Non aspettai che Sergio si decidesse. Presi il telefono dalla tasca del cappotto e composi il 112. Una voce calma mi chiese dove mi trovassi, che cosa fosse successo e se la persona all’interno rispondesse. Cercai di spiegare tutto in ordine, ma ogni volta che guardavo quella fessura nella porta mi si seccava la bocca.
«Castelletto, Genova. Terzo piano. C’è un uomo anziano a terra, credo. Riesco a vedere soltanto la sua mano.»
L’operatrice mi fece ripetere l’indirizzo e mi chiese di non tentare di forzare la serratura. Mi disse che stavano arrivando i soccorsi. Nel frattempo, dovevo continuare a parlare con Pietro e verificare se riuscisse a muovere le dita. Mi inginocchiai di nuovo, ignorando la polvere sul pavimento.
«Signor Marinelli, mi sente? Sono qui. Stanno arrivando.»
Dall’altra parte qualcosa sfiorò il metallo. Bruno si alzò sulle zampe anteriori, ma lo trattenni per la pettorina. Non volevo che infilasse il muso nello sportellino e facesse male a Pietro. Sergio, poco distante, aveva ricominciato a muoversi, ma continuava a fissare il cellulare spento che teneva in mano.
«Lei ha una copia delle chiavi?» gli domandai.
«Non sono autorizzato a entrare negli appartamenti.»
«Non le ho chiesto questo. Le ho chiesto se ha le chiavi.»
«Non quelle di Marinelli.»
La risposta arrivò troppo in fretta. Mi colpì il modo in cui evitò di guardarmi. Fino a pochi minuti prima aveva avuto una spiegazione per ogni cosa. Adesso non sembrava nemmeno capace di domandare come stesse Pietro. Dal piano di sotto comparve la signora Teresa, che abitava proprio sotto di lui e aveva sentito la mia telefonata.
«Cos’è successo?»
«Pietro è dentro. È caduto, o almeno penso.»
Teresa si portò una mano al petto. Poi si avvicinò alla porta e chiamò il nome del vicino con una voce che non le conoscevo, sottile e spaventata. Dall’interno arrivò un colpo leggerissimo, come il contatto di un’unghia con il legno. Teresa mi guardò e capii che non ero l’unica ad averlo sentito.
Passarono alcuni minuti in cui nessuno ebbe il coraggio di allontanarsi. Sentivo Teresa mormorare il nome di Pietro, mentre io tenevo aperto lo sportellino con una mano e accarezzavo Bruno con l’altra. Il cane, finalmente, non cercava più di spingere contro il legno. Sembrava aver capito che dovevamo aspettare persone capaci di aprire quella porta senza mettere in pericolo il suo padrone. Per la prima volta pensai a quanto facilmente avrei potuto mandarlo via.
I soccorritori arrivarono insieme ai vigili del fuoco. Il pianerottolo era stretto; dovemmo spostarci sulle scale per lasciare loro spazio. Uno degli operatori valutò la situazione attraverso lo sportellino, poi decise con i colleghi come aprire la porta limitando i danni. Pietro era troppo vicino per rischiare di colpirlo. Usarono gli strumenti dalla parte della serratura e procedettero lentamente, facendo attenzione a ciò che non riuscivamo a vedere.
Quando finalmente la porta cedette, Bruno cercò di avanzare. Lo fermai appena in tempo. Sul pavimento dell’ingresso, con una guancia appoggiata alle piastrelle, c’era Pietro. Indossava ancora la camicia azzurra che metteva per le passeggiate. Accanto a lui giaceva un portachiavi di cuoio, fuori dalla sua portata. Un braccio era disteso verso la porta, l’altro piegato sotto il torace.
«Pietro, sono Giulia.»
Un soccorritore mi chiese di restare indietro. Gli vidi controllare il respiro e parlare al collega. Pietro aprì gli occhi soltanto per un istante. Sembrò cercare qualcosa sopra le nostre spalle, poi lasciò ricadere le palpebre. Sul lato del viso aveva un segno violaceo. Nessuno, in quel momento, poteva sapere da quanto tempo fosse lì né che cosa l’avesse fatto cadere.
Sergio avanzò di mezzo passo.
«Forse dovrei controllare i documenti. So dove tiene…»
«Per favore, rimanga fuori», disse uno dei soccorritori.
L’amministratore obbedì. Fu allora che notai una cosa: non si stupì affatto quando vide Pietro sul pavimento. Si guardò invece intorno, verso il mobile dell’ingresso, come se cercasse un oggetto preciso. Non potevo dimostrare che significasse qualcosa. Ma me lo impressi nella memoria.
Un’ambulanza portò Pietro in ospedale. Prima di scendere, un operatore mi chiese se conoscessi qualche familiare da avvisare. Scossi la testa. Avevo incrociato Pietro centinaia di volte, gli avevo portato la spesa durante un’influenza, conoscevo persino i biscotti che comprava a Bruno. Non sapevo però a chi telefonare se gli fosse capitato qualcosa di grave. Me ne vergognai senza avere il tempo di pensarci.
Teresa ricordò che Pietro teneva sul frigorifero un numero per le emergenze. Lo disse ai soccorritori, che riuscirono a individuare un biglietto fissato da una calamita. Sopra c’era scritto: «Chiara Marinelli, nipote». Trascrissero il numero per le comunicazioni necessarie, poi chiusero l’appartamento in modo provvisorio, in attesa di mettere in sicurezza la serratura danneggiata.
Prima di andare via, un agente intervenuto per raccogliere le prime informazioni ci chiese di ricostruire i fatti. Sergio raccontò di essere stato chiamato per un cane che disturbava. Non parlò del viaggio di Pietro. Lo feci io.
«L’amministratore ci aveva detto che il signor Marinelli era partito e che la casa era vuota.»
L’agente alzò gli occhi dal taccuino.
«Da chi aveva ricevuto questa informazione?»
Sergio serrò le labbra.
«Mi sembrava di averlo capito da una conversazione.»
«Una conversazione con chi?»
«Non ricordo le parole precise.»
Non aggiunsi accuse. Ripetei soltanto ciò che avevo sentito e visto. L’agente annotò tutto, compreso il modo in cui Bruno era stato trovato fuori dalla porta. Ci chiese anche di non toccare gli oggetti dentro casa finché non fosse stato chiarito quanto accaduto.
Quando il pianerottolo si svuotò, Sergio fece per seguire gli altri giù dalle scale. Teresa gli sbarrò involontariamente il passaggio, stringendosi al corrimano. L’uomo le passò accanto senza scusarsi. Aveva fretta. Io rimasi con Bruno, che guardava la porta sfondata come se non accettasse che Pietro non fosse più lì.
Gli accarezzai la testa e lo portai nel mio appartamento. Bevve poca acqua e si distese vicino all’ingresso, senza staccare gli occhi dalle scale. Mi sedetti accanto a lui sul pavimento. Di sopra c’era stato qualcuno che chiedeva aiuto con una mano. Di sotto, per tutta la mattina, noi avevamo continuato a vivere normalmente.
Poi Teresa bussò piano alla mia porta. Aveva tra le mani il proprio telefono e il viso ancora teso.
«Giulia, credo che ci sia una cosa che dovresti raccontare alla polizia.»
«Quale cosa?»
«Stamattina ho visto Sergio salire da Pietro. E quando è sceso, Bruno era già sul pianerottolo.»













