La scoperta del cognome non era un segreto per chi lavorava lì da anni.
Lo era per me.
E improvvisamente spiegava molte cose: la fiducia assoluta, il modo in cui Camilla poteva interrompere Alberto senza essere fermata, la facilità con cui certe decisioni passavano direttamente dalla sua scrivania.
Alberto sembrò accorgersi del mio sguardo.
«È mia sorella minore.»
Camilla chiuse gli occhi.
«Non c’entra niente.»
«C’entra tutto», disse Davide.
Era rimasto in una sala separata fino a quel momento. Quando gli agenti lo riportarono nell’atelier, gli mostrarono le fatture.
«Francesca è tua sorella?» chiese Alberto a Camilla.
Camilla non rispose.
Alberto fece un passo verso di lei.
«Ho chiesto se Francesca è tua sorella.»
«Sorellastra.»
«Da quanto tempo lavora con noi?»
«La sua società è un intermediario come gli altri.»
«Da quanto?»
«Due anni.»
Alberto afferrò lo schienale di una sedia.
«E tu hai approvato le fatture.»
«Perché i materiali arrivavano.»
«Non tutti.»
«Questo va dimostrato.»
L’avvocato di Camilla intervenne, ma Alberto ormai non lo ascoltava.
La polizia sequestrò copie digitali dei registri acquisti e chiese accesso ai conti aziendali relativi ai fornitori. L’indagine vera sarebbe durata settimane. Quello che potevamo stabilire quel giorno era soltanto l’inizio.
Eppure bastò un’ora per trovare il primo trasferimento.
La società di Francesca aveva ricevuto pagamenti per ordini che, secondo i registri del distributore originale, non erano mai stati spediti.
Sara si sedette accanto a me.
«Quindi Lucia aveva ragione.»
«Su Camilla, forse.»
«Ma non sulle spille.»
Annuii.
Era importante non confondere le due cose.
Avere ragione su una frode non rendeva giusto mettere qualcuno in pericolo.
Quello fu anche il punto che Elena pretese fosse messo a verbale.
«Non voglio che questa storia diventi “una donna coraggiosa ha salvato l’atelier”», disse indicando Lucia. «Io avrei indossato quel vestito.»
Lucia pianse.
Non cercò scuse.
«Hai ragione.»
Elena la fissò a lungo.
«Non so ancora se riesco ad accettare le tue scuse.»
«Non te lo chiedo.»
Era la prima frase davvero onesta che sentivo da lei.
Intanto Alberto ricevette una seconda notizia.
Paolo aveva fatto controllare gli accessi al server di cinque mesi prima. Non solo l’account di Davide era stato usato mentre lui era fuori città. Quel giorno il badge di Camilla risultava entrato nell’ufficio produzione tre minuti prima dell’accesso.
Non era una prova definitiva che fosse stata lei a copiare i file.
Ma era abbastanza da cambiare la storia del licenziamento.
Alberto chiamò Davide nel suo ufficio.
Io non avrei dovuto esserci.
Fu Davide a chiedere che restassi.
«Lei ha trovato le spille», disse. «Preferisco avere un testimone che non appartiene alla famiglia.»
Alberto incassò la frase senza protestare.
Per qualche secondo rimase in silenzio.
Poi disse: «Ti devo delle scuse.»
Davide appoggiò le mani sulle ginocchia.
«Non mi basta.»
«Lo so.»
«Ho perso il lavoro. Ho perso due colloqui perché qualcuno ha fatto circolare la storia che avevo rubato proprietà intellettuale.»
Alberto annuì.
«Lo so.»
«No. Adesso lo sai.»
La differenza era piccola e enorme.
Alberto abbassò il capo.
«Hai ragione.»
Gli offrì di rientrare subito.
Davide rifiutò.
«Non voglio il mio vecchio posto come risarcimento.»
«Allora dimmi cosa vuoi.»
«Una rettifica scritta. A tutti quelli a cui avete comunicato il motivo del licenziamento. E voglio che la mia uscita venga registrata come contestazione illegittima finché l’indagine non chiarisce tutto.»
Alberto annuì.
«Lo farò.»
«E non licenziare Sara per quello che ha detto oggi.»
«Non avevo intenzione di farlo.»
Davide lo guardò.
«Cinque mesi fa nemmeno io pensavo che avessi intenzione di licenziarmi.»
Alberto non trovò risposta.
Prima che Davide lasciasse l’ufficio, Alberto gli chiese un’ultima cosa.
«Perché sei venuto ieri sera, davvero? Non solo per il messaggio.»
Davide rimase in silenzio qualche secondo.
«Perché una parte di me voleva ancora che scopriste che non ero quello che avevate deciso che fossi.»
La risposta cambiò l’espressione di Alberto.
Non c’era rabbia in Davide. Era peggio. C’era il residuo di un bisogno che non avrebbe dovuto esistere dopo cinque mesi.
«Quando mi hai licenziato», continuò, «non mi importava soltanto del posto. Mi importava che pensassi davvero che fossi capace di rubare il lavoro degli altri.»
Alberto abbassò gli occhi.
«Ti avevo dato fiducia.»
«No. Mi avevi dato fiducia finché non è diventata scomoda.»
Io rimasi immobile vicino alla porta.
Capivo perché Davide avesse voluto un testimone. Non era una trattativa sul lavoro. Era il momento in cui costringeva Alberto a guardare il costo umano di una decisione presa troppo in fretta.
«Non posso restituirti quei cinque mesi», disse Alberto.
«No.»
«Ma posso smettere di difendere la scelta che li ha causati.»
Davide annuì una volta.
Sembrava poco.
In realtà era il primo punto in cui la conversazione smetteva di essere una giustificazione e diventava una responsabilità.
Quando uscimmo, Camilla era ancora con gli agenti. Francesca era stata convocata.
La collezione, intanto, sembrava destinata a saltare.
Il cliente principale minacciava di ritirarsi. Elena non voleva più indossare l’abito, e nessuno poteva biasimarla.
Fu lei, però, a sorprenderci.
«Non indosserò quello.»
Indicò il vestito con la fodera aperta.
«Ma se ne fate un altro senza scorciatoie, posso tornare tra quarantotto ore.»
Alberto la fissò.
«Non c’è tempo.»
«Allora non fatelo.»
La semplicità della risposta ci zittì.
Io pensai alle tre settimane trascorse lì, a quanto spesso avevo visto persone correre per rispettare una scadenza come se una data fosse più importante delle persone che la rendevano possibile.
Alberto guardò i tavoli.
Poi prese una decisione che nessuno si aspettava.
«La sfilata viene rinviata.»
Camilla, dal fondo della sala, si voltò.
«Non puoi.»
Alberto la guardò.
«Posso.»
«Perderemo il cliente.»
«Forse.»
«Perderemo soldi.»
«Sicuramente.»
Fece una pausa.
«Ma oggi ho già visto cosa succede quando per non perdere soldi perdi il giudizio.»
Quella sera l’atelier chiuse.
Per la prima volta da quando lavoravo lì, nessuno rimase fino a notte.
Prima di andarsene, Alberto si fermò accanto al mio tavolo.
«Giulia.»
Alzai lo sguardo.
«Se stamattina avessi posato quelle forbici quando te l’ho ordinato, Elena avrebbe provato il vestito.»
Non sapevo cosa dire.
Lui continuò.
«Domani non venire come stagista.»
«In che senso?»
«Vieni come parte del team.»
Era una frase semplice.
Eppure sapevo che il giorno dopo non avremmo ricominciato soltanto una collezione.
Avremmo dovuto decidere che tipo di atelier volevamo essere dopo aver scoperto cosa eravamo stati.













