«Ho pagato. Dammi le chiavi.»
Riccardo Valentini teneva la mano aperta davanti a me.
Le chiavi della sua auto erano nel mio pugno.
Non gliele diedi.
«Un momento.»
Il suo sguardo scese sulla mia mano.
Poi tornò sul mio viso.
«Quale parte di “ho pagato” non hai capito?»
Dietro di lui, Enzo uscì dall’ufficio con la ricevuta ancora in mano.
«Andrea, consegna la macchina al signore.»
Guardai il proprietario dell’officina.
«Devo controllare un’ultima cosa.»
Enzo sospirò.
«L’hai già controllata.»
Era vero.
Avevamo cambiato le pastiglie anteriori, sistemato un problema al sensore e fatto il controllo finale.
La berlina nera di Riccardo era pronta da quasi venti minuti.
Il cliente aveva pagato.
Avrebbe dovuto salire, accendere il motore e andarsene.
Ma mentre spostavo il sedile del guidatore per togliere la protezione di plastica, avevo visto qualcosa.
Un piccolo bordo nero.
Nascosto sotto la struttura metallica.
All’inizio avevo pensato fosse parte del cablaggio.
Poi avevo notato che non c’era nessun filo.
«Andrea.»
La voce di Enzo diventò più dura.
«Le chiavi.»
Riccardo fece un passo verso di me.
Indossava un cappotto che probabilmente costava più del mio stipendio mensile e continuava a controllare l’orologio.
«Ho un appuntamento.»
«Ci metto trenta secondi.»
«No. Hai finito.»
Allungò di nuovo la mano.
«Dammi. Le. Chiavi.»
Non mi mossi.
Enzo mi fissò come se volesse strangolarmi.
Riccardo era un cliente nuovo, ma aveva già fatto capire che poteva portare altre auto aziendali in officina.
Per Enzo significava lavoro.
Per me significava che ogni secondo in più stava diventando un problema.
Guardai la berlina.
«Ho visto qualcosa sotto il sedile.»
Riccardo girò appena la testa verso l’auto.
Fu un movimento minuscolo.
Ma lo notai.
«È la mia macchina», disse. «So cosa c’è dentro.»
«Allora non ci vorrà molto.»
Aprii la portiera.
Enzo mi afferrò leggermente per il braccio.
«Andrea, basta.»
«Fammi solo guardare.»
«Hai già fatto il tuo lavoro.»
«Proprio per questo.»
Mi liberai senza forza e mi inginocchiai accanto alla portiera.
Spostai il sedile completamente indietro.
Riccardo rimase alle mie spalle.
Non disse nulla.
Infilai una mano sotto la struttura.
Le dita toccarono plastica liscia.
L’oggetto era fissato al metallo.
Provai a muoverlo.
Resisteva.
Magnete.
«Cos’è?» chiese Enzo.
«Non lo so ancora.»
«Lascialo stare», disse Riccardo.
Mi fermai.
Fu la prima volta che non mi ordinò di restituirgli le chiavi.
Mi voltai appena.
«Pensavo sapesse cosa c’era nella sua macchina.»
Il suo viso rimase impassibile.
«Ho detto di lasciarlo.»
Ora ero certo che dovevo tirarlo fuori.
Afferrai il dispositivo con due dita e feci leva.
Si staccò con un colpo secco.
Era grande poco più di una scatola di fiammiferi.
Nero.
Nessun marchio visibile.
Nessun cavo.
Lo tenni nel palmo.
Enzo si avvicinò.
«Quello non l’abbiamo montato noi.»
«Lo so.»
Giravo l’oggetto tra le dita quando una piccola luce sul lato si accese.
Rossa.
Un lampeggio.
Poi un altro.
Enzo smise di parlare.
«Che diavolo è?»
Scossi la testa.
«Non fa parte dell’auto.»
Alzai lo sguardo verso Riccardo.
Mi aspettavo che si arrabbiasse ancora.
Che dicesse che era suo.
Che cercasse di riprenderlo.
Non fece niente.
Stava fissando il dispositivo.
La mano che pochi secondi prima pretendeva le chiavi era scesa lentamente lungo il fianco.
«Signor Valentini?» disse Enzo.
Riccardo non rispose.
La luce rossa lampeggiò ancora.
Una volta.
Due.
Guardai Enzo.
Anche lui aveva notato il cambiamento.
«Lei sa cos’è?» gli chiesi.
Riccardo sollevò finalmente gli occhi.
Non sembrava più arrabbiato.
Sembrava preoccupato.
Poi guardò verso l’ingresso dell’officina.
Come se improvvisamente volesse sapere chi potesse essere lì fuori.
E fu in quel momento che capii che il problema non era più decidere se restituirgli le chiavi.
Il problema era capire perché un uomo così sicuro di sé fosse diventato silenzioso appena aveva visto quell’oggetto.













