Davide posò la cartellina sul tavolo, ma non gli permisero di toccare altro.
Gli agenti separarono noi dipendenti e iniziarono a raccogliere dichiarazioni. Io finii nella piccola sala riunioni con Alberto, Paolo e uno dei poliziotti. Attraverso il vetro opaco vedevo soltanto ombre muoversi.
Davide spiegò di aver ricevuto due giorni prima una fotografia anonima sul telefono. Mostrava il suo vecchio badge appoggiato su un tavolo dell’atelier.
Sotto, un messaggio:
DOMANI SERA. SE VUOI SAPERE CHI TI HA DISTRUTTO, VIENI DA SOLO.
«Perché non ha chiamato la polizia?» chiese l’agente.
Davide fece un sorriso amaro.
«Cinque mesi fa ho provato a parlare. Mi hanno fatto passare per un ladro.»
Alberto abbassò lo sguardo.
«E il badge?»
«Era in una busta dietro un vaso all’ingresso. Come scritto nel secondo messaggio.»
«Chi le ha mandato i messaggi?»
«Numero anonimo.»
«E una volta dentro?»
Davide raccontò di aver trovato le luci del corridoio campionario accese. Nessuno si era fatto vedere. Aveva sentito un rumore nella sala principale e poi una voce, bassa, alterata.
«Mi ha detto di guardare nella giacca. Ho trovato il foglio già piegato.»
«Quello con la frase?»
«Sì. L’ho infilato nella spallina come mi era stato ordinato.»
Alberto scattò.
«Quindi ha comunque manomesso un capo.»
Davide annuì.
«Lo so. È stato stupido. Ma pensavo che qualcuno volesse costringervi a controllare i documenti.»
«Quali documenti?»
Davide indicò la cartellina.
Per anni aveva gestito anche parte dei consumi tecnici: tele, stecche, fodere pregiate, ricami, minuteria. Cinque mesi prima aveva notato acquisti fatturati all’atelier che non arrivavano mai ai tavoli di lavoro. Piccole quantità, mai abbastanza da saltare subito all’occhio. Sommate, però, valevano decine di migliaia di euro.
«Ho chiesto spiegazioni a Camilla», disse.
«E lei?» chiese l’agente.
«Mi ha detto che erano variazioni di progetto. Poi una settimana dopo Alberto ha trovato sul mio computer file copiati.»
Alberto si passò una mano sul viso.
«I file c’erano.»
«Certo. Me li avevano messi.»
«Puoi provarlo?»
Davide aprì un’altra busta trasparente.
«Non allora. Forse adesso sì.»
C’erano screenshot di accessi al server avvenuti durante una giornata in cui Davide risultava a Como per un fitting. L’account usato era il suo, ma l’accesso fisico proveniva da una postazione interna dell’atelier.
Paolo controllò.
«Quella postazione è nell’ufficio produzione.»
Camilla lavorava lì.
Ma non era l’unica.
«Questo non dimostra chi fosse seduto alla scrivania», disse Alberto.
«No», rispose Davide. «Dimostra soltanto che non ero io.»
Quando uscimmo dalla sala, Sara era seduta vicino alla finestra con un bicchiere d’acqua. Mi fece cenno.
«Devo dirti una cosa.»
Ci allontanammo abbastanza da non essere sentite.
«Ieri sera non ho detto tutto.»
«Lo avevo capito.»
Lei abbassò gli occhi.
«Quando sono tornata, ho visto Camilla.»
Mi si bloccò il respiro.
«Dove?»
«Nella scala di servizio.»
«Ma il badge dice che era già uscita.»
«La scala non richiede badge per scendere. Solo per entrare dal piano.»
«Se era già dentro…»
Sara annuì.
«Poteva uscire senza lasciare un secondo log.»
«Perché non l’hai detto subito?»
Il volto di Sara si contrasse.
«Perché mia sorella lavora per un fornitore che dipende quasi completamente da questo atelier. Camilla me lo ha ricordato una settimana fa, quando le ho fatto una domanda sui materiali mancanti.»
Capivo finalmente la paura nei suoi occhi.
Non era soltanto paura di essere accusata.
Era paura di perdere il lavoro e trascinare con sé qualcun altro.
«Che domanda le hai fatto?»
«Avevo trovato tre rotoli di seta registrati come consegnati. Non li avevo mai visti.»
«E lei?»
«Mi ha detto di occuparmi delle cuciture.»
Un agente chiamò Sara per integrare la dichiarazione.
Lei si alzò.
«Vieni con me.»
«Non posso.»
«Non dentro. Fino alla porta.»
Lo feci.
Mentre attraversavamo l’atelier, Camilla ci vide. I suoi occhi si posarono prima su Sara, poi su di me.
Non disse niente.
Fu peggio.
Prima che Sara entrasse a integrare la dichiarazione, mi prese il polso.
«Se mi chiedono perché non ho parlato prima, cosa dico?»
«La verità.»
«La verità mi fa sembrare codarda.»
«La paura non è la stessa cosa della codardia.»
Mi guardò come se volesse credermi ma non ci riuscisse.
«È facile dirlo quando non hai qualcuno che può perdere il lavoro per colpa tua.»
Aveva ragione. Io non conoscevo sua sorella. Non sapevo cosa significasse per la loro famiglia quello stipendio. Non avevo il diritto di trasformare il suo silenzio in una lezione morale.
«Allora racconta anche questo», dissi. «Racconta perché avevi paura.»
Sara annuì.
Quando uscì dalla stanza mezz’ora dopo, aveva gli occhi rossi ma il passo più fermo.
Più tardi mi disse che aveva consegnato agli agenti tre messaggi vocali di Camilla. Nessuno conteneva una minaccia esplicita. Erano peggio proprio per questo.
“Non complicare cose che non ti riguardano.”
“Ricordati che certi fornitori vivono della nostra fiducia.”
“Una carriera può diventare molto corta se non capisci quando fermarti.”
Frasi che, prese singolarmente, potevano essere spiegate.
Messe una accanto all’altra, raccontavano un metodo.
Paolo fece una copia dei messaggi.
Alberto li ascoltò una sola volta.
Dopo, non chiese a Sara perché avesse aspettato.
Le disse soltanto: «Avresti dovuto sentirti libera di portarmeli.»
Sara rispose piano: «Non mi sentivo libera.»
Quella frase ferì Alberto più di qualsiasi accusa.
Dopo quasi un’ora, la polizia chiese a Camilla di consegnare il telefono aziendale e quello personale. Lei protestò, chiamò un avvocato e rifiutò di parlare senza di lui.
Alberto rimase in piedi accanto al vestito aperto.
Sembrava invecchiato di dieci anni.
«Perché non hai ascoltato Davide?» gli chiesi.
La domanda mi uscì prima che potessi fermarla.
Lui non si offese.
«Perché Camilla lavorava con me da dodici anni.»
«E quindi?»
«E quindi quando devi scegliere tra una persona che conosci da dodici anni e una che ti porta un sospetto senza prove… scegli la storia che ti costa meno credere.»
Guardò le spille.
«A volte è proprio quella che finisce per costarti di più.»
Nel tardo pomeriggio arrivò il primo risultato dal telefono di Davide. Il numero anonimo che lo aveva contattato era stato generato attraverso un servizio online, ma il pagamento dell’account lasciava una traccia.
Una carta prepagata.
Acquistata in un tabacchi vicino a Porta Genova.
Paolo recuperò le immagini della telecamera del negozio.
Sul monitor comparve una donna con cappotto beige e occhiali scuri.
Camilla disse immediatamente: «Non sono io.»
Aveva ragione.
Non era lei.
Sara si avvicinò allo schermo.
«Io la conosco.»
La donna nel video era Marta, la sarta che aveva lavorato all’orlo del vestito fino alle diciotto e venti.
Quando Paolo pronunciò il suo nome, Alberto chiuse gli occhi.
Perché Marta non era venuta al lavoro quella mattina.
E nessuno, fino a quel momento, si era chiesto perché.













