Paolo portò il biglietto e le spille nell’ufficio sicurezza al piano terra. Alberto voleva chiamare subito la polizia. Camilla disse che prima dovevamo capire se si trattava davvero di sabotaggio o di una provocazione interna.
«Una provocazione interna con diciassette punte rivolte contro il corpo di Elena?» chiesi.
Camilla mi fulminò con lo sguardo.
«Tu sei qui da tre settimane. Non conosci la pressione di una collezione come questa.»
«La pressione non mette spille nelle fodere.»
Alberto non mi rimproverò.
Quello fu il momento in cui capii che la gerarchia dell’atelier si era incrinata.
I log dei badge arrivarono alle undici e quaranta.
Paolo li lesse davanti a noi.
Camilla era uscita dal quarto piano alle 20:07.
Il suo badge non risultava rientrato.
Sara era entrata alle 20:34 ed era uscita alle 20:41.
Poi c’era un terzo accesso.
Badge amministrativo temporaneo.
20:22.
Uscita: 20:49.
«A chi appartiene?» chiese Alberto.
Paolo scorse il registro.
«Era stato assegnato a Davide Rinaldi.»
Alberto si irrigidì.
Io non conoscevo quel nome.
Sara sì.
Camilla anche.
«Chi è?» chiesi.
Alberto appoggiò entrambe le mani sul tavolo.
«Un ex modellista.»
Camilla aggiunse: «Licenziato cinque mesi fa.»
«Perché?»
Alberto mi guardò.
«Aveva copiato materiale tecnico per un colloquio con un concorrente.»
Sara scosse la testa.
«Non è per questo che se n’è andato.»
Camilla si voltò.
«Sara.»
«No. Adesso basta.»
La sua voce tremava, ma non era più paura soltanto.
«Davide aveva segnalato che alcuni costi di lavorazione venivano spostati da un progetto all’altro. Diceva che mancavano materiali. Che i registri non tornavano.»
Alberto fissò Camilla.
«Questa storia era stata verificata.»
«Da chi?»
Nessuno rispose.
Sara continuò.
«Da Camilla.»
Il silenzio diventò pesante.
Camilla rise senza allegria.
«Stiamo parlando di un uomo che ha rubato file aziendali.»
«Forse li ha copiati perché sapeva che gli originali sarebbero spariti.»
«Questa è una fantasia.»
Paolo sollevò il badge temporaneo.
«La domanda resta. Perché un badge disattivato risulta usato ieri sera?»
Controllò il sistema con il tecnico del palazzo. Dopo venti minuti scoprimmo che il badge non era stato disattivato correttamente. Continuava ad aprire il quarto piano.
Alberto diventò livido.
«Chi lo sapeva?»
Paolo rispose: «Chiunque avesse provato.»
La spiegazione sembrava semplice. Troppo semplice.
Davide poteva essere entrato, inserire le spille e lasciare il messaggio. Un ex dipendente arrabbiato. Un sabotaggio contro l’atelier. Caso quasi chiuso.
Ma una cosa non tornava.
«Sara», dissi, «quando sei rientrata, hai visto qualcuno uscire?»
«No.»
«Hai sentito la voce da dove?»
Lei chiuse gli occhi per ricordare.
«Dal corridoio del campionario.»
«Maschile o femminile?»
«Non lo so. Era bassa.»
Camilla sbuffò.
«Conveniente.»
Sara la ignorò.
«Però ho sentito una frase.»
Alberto si avvicinò.
«Quale?»
«“Non qui. Nel vestito.”»
Sentii il cuore accelerare.
«Se Davide era solo», dissi, «con chi parlava?»
Nessuno rispose.
Paolo controllò le telecamere del corridoio. Il problema era l’angolo: la porta dell’atelier veniva ripresa, ma non il tratto interno. Alle 20:21 si vedeva una persona entrare con un cappellino e una giacca scura. Il volto restava basso.
Alle 20:48 usciva la stessa figura.
«Davide?» chiese Alberto.
Paolo fermò l’immagine.
La corporatura poteva essere la sua.
Ma la qualità non bastava.
Davide raccontò anche un dettaglio che nessuno gli aveva chiesto.
Quando era entrato la sera prima, il vestito avorio era già sul supporto centrale. Non lo aveva toccato. Aveva seguito la voce fino alla zona del campionario e, dopo aver trovato il biglietto nella giacca, aveva avuto la sensazione di non essere solo.
«Hai visto qualcuno?» chiese l’agente.
«No.»
«Sentito passi?»
«Sì. Dietro la porta del magazzino.»
Paolo controllò il registro della serratura interna. Quella porta non aveva badge. Chiunque fosse già nell’atelier poteva usarla.
«Perché non sei andato a vedere?» domandò Alberto.
Davide sorrise senza allegria.
«Perché cinque mesi fa ho già imparato cosa succede quando provo a dimostrare qualcosa da solo.»
Quella frase fece abbassare gli occhi ad Alberto.
Io osservai Camilla. Non sembrava spaventata dalla presenza di Davide. Sembrava irritata dal fatto che stesse parlando.
Quando gli agenti gli chiesero della cartellina, lui spiegò di aver conservato copie di tutto dopo il licenziamento. All’inizio per difendersi. Poi perché aveva iniziato a pensare che il problema dei materiali non fosse un errore amministrativo.
«C’erano sempre le stesse approvazioni», disse.
«Di chi?» chiese l’agente.
Davide guardò verso l’ufficio produzione.
Non pronunciò un nome.
Non serviva.
Per la prima volta, vidi Camilla smettere di sostenere lo sguardo degli altri. In quel gesto minuscolo c’era qualcosa che nessun registro poteva ancora dimostrare, ma che rese improvvisamente più difficile accettare la versione più comoda.
Poi notai la mano.
La persona teneva qualcosa di rosso.
«Ingrandisci.»
Paolo lo fece.
Un pezzo di tessuto.
Un foulard.
Guardai lo scaffale.
La borsa di Camilla non c’era più. Lei l’aveva portata con sé quando era uscita dalla sala.
«Il foulard», dissi.
Camilla si girò lentamente.
«Cosa?»
«Quello sulla tua borsa.»
«Ce ne sono migliaia uguali.»
«Certo.»
La risposta mi uscì troppo in fretta.
Alberto mi lanciò uno sguardo, ma non disse nulla.
Paolo copiò il filmato.
A quel punto Alberto chiamò la polizia.
Due agenti arrivarono poco dopo mezzogiorno. Fecero domande, presero il badge, il biglietto e le spille. Chiesero il numero di Davide.
Camilla lo fornì.
«Non vi risponderà», disse.
«Perché?» chiese uno degli agenti.
«Perché sa di essere nei guai.»
Ma Davide rispose al primo tentativo.
E accettò di venire.
Arrivò quarantacinque minuti dopo.
Non sembrava un uomo che stava scappando. Aveva un casco da scooter sotto il braccio e una cartellina di plastica.
Appena vide Alberto, disse: «Immagino che finalmente abbiate trovato qualcosa.»
Camilla diventò bianca.
L’agente lo fermò.
«Lei è entrato qui ieri sera?»
Davide annuì.
«Sì.»
Un mormorio attraversò la sala.
«Ha nascosto delle spille dentro un abito?»
«No.»
«Ha lasciato un biglietto?»
«Sì.»
Alberto fece un passo avanti.
«Perché?»
Davide alzò la cartellina.
«Perché sono mesi che cercate il problema nel posto sbagliato.»
La aprì.
Dentro c’erano copie di fatture, ordini, fotografie e fogli di lavorazione.
«Io non sono tornato per rovinare la collezione», disse.
Poi guardò Camilla.
«Sono tornato perché qualcuno stava per farvi credere che fossi stato io.»













