La sera dell’assemblea arrivai nella sala comune con dieci minuti d’anticipo. Le sedie erano disposte in file troppo strette, come succedeva sempre quando l’amministratore si aspettava poche persone e ne arrivavano molte. Dalle finestre si vedevano le luci dei palazzi di Castelletto e, più in basso, una striscia di porto. Avevo passato il pomeriggio a ripetermi che non avrei alzato la voce. Era l’unico modo per non lasciare che la discussione si trasformasse in una gara a chi sembrava più offeso.
Chiara partecipava per conto di Pietro, con la delega che lui aveva preparato. Accanto a lei sedeva Marta Bellini, presente per assisterla nella questione documentale. Teresa si mise vicino a me. Non aveva mai parlato davanti a un gruppo così numeroso e teneva le mani intrecciate sul grembo. Quando le chiesi se fosse nervosa, fece un sorriso incerto.
«Mio marito diceva che ero capace di discutere per mezz’ora del prezzo dei pomodori. Ma davanti ai vicini è diverso», sussurrò.
«Dovrai soltanto dire quello che hai visto.»
Sergio entrò con una cartellina rigida. Salutò i presenti e iniziò a parlare dell’immagine del condominio, dei danni alla porta di Pietro e delle voci che, a suo dire, stavano compromettendo la tranquillità dello stabile. Disse che lui aveva agito nell’interesse di tutti e che le persone anziane talvolta potevano confondere circostanze e appuntamenti. Non nominò Pietro direttamente, ma nessuno ebbe dubbi su chi intendesse.
«Vorrei capire perché stiamo parlando della reputazione del palazzo e non di una persona trovata a terra», intervenne un vicino del secondo piano.
Sergio rispose che l’intervento dei soccorsi non era in discussione. Sosteneva di aver ricevuto notizie incomplete sulla partenza di Pietro e di averle riferite in buona fede. Poi guardò verso di me.
«La signora Ferraro ha interpretato il mio tentativo di riportare la calma come una condotta sospetta.»
Mi alzai. Non portavo documenti riservati, soltanto la cronologia delle cose che avevo visto sul pianerottolo. Parlai del cane, della mano dietro lo sportellino, della chiamata al 112 e della frase pronunciata da Sergio sull’appartamento vuoto. Non mi avventurai oltre. Quando conclusi, Teresa chiese la parola e raccontò di aver sentito Pietro rifiutare di firmare qualcosa. Disse anche di aver visto Sergio lasciare il piano mentre Bruno restava davanti alla porta.
«Lei non sa che cosa fosse quel documento», replicò Sergio.
«No. E infatti non ho detto di saperlo», ammise Teresa.
L’uomo rimase in silenzio per qualche secondo. Sembrava infastidito proprio da quella precisione che rendeva la testimonianza difficile da liquidare. Tentò allora di spostare l’attenzione sui lavori straordinari e su alcune posizioni contabili ancora aperte. Marta si alzò soltanto a quel punto. Chiese se le comunicazioni relative a Pietro fossero state emesse dall’amministrazione e se esistessero delibere a sostegno degli importi indicati.
Sergio osservò le copie delle lettere che Chiara gli mostrò, nascondendo i dati bancari dello zio. Disse che si trattava di conteggi provvisori. Marta fece notare che le comunicazioni parlavano di importi esigibili e solleciti, non di semplici stime. Gli domandò se potesse indicare il verbale nel quale erano state approvate quelle spese. Sergio aprì la cartellina, sfogliò alcune pagine e rispose che avrebbe controllato in ufficio.
«Allora le chiedo di farlo per iscritto e di consentire ai condomini la consultazione della documentazione amministrativa pertinente», disse Marta.
Un’anziana proprietaria in prima fila domandò perché Pietro fosse stato invitato a considerare la vendita dell’appartamento. Sergio replicò che aveva soltanto prospettato un’opportunità e che nessuno era stato obbligato a nulla. Chiara si alzò, visibilmente tesa, e aprì una busta. Conteneva una breve dichiarazione dettata dallo zio e riletta da lui il giorno precedente. Aveva autorizzato la nipote a condividerne soltanto quel passaggio.
«Non ho deciso di vendere casa. Ho chiesto di vedere i conti perché non capivo le somme che mi venivano richieste. Dopo aver detto che non avrei firmato, mi sono sentito male. Ricordo di aver chiesto aiuto. Non so perché quell’aiuto non sia arrivato finché Giulia non mi ha trovato.»
Nella sala non si levò alcun grido. Qualcuno abbassò gli occhi. Il vicino del secondo piano tolse lentamente gli occhiali e li appoggiò sul tavolo. Sergio disse che il ricordo di Pietro era incompleto e che la frase sull’aiuto poteva essere stata male interpretata. Nessuno, però, era più disposto ad accettare come sufficiente la spiegazione di un presunto viaggio.
«Se l’aveva visto poco prima», domandai, «perché non ce l’ha detto quando abbiamo sentito i rumori?»
Sergio rispose che non voleva violare la riservatezza di un condomino. Fu Teresa, questa volta, a chiedergli se la riservatezza giustificasse il rifiuto di verificare un’emergenza. L’amministratore si irritò e la accusò di costruire una storia partendo da dettagli banali. Marta intervenne per riportare la discussione sui documenti e sulle procedure da seguire. Non era necessario trasformare l’assemblea in un tribunale.
Una proprietaria ricordò che, all’ultima assemblea ordinaria, aveva chiesto di ricevere preventivi dettagliati prima di votare eventuali lavori. Altri annuirono. Non era una prova definitiva contro Sergio, ma riportò la conversazione su una domanda alla quale l’amministratore non riusciva a rispondere: quale decisione comune giustificava quelle richieste personali? Il silenzio che seguì non somigliava a quello della paura. Era il silenzio di persone che, per una volta, aspettavano una risposta documentata.
La riunione non poteva risolvere quella sera tutte le questioni, né deliberare validamente su qualunque argomento comparso all’improvviso. Ma alcuni proprietari chiesero di convocare una nuova assemblea con all’ordine del giorno la revoca dell’incarico a Sergio e la nomina di un nuovo amministratore. Altri domandarono una verifica indipendente della contabilità. Furono predisposte richieste scritte, e Chiara consegnò all’avvocata una copia delle comunicazioni ricevute da Pietro.
Quando uscimmo, Sergio mi raggiunse vicino al portone. Per la prima volta non cercò di apparire autorevole. Aveva la fronte lucida e parlava sottovoce.
«Lei non sa che cosa sta mettendo in moto.»
«So soltanto che Pietro era dietro quella porta», risposi.
Sergio si allontanò senza aggiungere altro. Nella tasca del cappotto sentii vibrare il telefono. Era un messaggio di Chiara: Pietro voleva sapere se la sua dichiarazione fosse stata letta fino in fondo. Le risposi di sì. Poi guardai la sala che si svuotava e capii che la parte difficile non sarebbe stata ottenere un momento di indignazione. Sarebbe stata convincere tutti a restare presenti anche dopo che l’indignazione fosse passata.













