«L’appartamento è vuoto! Porti via quel cane!»
L’amministratore del condominio afferrò la pettorina blu di Bruno, cercando di trascinarlo lontano dalla porta.
Ma il vecchio Labrador non si mosse.
Continuò a grattare il legno con una zampa, fissando ostinatamente lo spazio sotto la porta.
«Bruno, vieni», provai a chiamarlo.
Niente.
Non si voltò nemmeno.
Mi chiamo Giulia Ferraro e vivo da sette anni in un vecchio palazzo a Castelletto, sulle alture di Genova.
Conoscevo Bruno da quando era ancora un cane giovane.
Il suo padrone, Pietro Marinelli, abitava al terzo piano. Aveva settantotto anni, camminava lentamente e ogni mattina scendeva con Bruno per la solita passeggiata.
Era un uomo riservato.
Non raccontava molto della propria vita, ma non dimenticava mai di salutare qualcuno sulle scale.
E Bruno era il suo inseparabile compagno.
Di solito, quando Pietro pronunciava il suo nome, il cane gli si avvicinava immediatamente.
Quella mattina, però, Bruno si comportava in modo completamente diverso.
Lo avevo trovato davanti alla porta dell’appartamento, senza Pietro.
Non sapevo come fosse arrivato sul pianerottolo.
La porta era chiusa.
Bruno continuava a grattarla, interrompendosi soltanto per annusare la fessura vicino al pavimento.
All’inizio avevo pensato che Pietro fosse uscito per una commissione.
Ma erano passati diversi minuti.
E Bruno non aveva smesso.
Quando Sergio Bassi, l’amministratore, era arrivato sul pianerottolo dopo le lamentele di un vicino, aveva immediatamente perso la pazienza.
«Basta con questo rumore. Porti giù il cane.»
«È di Pietro. Forse dovremmo cercarlo.»
Sergio aveva scosso la testa.
«Il signor Marinelli è partito.»
Lo guardai sorpresa.
«Partito?»
«Per qualche giorno. L’appartamento è vuoto.»
«E Bruno?»
«Non lo so. Qualcuno doveva occuparsene.»
Quel modo di rispondere mi aveva lasciata perplessa.
Pietro non era il tipo di persona che dimenticava il proprio cane.
Una volta, durante un temporale, lo avevo visto aspettare quasi mezz’ora sotto il portone perché Bruno aveva paura di attraversare la strada bagnata.
Quando gli avevo offerto un passaggio, aveva sorriso.
«Prima lui, poi io. È sempre stato così.»
Non era una frase importante.
Eppure, in quel momento, sul pianerottolo, continuava a tornarmi in mente.
«Da quando sarebbe partito?» chiesi.
Sergio sospirò.
«Signora Ferraro, non sono informazioni che devo dare a tutti i condomini.»
«Non glielo sto chiedendo per curiosità.»
«Allora mi aiuti a spostare il cane.»
Si chinò e prese nuovamente la pettorina di Bruno.
Il Labrador fece un passo all’indietro, poi tornò subito contro la porta.
Sergio lasciò andare la presa.
«È impossibile.»
Mi inginocchiai accanto a Bruno.
Gli accarezzai il collo.
«Ehi, vecchietto. Che cosa c’è?»
Bruno respirava in fretta.
Non sembrava aggressivo.
Sembrava agitato.
Guardava la porta, poi me, poi ancora la porta.
Per un istante appoggiò il muso contro il legno.
E rimase perfettamente immobile.
«Ha sentito?» domandai.
«Che cosa?»
Non risposi.
Mi sembrava di aver percepito un suono molto debole dall’altra parte.
Qualcosa che strisciava sul pavimento.
Accostai l’orecchio alla porta.
Silenzio.
«Pietro?» chiamai.
Aspettai.
«Signor Marinelli, sono Giulia. Mi sente?»
Nessuna risposta.
Sergio si passò una mano sulla fronte.
«Gliel’ho detto. Non c’è nessuno.»
Feci per rialzarmi.
Poi Bruno sollevò improvvisamente le orecchie.
La sua zampa si fermò a pochi centimetri dalla porta.
Un rumore.
Questa volta lo sentii chiaramente.
Era stato lieve, appena percettibile.
Come un oggetto sfiorato da qualcuno che non aveva abbastanza forza per spostarlo.
Guardai Sergio.
«Qualcosa si è mosso.»
«Saranno le tubature.»
«Non sembravano tubature.»
«Signora, per favore. Non inventiamoci problemi.»
Avrei potuto ascoltarlo.
Avrei potuto accompagnare Bruno al piano terra, cercare il numero di Pietro e aspettare che qualcuno mi spiegasse dove fosse andato.
Ma il cane non aveva smesso di guardare quel punto preciso.
E io non riuscivo a ignorarlo.
Fu allora che notai il vecchio sportellino della posta.
Era in ottone, montato nella parte inferiore della porta di legno scuro.
Lo avevo visto centinaia di volte.
Pietro aveva sempre detto che non voleva sostituirlo, perché apparteneva alla porta originale dell’appartamento.
Mi inginocchiai nuovamente.
«Che cosa sta facendo?» chiese Sergio.
«Voglio guardare dentro.»
«Non può mettersi a curiosare in casa degli altri.»
«Sto solo aprendo lo sportellino.»
Appoggiai le dita sul piccolo bordo metallico.
Era freddo.
Lo sollevai.
All’inizio vidi soltanto oscurità e una striscia di pavimento.
«Pietro?» chiamai ancora.
Nessuna voce.
Ma qualcosa si mosse.
Trattenni il respiro.
Avvicinai leggermente il viso all’apertura.
E allora la vidi.
Una mano.
Non uscì completamente dallo sportellino.
Comparvero prima due dita pallide.
Poi altre dita, tremanti, che cercavano debolmente di avvicinarsi all’apertura.
Mi irrigidii.
Dall’altra parte della porta c’era una persona.
Viva.
Abbastanza vicina da cercare di raggiungermi.
E abbastanza debole da non riuscire nemmeno a parlare.
«Oddio…»
Indietreggiai di pochi centimetri.
Bruno emise un guaito sommesso.
La mano si mosse ancora.
Non c’erano più dubbi.
Mi voltai di scatto verso Sergio.
«C’è qualcuno dentro! Chiami subito il 112!»
L’amministratore rimase immobile.
Il colore gli scomparve dal viso.
Guardò lo sportellino aperto, poi la porta, senza pronunciare una parola.
Bruno smise finalmente di grattare.
Appoggiò il muso contro il legno e rimase lì.
Io continuavo a fissare Sergio.
Poco prima mi aveva assicurato che l’appartamento fosse vuoto.
Adesso una mano tremante aveva appena dimostrato il contrario.
E non riuscivo a capire perché ne sembrasse tanto sconvolto.













