Silvia insistette perché io e Lea dormissimo a casa sua. L’appartamento, al terzo piano di un palazzo vicino alla stazione di Padova, era piccolo. Sistemò per mia figlia un materasso accanto al divano e cercò una coperta con i pesci ricamati che Lea aveva sempre voluto usare durante le visite. Mia sorella non ci fece domande a cena. Preparò risotto al parmigiano e lasciò che il silenzio fosse una cosa normale.
Quando spensi la luce, Lea mi chiese se avesse commesso un errore conservando le fotografie.
«No. Perché me lo chiedi?»
«Papà diceva che se le avessi mostrate a qualcuno saremmo diventati tutti infelici. Forse lo siamo già.»
Mi sedetti accanto a lei. Il dolore della ferita mi costrinse a muovermi piano.
«Gli adulti devono rispondere di quello che fanno. Tu non hai rovinato niente dicendo la verità.»
Mi guardò incerta. Non le promisi che tutto si sarebbe aggiustato. Le dissi che, qualunque cosa avessimo scoperto, non sarebbe stata costretta a custodire da sola altri segreti. Rimase sveglia ancora a lungo. La sentii girarsi sul materasso mentre Silvia lavava i piatti.
Il mattino dopo mi chiamò il maresciallo Bortolotti. Aveva avviato le verifiche sulle registrazioni e sui soccorsi intervenuti quella notte. Gli elementi disponibili, disse, non confermavano il decesso di Pietro. Nemmeno l’assenza di una registrazione immediatamente rintracciabile della nascita bastava a stabilire dove fosse il bambino. Servivano controlli più ampi, che non avrei dovuto tentare da sola.
«Lei ha parlato di una cerimonia funebre», aggiunse. «Ricorda l’agenzia, il cimitero, almeno il giorno?»
Scorrii i messaggi. Andrea mi aveva scritto una volta: Ci penso io, tu devi riposare. Tre giorni dopo: Abbiamo fatto tutto. Non c’erano luoghi né nomi. Nessuna persona era venuta a farci le condoglianze per quella cerimonia. Lui aveva detto che voleva proteggerci dalle visite.
Provai vergogna. Bortolotti non cercò di consolarmi con frasi vuote. Mi chiese di inoltrare i messaggi e di evitare qualsiasi contatto non necessario con chi poteva essere coinvolto. Parlava in modo preciso, come se mettere ogni fatto al proprio posto fosse già un modo di impedire che qualcuno lo cancellasse.
Andrea mi telefonò diciassette volte prima di mezzogiorno. Alla fine risposi mentre Silvia era accanto a me. Registrai per iscritto il contenuto della conversazione subito dopo, seguendo le indicazioni ricevute.
«Dove hai portato Lea?» esordì.
«È con me. Sta bene.»
«Chiara mi ha detto le cose assurde che le hai chiesto. Devi tornare a casa.»
«Voglio sapere chi ha constatato la morte di Pietro.»
«Non ci posso credere. Dopo tutto quello che ho fatto per te.»
«Dammi un nome, Andrea.»
Sentii il rumore di qualcosa gettato su un tavolo.
«Se continui a riempire la testa di Lea con queste storie, chiederò che vada a vivere da mia madre. Almeno là avrà un po’ di pace.»
Rimasi muta per qualche secondo. Sua madre si era limitata a telefonarmi due volte da quando ero stata dimessa. Non sapeva nemmeno se riuscissi a stare in piedi. Andrea, invece, la nominava come una minaccia.
«Lea non è una cosa che puoi spostare quando ti fa comodo», risposi, e chiusi la chiamata.
Tornai nella stanza dove lei stava facendo i compiti e la trovai intenta a cancellare un’intera pagina perché aveva sbagliato una divisione. Mi chiese se avevo litigato con papà. Dissi che avevamo avuto una conversazione difficile e che non avrebbe dovuto fare da messaggera tra noi. Poi la aiutai a recuperare la pagina, anche se i numeri continuavano a venirmi sfocati. In quel gesto minuscolo mi accorsi di quanto fosse importante conservare una parte della nostra vita fuori dall’indagine.
Silvia mi accompagnò da un’avvocata che una collega le aveva consigliato. L’avvocata Rinaldi esaminò i documenti che avevamo, poi spiegò quali questioni riguardassero l’indagine penale e quali la tutela immediata di Lea. Le procedure erano separate; non avrebbe potuto ottenere certezze sulla sorte di Pietro con una semplice lettera ad Andrea.
«Conservi tutti gli scambi», disse. «E non faccia dipendere la sua sicurezza dalla speranza che lui cambi improvvisamente atteggiamento.»
Mi aiutò a predisporre le richieste necessarie e a stabilire un modo sicuro per gli eventuali contatti. Quando uscimmo dallo studio ero sfinita, ma avevo almeno due persone a cui affidare una parte del peso.
Quel pomeriggio Lea svuotò lo zaino per cercare un quaderno. Ne uscì un blocco con la copertina azzurra, intitolato Le maree di novembre. Ogni settimana segnava quanto saliva l’acqua dietro casa e disegnava le barche che passavano. Era un gioco iniziato con mio padre, che le aveva insegnato a leggere l’ora e a distinguere la bassa dall’alta marea.
Nella pagina della notte del parto c’era un disegno incerto del furgone bianco. Accanto, Lea aveva annotato: Sole arancione. Due sportelli dietro. Verso la strada dell’argine.
«Come facevi a sapere la direzione?» le chiesi.
«Ero alla finestra. Papà diceva che nessuna macchina poteva passare. Invece quella è passata. Volevo capire come.»
Non le chiesi di ricordare altri particolari. Aveva già raccontato abbastanza e si era sentita troppo responsabile. Fotocopiammo la pagina e consegnai il quaderno originale al maresciallo, perché fosse valutato insieme alle fotografie.
Più tardi, Silvia aprì una cartella di vecchie fatture del cantiere che avevamo salvato sul computer di famiglia. Non cercavamo informazioni riservate: Andrea mi aveva sempre chiesto di preparare i prospetti per il commercialista. A un certo punto mia sorella mi mostrò un preventivo scaduto, poi una serie di solleciti di pagamento. Il cantiere aveva debiti molto più alti di quelli che Andrea mi aveva dichiarato.
Fra le fatture compariva un trasferimento recente di ventiseimila euro da una società di consulenza con sede nel Trevigiano. La causale era generica: assistenza commerciale. Non riconoscevo il nome e non ricordavo un lavoro che potesse giustificarlo.
«Potrebbe non c’entrare», osservò Silvia.
«Lo so.»
Ma fotografai la schermata e preparai una copia per gli investigatori. Nella stessa cartella c’era una mail incompleta di Andrea a Chiara, salvata come bozza: Dopo la consegna, niente messaggi sul mio numero personale.
Non sapevo di quale consegna parlasse. Per la prima volta, però, capii che il furgone forse non era comparso per caso nel nostro cortile. Qualcuno poteva averlo aspettato.













