La prima volta che mia figlia mi disse che il suo fratellino non era morto, non pianse e non cercò di convincermi. Posò sul tavolo della cucina la vecchia macchina fotografica di suo nonno e indicò una cifra nell’angolo dello schermo.
05:17.
Nella fotografia, mio marito Andrea teneva fra le braccia un neonato avvolto in una coperta verde. Erano dietro il nostro laboratorio di ceramica, sotto la tettoia dove lasciavamo asciugare i vasi. Accanto a lui c’era una donna che apriva lo sportello di un furgone.
Il bambino aveva gli occhi chiusi, ma una manina spuntava dalla coperta. Nella foto successiva, scattata un minuto dopo, quella mano era in una posizione diversa.
Andrea mi aveva detto che nostro figlio era morto alle quattro e quarantacinque.
Diciannove giorni prima, una mareggiata aveva sommerso le strade basse alla periferia di Chioggia. Mi chiamo Marta Bellini, ho trentasei anni e allora ero all’ottavo mese di gravidanza. Avevamo deciso di trascorrere l’ultima settimana prima del parto a casa di mia sorella Silvia, a Padova, più vicina a una struttura ospedaliera. Quella sera, però, la protezione civile aveva chiuso il tratto di strada che dovevamo percorrere.
Alle undici e mezzo cominciarono le contrazioni. Andrea chiamò il 118. Io telefonai a Chiara, un’ostetrica libera professionista che conoscevo dai tempi del liceo. Abitava nell’entroterra e disse che avrebbe cercato di raggiungerci con il fuoristrada del compagno.
Lea, nostra figlia di dieci anni, era seduta sul divano con gli stivali ancora ai piedi. Da settimane disegnava una mappa per Pietro, il fratellino che aspettavamo. Segnava la scuola, il molo, la gelateria all’angolo. Diceva che così, quando fosse cresciuto, non si sarebbe mai perso.
«Vai dalla signora Teresa», le chiesi durante una contrazione. «Ti sentirai più tranquilla.»
«Io sono tranquilla. Ti porto l’acqua.»
Non era tranquilla. Aveva le guance bianche, ma si mise a piegare asciugamani puliti con una concentrazione che mi commosse.
Chiara arrivò poco dopo mezzanotte. La corrente era saltata. Illuminammo la camera al pianterreno con una lampada da lavoro che Andrea usava in cantiere. Pietro nacque prima che l’ambulanza riuscisse a passare. Ricordo il suo pianto, sottile e indignato. Ricordo anche la voce di Chiara, molto più dolce di quella che aveva usato fino a un momento prima.
«Marta, guardami. Sta respirando bene.»
Me lo avvicinò alla guancia. Sentii il suo calore, l’odore di pelle umida, un piccolo movimento contro il mento. Tentai di allungare le braccia, ma Chiara mi disse che dovevano occuparsi di me.
Stavo perdendo troppo sangue.
Gli ultimi minuti si confusero: le mani che premevano sull’addome, Andrea che rispondeva alle domande dei soccorritori, la luce rossa dell’ambulanza sul soffitto. Ricordo di aver chiesto dove fosse Pietro. Qualcuno disse che l’ostetrica sarebbe rimasta con lui. Poi persi conoscenza.
Quando mi svegliai, ero in ospedale, dopo un intervento urgente e due trasfusioni. Andrea era seduto vicino al letto. Aveva il viso scavato e gli occhi arrossati.
«Mi dispiace», disse. «Dopo che ti hanno portata via ha smesso di respirare. Non sono riusciti a salvarlo.»
Chiesi chi avesse provato a rianimarlo, dove fosse adesso. Andrea mi baciò le dita e ripeté che avrebbe pensato lui a tutto. Io avevo la gola secca, la testa pesante e un dolore che non sapevo ancora nominare.
Tornai a casa quattro giorni dopo. Andrea disse di essersi occupato anche delle pratiche e di una piccola cerimonia. Io non avevo visto un certificato, né una bara. Per settimane mi sarei rimproverata di non aver insistito. Allora, riuscire a scendere dal letto sembrava già un’impresa.
Lea non mi chiese mai perché la culla fosse vuota. Smetteva di parlare quando Andrea entrava nella stanza e dormiva con la luce accesa. Pensai che anche lei fosse schiacciata dal lutto. Una sera la trovai con la mappa di Pietro ripiegata sotto il cuscino.
«Puoi lasciarla sul tavolo, se vuoi», le dissi.
Scosse la testa. «Papà dice che le cose devono restare come sono.»
Non capii a cosa si riferisse.
Il mercoledì successivo, mentre preparavo una minestra, Lea tirò fuori la macchina fotografica. Aveva otto immagini salvate. Le prime mostravano l’acqua nel cortile, il lampeggiante dei soccorritori, le ombre dei nostri vicini. Poi apparve Andrea dietro il laboratorio, con Pietro in braccio.
Il furgone aveva sul portellone un adesivo a forma di sole arancione.
«Papà dice che l’orologio era sbagliato», sussurrò Lea. «Ma non era sbagliato. L’ho sistemato insieme al nonno quando me l’ha regalata.»
Guardai ancora le fotografie. Non dimostravano cosa fosse accaduto in seguito. Dimostravano soltanto che Andrea non mi aveva raccontato quella scena.
«Perché non me l’hai detto prima?»
Lea si morse il labbro.
«Ci ho provato. Lui mi ha detto che, se ti facevo stare male, potevi finire di nuovo in ospedale. E che sarebbe stata colpa mia.»
Sentii un rumore di portiera fuori casa. Andrea stava rientrando dal cantiere.
Lea mi porse la macchina fotografica, pronta a nasconderla come aveva fatto per diciannove giorni. Per la prima volta da quando ero tornata dall’ospedale, trovai la forza di dirle una cosa senza dubitare della mia voce.
«No, amore. Questa volta non nascondiamo niente.»













