fui quasi sollevata: certe scelte dovevano essere valutate per ciò che erano, non per la commozione che potevano suscitare.
Quella sera riunii Andrea, Silvia e mamma davanti alla vecchia pressa. Spiegai che avrei esaminato con Laura le condizioni di un eventuale subentro e l’acquisto della quota, ma non avrei garantito nessun debito personale di Andrea. Silvia annuì prima di lui.
«È giusto,» disse.
Andrea guardò il banco. «Lo so.»
Mamma tirò fuori dalla borsa gli occhiali di papà, chiusi nella loro custodia. Li posò vicino al registro del 2009. «Forse è il momento di riportarli qui,» disse. «A casa li tenevo come se dovessero servire a qualcuno. Qui almeno appartengono alla sua storia.»
Non decidemmo tutto quella sera. Ma uscimmo senza nasconderci ciò che restava da fare. Le chiavi del laboratorio erano ancora sul banco; per la prima volta non rappresentavano un diritto ereditato, bensì una responsabilità che potevo scegliere di assumermi.













