La mattina seguente incontrai Laura nel suo studio alle nove.
Elena arrivò dieci minuti prima di me.
Non ci salutammo con un abbraccio. Non sarebbe stato vero.
Ci sedemmo ai due lati dello stesso tavolo mentre Laura apriva i file che Elena aveva inviato durante la notte.
Per quasi due ore ricostruimmo date, bonifici, email e conversazioni.
La situazione era meno misteriosa di quanto avessi temuto e più grave di quanto avrei voluto.
Matteo non aveva falsificato la mia firma.
Non aveva acceso un mutuo sulla mia casa.
Non aveva svuotato tutti i nostri risparmi.
Aveva però nascosto l’entità dei suoi debiti, trasferito denaro dal conto comune verso la propria società senza parlarmene e preparato una richiesta di finanziamento che contava esplicitamente sulla mia disponibilità futura a mettere l’appartamento in garanzia.
Aveva anche cercato di fare pressione su Elena perché tacesse.
Laura fu precisa.
«Ci sono questioni civili chiare da affrontare. Sulle altre valuteremo dopo aver esaminato tutto. Non trasformiamo supposizioni in accuse.»
Annuii.
Era esattamente ciò di cui avevo bisogno.
Non una storia più drammatica.
Una storia più vera.
A metà mattina Matteo scrisse a mio padre chiedendo di incontrarmi.
Non volevo.
Poi lessi il messaggio.
Voglio restituire quello che ho preso dal conto e spiegare tutto una volta sola. Dopo non la cercherò più.
Laura mi guardò.
«Non sei obbligata.»
«Lo so.»
«Se lo incontri, fallo qui.»
Accettai.
Matteo arrivò alle undici e venti.
Sembrava invecchiato di anni in meno di ventiquattr’ore.
Quando vide Elena, si fermò sulla porta.
«Lei cosa ci fa qui?»
Laura indicò la sedia.
«La signora Bardi sta collaborando alla ricostruzione documentale. Se vuole parlare con Giulia, lo farà in mia presenza.»
Matteo si sedette.
Non guardò Elena.
Tirò fuori una busta e la appoggiò sul tavolo.
«Ho disposto un bonifico di diciottomilacinquecento euro sul conto comune. Dovrebbe risultare entro oggi.»
Laura prese il documento.
«Lo verificheremo.»
Matteo guardò me.
«Non posso restituire tutto quello che è successo. Ma questo posso farlo.»
«Perché hai preso quei soldi?»
«La società aveva una scadenza con un fornitore. Se non pagavo, saltava un contratto importante.»
«Perché non me l’hai chiesto?»
Lui rise amaramente.
«Perché avresti detto di no.»
«Quindi sapevi che non ero d’accordo.»
Non rispose.
«È questo il punto che continui a evitare.»
Matteo si appoggiò allo schienale.
«Avevo paura di perdere tutto.»
«E per evitarlo hai deciso che potevi rischiare cose che appartenevano anche a me.»
«Pensavo di rimettere i soldi prima che te ne accorgessi.»
«Esatto.»
Lui abbassò lo sguardo.
Per la prima volta non cercò di correggermi.
«E Elena?» chiesi.
Il suo volto si irrigidì.
«Non so cosa vuoi che dica.»
«La verità.»
Matteo guardò finalmente mia cugina.
«È iniziata in un momento in cui ero nel panico. Lei era lì, conosceva i problemi, mi ascoltava.»
Elena lo interruppe.
«Non usarlo per rendere inevitabile quello che abbiamo fatto.»
Lui serrò la mascella.
«Non sto dicendo questo.»
«Lo stai facendo da mesi.»
Laura alzò una mano.
«Restiamo sui fatti.»
Matteo tornò a guardarmi.
«Ti ho tradita. Ho mentito. Ho preso soldi dal conto. Ho pensato che avrei potuto risolvere i problemi dell’azienda e dirti tutto dopo.»
«Dopo quando?»
«Quando fossimo stati stabili.»
«Dopo il matrimonio?»
Silenzio.
«Dopo che avessi firmato per il finanziamento?»
«Non ti avrei costretta.»
«Non serviva costringermi. Contavi sul fatto che mi sarei sentita responsabile della tua azienda, dei tuoi dipendenti, del nostro matrimonio. Avevi già deciso quali leve usare.»
Matteo scosse la testa.
«Non sono un mostro.»
«Non ho detto che lo sei.»
Quella frase lo sorprese.
«Allora cosa sono per te?»
Pensai prima di rispondere.
«Una persona che ha avuto paura di fallire e ha deciso che mentire agli altri fosse più accettabile che affrontare quella paura. E ogni volta che una bugia non bastava, ne serviva un’altra.»
Matteo guardò il tavolo.
«Ti amavo.»
«Forse.»
Alzò gli occhi.
«Forse?»
«Non posso misurare quello che sentivi. Posso misurare quello che hai fatto.»
La stanza rimase in silenzio.
Poi Matteo si voltò verso Elena.
«E tu? Sei contenta adesso?»
Elena impallidì, ma non arretrò.
«No.»
«Hai distrutto tutto.»
«No», dissi.
Matteo mi guardò.
«Lei ha cucito quel telefono nel tuo vestito.»
«Sì. Dopo avermi tradita con te per tre mesi.»
Elena abbassò lo sguardo.
«Non sto assolvendo lei.»
Mi rivolsi a entrambi.
«Non ho bisogno di scegliere un colpevole unico per rendere più semplice questa storia. Avete fatto scelte diverse. Mi avete ferita in modi diversi. Risponderete di quelle.»
Matteo restò immobile.
Laura gli porse un foglio.
«Questa è una proposta per definire la restituzione delle somme e il ritiro dei suoi effetti personali dall’appartamento. Può farla esaminare dal suo legale.»
Lui non la prese subito.
«Quindi è davvero finita.»
Questa volta la mia risposta non tremò.
«Sì.»
Matteo firmò soltanto la ricevuta dei documenti, disse che avrebbe fatto controllare il resto e si alzò.
Alla porta si fermò.
«Mi dispiace, Giulia.»
Non risposi.
Non perché volessi punirlo.
Perché non avevo più il compito di rendere più sopportabile il suo rimorso.
Quando se ne andò, Elena rimase seduta.
«Posso dirti una cosa?»
Annuii.
«Quando ho messo il telefono nell’abito, una parte di me voleva salvarti. Un’altra parte voleva ferire lui. E una parte voleva semplicemente liberarsi del peso senza avere il coraggio di affrontarti.»
La guardai.
«Grazie per averlo detto.»
«Non ti chiederò di perdonarmi.»
«Bene.»
Le lacrime le salirono agli occhi.
«Pensi che un giorno potremo tornare come prima?»
Inspirai lentamente.
«No.»
Elena abbassò la testa.
«Forse un giorno potremo essere qualcosa di diverso. Ma non posso promettertelo. E non voglio ricostruire un rapporto soltanto perché siamo famiglia.»
Lei annuì.
«Capisco.»
«Per adesso ho bisogno che tu stia lontana.»
«Lo farò.»
Ci alzammo.
Non ci abbracciammo.
Elena uscì dallo studio e chiuse piano la porta.
Mi aspettavo di sentirmi vuota.
Invece provai una tristezza pulita.
Non c’era più niente da scoprire in quel momento.
C’erano soltanto conseguenze da attraversare.
Ed era la prima volta, da quando il telefono aveva vibrato nel mio abito, che quella prospettiva non mi faceva paura.













