Teresa entrò soltanto dopo essersi assicurata che Bruno fosse tranquillo. Aveva settantadue anni, una schiena leggermente curva e l’abitudine di parlare delle piccole cose con precisione quasi ostinata. Quel pomeriggio, però, cercava le parole come se avesse paura di usarne una sbagliata. Le preparai un bicchiere d’acqua e ci sedemmo al tavolo della cucina.
«A che ora l’ha visto?» le chiesi.
«Poco dopo le nove. Stavo ritirando i panni sul balcone interno. Ho sentito la porta del terzo piano aprirsi e qualcuno dire che non avrebbe firmato.»
«Ha riconosciuto la voce?»
«Era Pietro. Poi ho sentito Sergio rispondere, ma non le parole. Sono uscita sul pianerottolo perché pensavo che litigassero per una perdita d’acqua.»
Teresa raccontò di aver visto Sergio scendere alcuni gradini, poi tornare indietro e spingere piano la porta di Pietro. Bruno era già fuori, con il guinzaglio che strisciava sul pavimento. Sergio aveva detto al cane di stare fermo. In seguito era sceso molto rapidamente, senza prendere l’ascensore. Teresa non aveva dato importanza alla scena. Pensava che Pietro fosse uscito a cercare le chiavi, o che i due uomini avessero avuto un banale diverbio amministrativo.
«Perché non me l’hai detto prima?» domandai, subito pentita del tono.
«Perché non avevo capito. Quando mi hai parlato della mano, mi sono ricordata il rumore della porta. E ho pensato che magari Sergio sapesse qualcosa.»
La ringraziai per avermelo raccontato. Le proposi di riferirlo direttamente agli agenti, senza cercare di ricostruire ciò che non aveva visto. Acconsentì. Telefonammo al numero lasciato dalla pattuglia e chiedemmo come integrare la testimonianza. L’agente ci indicò quando e dove presentarci. Teresa prese un foglio e scrisse gli orari approssimativi, distinguendo ciò che ricordava con certezza da ciò che stava soltanto supponendo.
Quella sera ricevetti una telefonata da un numero sconosciuto. Era Chiara Marinelli, la nipote di Pietro. Aveva saputo del ricovero dai soccorritori ed era in viaggio da La Spezia. Mi ringraziò per l’intervento, poi mi chiese di Bruno. Quando le dissi che era in casa mia, sentii il suo respiro cambiare. Disse che per lo zio il cane contava più di qualsiasi oggetto possedesse.
«Lo sa anche lei, allora», risposi.
«Lo so. Ma non lo vedo quanto dovrei.»
Chiara arrivò la mattina seguente. Aveva circa quarant’anni, gli stessi occhi scuri che ricordavo sul volto di Pietro, e una borsa troppo grande per una visita breve. La accompagnai in ospedale, lasciando Bruno a Teresa. Durante il tragitto mi spiegò che lo zio aveva rifiutato più volte di trasferirsi vicino a lei, soprattutto dopo la morte della moglie. Si telefonavano spesso, ma negli ultimi mesi Pietro tendeva a chiudere le conversazioni appena si parlava del condominio.
«Diceva che c’erano questioni noiose da sistemare e che non voleva trascinarmi nei suoi problemi.»
Durante il viaggio, Chiara mi chiese più volte se ricordassi esattamente le parole di Sergio. Gliele ripetei senza cambiarle, inclusa quella frase sull’appartamento vuoto. Lei fissò il finestrino e disse che lo zio, dopo essere rimasto vedovo, si era rifiutato di rinunciare perfino ai mobili della vecchia cucina. Non si trattava soltanto di attaccamento alle cose: in quelle stanze Pietro sapeva ancora dove trovare tutto e non doveva dipendere dagli altri per ogni gesto. Chiara cominciava a capire perché l’idea di vendere potesse averlo ferito tanto.
In reparto ci accolse una dottoressa. Pietro era stato trovato con una forte ipotensione, un trauma alla testa e una frattura al polso. Gli esami avevano escluso, per il momento, le complicazioni più temute, ma sarebbe rimasto sotto osservazione. Era cosciente a tratti e faceva fatica a ricordare la sequenza della mattina. Non dovevamo sottoporlo a un interrogatorio. Chiara ascoltò tutto stringendo il manico della borsa, senza interrompere.
Quando entrammo, Pietro stava guardando la finestra. Sembrava più piccolo nel letto d’ospedale, senza la sua giacca marrone e senza Bruno ai piedi. Chiara gli prese la mano sana. Lui la riconobbe e accennò un sorriso. Poi vide me. Socchiuse gli occhi, come se cercasse di rimettere in ordine i frammenti delle ultime ore.
«Il cane?» sussurrò.
«È al sicuro con me. Teresa gli sta facendo compagnia», risposi.
Pietro chiuse gli occhi. Una lacrima gli scivolò verso la tempia, ma non disse nulla. Chiara cercò di parlargli del suo recupero, del medico e di quanto fosse importante riposare. Lui sembrava ascoltare soltanto a metà. Prima che uscissimo, sollevò appena la mano sana e mi fece cenno di avvicinarmi.
«Sergio…»
Mi chinai per sentirlo.
«Era lì?»
«Sul pianerottolo, quando l’abbiamo trovato.»
Pietro agitò la testa sul cuscino. Non capii se stesse dicendo di no o se volesse ricordare qualcosa. La dottoressa, rientrata per controllarlo, ci invitò a lasciarlo riposare. Non gli chiesi altro. Avevamo già rischiato abbastanza insistendo con un uomo appena uscito da una situazione tanto grave.
All’uscita dal reparto, Chiara si appoggiò al muro del corridoio. Mi raccontò che tre settimane prima lo zio le aveva chiesto se conservasse ancora il nome di un avvocato che aveva seguito una questione ereditaria della famiglia. Non aveva voluto spiegare il motivo. Lei aveva promesso di mandarglielo e poi se n’era dimenticata, sommersa dal lavoro.
«Non sei responsabile di quello che è successo», dissi.
«Forse. Ma lui mi aveva chiesto aiuto nel solo modo che conosceva.»
Tornammo al palazzo con una decisione semplice: nessuno sarebbe entrato nell’appartamento senza il consenso di Pietro o senza le necessarie indicazioni delle autorità. Chiara avrebbe parlato con il personale sanitario e con chi seguiva la vicenda; io avrei badato a Bruno e aiutato Teresa a riferire quanto aveva visto. Non ci interessava inseguire Sergio per le scale per ottenere risposte improvvisate.
Quando aprii la porta di casa, Bruno si precipitò verso Chiara. Lei si inginocchiò e nascose per un istante il viso nel suo pelo. Poi tirò fuori il telefono. Sullo schermo compariva un messaggio ricevuto dallo zio quattro giorni prima, che non mi aveva ancora mostrato.
«Se qualcuno dice che voglio vendere casa, non credergli. Non ho firmato niente.»
Chiara me lo lesse due volte. Finalmente capii perché Pietro avesse chiesto un avvocato. Ma non sapevo ancora chi stesse raccontando quella bugia, né fino a che punto fosse arrivato per renderla credibile.













