Il giorno in cui firmammo gli accordi, Bologna era attraversata da un vento freddo che sollevava cartacce lungo i portici. Non indossai nulla di speciale. Portai la giacca blu che mettevo ai colloqui con le biblioteche, quella con una tasca interna abbastanza larga per custodire una penna e un foglio piegato.
Ci vollero settimane di verifiche, bozze corrette e nuovi colloqui. La perizia aveva definito il valore delle quote e delle attrezzature. Andrea aveva accettato un accordo che distingueva ciò che avrebbe ricevuto per la sua partecipazione nella vecchia attività dalle obbligazioni della società digitale. I creditori non avevano cancellato i debiti per generosità: avevano negoziato condizioni e scadenze compatibili con un piano di rientro che Andrea doveva rispettare. Silvia aveva chiesto di ricevere direttamente ogni documento che la riguardava.
Il contratto con Portico Immobiliare fu chiuso secondo le clausole e le intese raggiunte tra le parti, dopo che il compratore rinunciò a proseguire con quell’operazione. Leone Ferri mi scrisse un’ultima mail molto formale, augurandomi buon lavoro. Non era diventato un amico, ma nemmeno un nemico. Aveva seguito gli interessi del suo cliente e, quando i fatti cambiarono, ne aveva preso atto.
Per restare nel locale dovetti accettare un canone più alto, una cauzione e un programma di piccoli interventi. Il finanziamento che avevo richiesto fu approvato per un importo inferiore a quello sperato. Rivedetti il progetto: niente nuovi macchinari nel primo anno, niente dipendente a tempo pieno, pochi lavori scelti con attenzione. Una parte dei corsi si sarebbe svolta negli spazi dell’associazione di Nadia.
Quando firmai, Laura mi porse una copia del contratto. «Si ricordi,» disse, «che avere ragione su un documento non basta a far vivere un’attività. Da domani comincia il lavoro normale.»
Scoppiai a ridere. «È quello che so fare meglio.»
«Allora si ricordi anche di farsi pagare.»
Tornai al laboratorio nel pomeriggio. Andrea era già lì a smontare due scaffali che non avremmo più usato. La nuova disposizione lasciava più spazio ai tavoli per i corsi e rendeva visibile la pressa dalla porta. Non sarebbe diventata un pezzo da museo. Avrei continuato a usarla, dopo la revisione tecnica, insieme agli strumenti più piccoli.
«Ho trovato questo,» disse Andrea, mostrandomi una scatola di fotografie. In una c’era papà seduto sul pavimento con noi due da bambini. Avevamo le ginocchia sporche d’inchiostro e un foglio enorme sulle teste, come una tenda.
La osservammo senza parlare. Poi Andrea mi chiese se potesse tenerne una copia. Dissi di sì. Era una richiesta semplice, e apprezzai che me l’avesse fatta.
Le cose tra noi non tornarono come prima. Ci vedevamo meno, e in certi giorni preferivo non rispondere subito alle sue chiamate. Ma quando aveva una scadenza importante, mi diceva come stavano le cose senza trasformarmi nella persona incaricata di salvarlo. Continuava a lavorare per chiudere ordinatamente il ramo digitale. Aveva cercato un impiego più stabile, e nel frattempo svolgeva qualche incarico compatibile con gli accordi presi. Non era una caduta esemplare né una redenzione improvvisa. Era la vita di un uomo che aveva finalmente smesso di nascondere i numeri.
Con Silvia ricominciammo da una relazione più cauta. Una mattina venne a consegnarmi due scatole di materiali che aveva ritrovato in deposito. Prima di entrare mi telefonò per chiedere se fosse un buon momento. Un gesto minuscolo, forse, ma per me importante: non aveva più dato per scontato che il mio tempo fosse a disposizione di tutti.
Il primo corso si tenne di sabato. Arrivarono nove persone: una studentessa, due insegnanti in pensione, un cuoco, una giovane madre e altri che non ebbi il tempo di conoscere bene. Avevo preparato cartoncini, ago, filo e fogli tagliati. Nessuno produsse un quaderno perfetto. Un partecipante cucì il dorso al contrario; un’altra persona scelse una copertina troppo piccola. Si misero a ridere, si aiutarono, ricominciarono.
Alla fine Nadia mi chiese quando avremmo organizzato la seconda lezione. Avevo già controllato il calendario e avevo due date libere. Per una volta non risposi automaticamente che avrei trovato il tempo. Aprii l’agenda e scelsi quella che potevo davvero sostenere.
Il laboratorio cambiò nome in Bellini — Restauro e Legatoria. Conservai il cognome perché apparteneva anche a me, non perché volessi far finta che nulla fosse successo. Sotto l’insegna aggiunsi una frase semplice: Libri, carta, memoria. Mamma disse che papà avrebbe apprezzato. Poi si corresse: «O forse avrebbe fatto qualche osservazione sul carattere.»
Ridemmo entrambe. Era bello poter ricordare i difetti di una persona amata senza sentirsi sleali.
Un mese dopo la riapertura, la signora Neri venne a trovarmi. Aveva portato un quaderno vuoto e voleva imparare a rilegarlo da sola. Le feci posto al banco vicino alla finestra. All’inizio insisteva perché le sistemassi il filo a ogni passaggio. Poi capì il movimento e continuò da sé, lenta ma precisa.
«Non credevo che ci sarei riuscita,» disse guardando il primo fascicolo cucito.
«Nemmeno io credevo a molte cose,» risposi.
Quando se ne andò, non avevo ancora finito di pulire i tavoli. Il telefono vibrava: un preventivo da inviare, una fattura in scadenza, un fornitore che chiedeva conferma. Nulla di romantico. Era la parte del lavoro che avevo trascurato per troppo tempo, e adesso faceva parte della mia responsabilità quanto scegliere una carta adatta a un libro fragile.
Mi fermai davanti al vecchio registratore di cassa. Lo tenevo ancora su uno scaffale, lontano dal bancone, perché dentro c’era una vite che papà aveva riparato con le proprie mani. Sotto quell’apparecchio avevo trovato la busta che mi aveva portata fino a lì. Per settimane avevo pensato che mi avesse lasciato un segreto capace di salvare la legatoria.
In realtà mi aveva lasciato una domanda: a che cosa ero disposta a rinunciare, e che cosa volevo proteggere davvero?
Avevo rinunciato all’idea di essere la sorella comprensiva a qualunque prezzo. Avevo protetto il mestiere senza pretendere di congelare il passato. Avevo scoperto che voler bene a qualcuno non significa impedirgli di affrontare le conseguenze delle sue decisioni, e che chiedere rispetto non cancella l’affetto.
Abbassai la serranda a metà, lasciando entrare l’ultima luce della strada. Sul banco mi aspettava un quaderno incompleto, con il filo ancora da annodare. Sarebbe stato lì anche l’indomani. Non avevo più bisogno di finire tutto quella sera per dimostrare di meritare il mio posto.
Spensi la lampada, chiusi la porta e tornai a casa.
FINE.













