Il nome di Matteo rimase sullo schermo abbastanza a lungo da farmi sentire il sangue pulsare nelle tempie.
Nessuna di noi parlava. Il telefono continuava a vibrare sul tappeto, insistente, quasi offensivo.
Mia madre fu la prima a reagire.
«Non rispondere.»
Io mi chinai e lo raccolsi.
«Giulia.»
«Se non rispondo, richiamerà.»
«E se rispondi?»
Guardai Alessandra. Aveva le braccia strette contro il corpo e gli occhi fissi sul telefono.
«Scopriremo perché sta chiamando.»
Sfiorai il tasto verde, ma non dissi nulla.
Per un secondo sentii soltanto un fruscio. Poi arrivò la voce di Matteo.
«Elena?»
Il mio stomaco si chiuse.
Conoscevo quel nome troppo bene.
Elena era mia cugina. Era stata la prima persona a cui avevo mandato la foto dell’anello quando Matteo mi aveva chiesto di sposarlo. Era anche la donna che quella mattina mi aveva scritto di avere la febbre e di non riuscire a venire alla cerimonia.
Matteo continuò.
«Elena, ascoltami. Non fare altre stupidaggini. Ridammi il telefono e finiamola qui.»
Non respiravo quasi più.
«Mi senti?»
Mia madre portò una mano alla bocca.
Matteo abbassò la voce.
«Quello che è successo tra noi è finito. Oggi sposo Giulia. Se hai ancora un minimo di rispetto per lei, non rovinarle tutto adesso.»
La chiamata si interruppe.
Restai con il telefono vicino all’orecchio anche dopo il silenzio.
Alessandra sussurrò:
«Mi dispiace.»
Mi voltai verso di lei.
«Per cosa?»
«Giulia, io non sapevo.»
«Per cosa ti dispiace?»
Lei chiuse gli occhi per un istante.
«Elena è venuta qui ieri sera.»
Mia madre fece un passo verso di lei.
«Hai appena detto che soltanto tu e le sarte avevate accesso all’abito.»
«Ho detto che l’abito è rimasto qui. Non pensavo che Elena avesse fatto qualcosa.»
La mia voce uscì più calma di quanto mi sentissi.
«Raccontami tutto.»
Alessandra si sedette sul piccolo pouf vicino allo specchio.
«Erano quasi le otto. Le sarte erano già andate via. Io stavo chiudendo. Elena è arrivata dicendo che voleva lasciare una sorpresa per te. Un portafortuna cucito all’interno dell’abito. Mi ha detto che era una tradizione di famiglia.»
Mia madre la fissò.
«Non abbiamo nessuna tradizione del genere.»
«Lo so adesso.»
«E l’hai lasciata sola con il vestito?»
Alessandra arrossì.
«Per pochi minuti. Avevo una consegna al piano di sotto. Quando sono tornata, lei stava uscendo. Sembrava agitata. Le ho chiesto se andasse tutto bene e mi ha detto che aveva litigato con il fidanzato.»
«Elena non ha un fidanzato», dissi.
Alessandra sollevò lentamente lo sguardo verso di me.
Nella stanza calò un silenzio diverso.
Più pesante.
Guardai di nuovo il telefono.
Lo schermo era ancora acceso. Non chiedeva alcun codice. Forse Elena lo aveva lasciato volutamente sbloccato.
Aprii i messaggi.
Il primo contatto in alto era Matteo.
Mia madre mi afferrò delicatamente il polso.
«Non devi farlo adesso.»
«Sì che devo.»
«Tra meno di tre ore—»
«Appunto.»
Aprii la conversazione.
Non dovetti scorrere molto.
Le parole erano lì.
Non allusive. Non ambigue. Non interpretabili.
Matteo le scriveva che gli mancava. Elena rispondeva che non poteva continuare. Lui diceva che dopo il matrimonio avrebbe avuto tutto sotto controllo. Lei gli chiedeva come potesse sposarmi dopo quello che era successo tra loro.
Poi vidi una fotografia.
La terrazza di un albergo a Bologna.
Matteo con la camicia che gli avevo regalato per il suo compleanno.
La mano di Elena sul tavolo.
La data risaliva a sei settimane prima.
Mi appoggiai al tavolo da trucco.
Mia madre cominciò a piangere in silenzio.
Io no.
Non ancora.
Continuai a leggere.
Più indietro, la conversazione cambiava tono. C’erano riferimenti a soldi, a una scadenza, a una banca.
Elena aveva scritto:
Non puoi chiederle di mettere la casa a garanzia senza dirle quanto devi davvero.
Matteo aveva risposto:
Dopo il matrimonio sarà una decisione nostra.
Elena:
No. Sarà una decisione che stai preparando senza di lei.
Matteo:
Tu occupati dei documenti. Al resto penso io.
Sentii una fitta fredda attraversarmi il petto.
La casa.
L’appartamento di mia nonna, in Oltrarno, era intestato soltanto a me. Matteo ed io avevamo parlato di ristrutturarlo dopo le nozze. Due settimane prima mi aveva proposto di usarlo come garanzia per ottenere liquidità per la sua società. Avevo detto che ne avremmo riparlato dopo il viaggio di nozze.
Non mi aveva mai detto di avere debiti.
Cercai altre conversazioni.
C’erano fotografie di estratti conto, bozze di contratti, schermate di email. Non capivo ancora tutto, ma capivo abbastanza da sapere che non stavo guardando soltanto le tracce di una relazione.
«Chiama Elena», disse mia madre.
Presi il mio telefono dalla borsa e composi il numero.
Nessuna risposta.
Provai una seconda volta.
Poi una terza.
Alla quarta chiamata partì la segreteria.
Alessandra si alzò.
«C’è un’altra cosa.»
La guardai.
«Ieri, dopo Elena, è venuto anche Matteo.»
Questa volta sentii davvero le ginocchia cedere.
«Qui?»
«Circa venti minuti dopo. Ha detto che cercava lei.»
«E tu l’hai fatto entrare?»
«No. Gli ho detto che era già andata via. Ma lui è rimasto fuori qualche minuto. Sembrava furioso.»
«Perché non me l’hai detto stamattina?»
«Perché pensavo fosse una discussione tra loro per qualcosa legato al matrimonio. Elena ti stava aiutando con i fornitori. Matteo coordinava il ricevimento. Non avevo motivo di pensare… questo.»
Indicò il telefono.
Mia madre si voltò verso la porta.
«Andiamo via.»
«Dove?»
«A casa. Chiamiamo il ristorante. Annulliamo tutto.»
La guardai.
Era quello che avrei dovuto fare.
Togliere l’abito, chiamare Matteo, urlare, chiudere ogni cosa.
Eppure qualcosa mi fermava.
Sul telefono di Elena, nella conversazione con Matteo, c’era un messaggio inviato alle 22:47 della sera precedente.
Se domani Giulia scopre tutto, non provare a dare la colpa a me. Ho conservato le prove.
Sotto, Matteo aveva risposto:
Se fai quello che penso, te ne pentirai.
Sentii il primo vero lampo di paura.
Non per il matrimonio.
Per Elena.
«Non annulliamo ancora niente», dissi.
Mia madre mi guardò come se non avesse capito.
«Giulia, cosa stai dicendo?»
Mi tolsi lentamente il velo.
«Dico che prima troviamo Elena.»
Poi guardai Alessandra.
«Hai telecamere nell’atelier?»
Lei annuì.
«All’ingresso e nel corridoio.»
«Voglio vedere le registrazioni di ieri sera.»
Per la prima volta da quando il telefono era caduto dal mio abito, non mi sentii soltanto tradita.
Mi sentii in pericolo.
E soprattutto capii una cosa: Elena non aveva cucito quel telefono nella fodera per nasconderlo.
L’aveva cucito lì perché fosse io a trovarlo.













