«Posa quelle forbici. Adesso.»
La voce di Alberto Conti fermò l’intero atelier.
Io no.
Avevo ancora le forbici in mano, la punta infilata appena sotto il rivestimento interno dell’abito.
«Giulia.»
Questa volta pronunciò il mio nome.
Più lentamente.
Più pericolosamente.
«Ho detto di posarle.»
Tutti mi stavano guardando.
Camilla aveva smesso di parlare con una sarta vicino allo specchio.
Elena, la modella che avrebbe indossato l’abito nel fitting del pomeriggio, era immobile sul piccolo piedistallo davanti agli specchi.
Sara aveva ancora un rocchetto di filo in mano.
Io guardavo soltanto il vestito.
Era il pezzo più importante della giornata.
Seta avorio.
Ricami fatti a mano.
Pannelli interni costruiti per mantenere la forma senza rendere il capo rigido.
Valore stimato: ventimila euro.
Forse di più, dopo la sfilata.
Io ero l’ultima persona che avrebbe dovuto avvicinarsi a quel capo con un paio di forbici.
Ero lì da tre settimane.
Stage.
Nessuna autorità.
Nessun diritto di modificare niente senza permesso.
«Giulia», disse Camilla. «Fai quello che ti ha detto.»
Inspirai lentamente.
«C’è qualcosa dentro.»
Alberto mi fissò.
«Dentro cosa?»
Indicai la cucitura laterale.
«Qui.»
Camilla si avvicinò.
«È la struttura.»
«No.»
La sua espressione cambiò appena.
Non era abituata a sentirsi dire di no da una stagista.
«Come sarebbe a dire no?»
Passai due dita sul tessuto.
La parte esterna era perfetta.
Ma sotto il rivestimento c’era una rigidità strana.
Una serie di piccoli punti duri.
Regolari.
Troppo regolari.
Me ne ero accorta dieci minuti prima, mentre spostavo il vestito dal manichino al supporto.
All’inizio pensavo fossero perline finite nella fodera.
Poi avevo sentito qualcosa pungere attraverso il tessuto.
Non forte.
Abbastanza.
Avevo controllato di nuovo.
Ed ero andata a prendere le forbici.
Alberto fece due passi verso di me.
«Sai quanto vale questo abito?»
«Sì.»
«Allora allontanati.»
Elena scese dal piedistallo.
«Che succede?»
Nessuno le rispose.
Alberto allungò una mano verso le forbici.
Io le spostai indietro.
La sala reagì come se avessi appena commesso un crimine.
Camilla fece un passo avanti.
«Giulia, basta.»
«Se lo indossa così, potrebbe farsi male.»
Elena mi guardò.
Alberto smise di muoversi.
«Cosa hai detto?»
Indicai di nuovo il punto.
«C’è qualcosa sotto la fodera.»
Sara abbassò lentamente il rocchetto di filo.
La vidi.
Solo per un istante.
Guardò la cucitura.
Poi guardò Camilla.
Non sapevo perché.
Ma lo notai.
Alberto prese il tessuto tra le dita.
Premette.
Il suo volto cambiò.
Appena.
«Aprilo», disse Camilla.
Alberto la guardò.
«No.»
Poi guardò me.
«Posa le forbici.»
Quella fu la cosa che non capii.
Aveva sentito anche lui.
Ne ero sicura.
Ma non voleva tagliare.
Forse perché mancavano poche ore al fitting.
Forse perché un taglio sulla fodera poteva essere riparato, ma un ritardo davanti a un cliente importante no.
Elena fece un altro passo verso il vestito.
«Se c’è qualcosa dentro, voglio saperlo.»
Alberto espirò.
Poi indicò il tavolo.
«Portatelo lì.»
Camilla prese l’abito dal supporto.
Io la aiutai.
Quando il tessuto si mosse, sentii di nuovo quel rumore.
Piccolissimo.
Metallo contro metallo.
Alzai gli occhi.
Sara mi stava guardando.
«Hai sentito?» chiesi.
Lei non rispose.
Camilla posò l’abito sul tavolo.
«Fammi vedere.»
Passai un dito sulla linea della fodera.
Uno.
Due.
Tre punti duri.
Poi altri.
Camilla corrugò la fronte.
Alberto si avvicinò.
«Taglia solo la fodera.»
Annuii.
Portai la punta delle forbici sul tessuto.
La mano mi tremava.
Non per il valore dell’abito.
Per quello che ormai temevo di trovare.
Feci un taglio corto.
Cinque centimetri.
La fodera si aprì.
Qualcosa cadde sul tavolo.
Un piccolo oggetto metallico.
Poi un altro.
Poi altri tre.
Camilla fece un passo indietro.
Io sollevai appena la fodera.
Una fila di spille metalliche era incastrata all’interno, con le punte rivolte verso il corpo.
Elena portò una mano alla bocca.
«Dio mio.»
Alberto non disse niente.
Con due dita tirai fuori un’altra spilla.
Poi un’altra.
Una cadde sul pavimento.
Il rumore sembrò molto più forte di quanto fosse davvero.
Nessuno nell’atelier parlava più.
Guardai la cucitura.
Non c’era modo che fossero finite lì durante una normale lavorazione.
Erano troppo allineate.
Troppo profonde.
Troppo deliberatamente nascoste.
Alzai lo sguardo.
Sara era diventata pallida.
Camilla invece non guardava me.
Guardava le spille.
Alberto ne raccolse una dal tavolo.
La girò lentamente tra le dita.
«Chi ha chiuso questa fodera?»
Silenzio.
Nessuno rispose.
Io lasciai cadere l’ultima spilla accanto alle altre.
Poi guardai Alberto.
«Queste non ci sono finite per caso.»













