Alessandra ci portò nel piccolo ufficio sul retro dell’atelier.
Mi sedetti davanti al monitor ancora vestita da sposa, con la gonna raccolta sulle ginocchia per non trascinarla sul pavimento. Mia madre rimase in piedi dietro di me. Nessuna delle due sembrava più accorgersi dell’assurdità della scena.
Alessandra aprì il programma delle telecamere e cercò la registrazione della sera precedente.
«Questa è l’entrata.»
Alle 19:56 Elena comparve sullo schermo.
Indossava jeans, una giacca beige e portava una borsa grande. Entrò in fretta. Guardò due volte dietro di sé prima che la porta si chiudesse.
«Metti avanti.»
Alessandra fece scorrere il video.
Alle 20:09 Elena ricomparve nel corridoio. Aveva il telefono in mano. Si fermò davanti a una delle porte, digitò qualcosa e poi tornò nella stanza delle prove.
Alle 20:17 uscì dall’atelier.
Non sembrava una donna che aveva appena preparato una sorpresa per una sposa.
Sembrava spaventata.
Ventidue minuti dopo arrivò Matteo.
Lo vidi bussare con forza al vetro. Alessandra comparve dall’altra parte e gli aprì soltanto per restare sulla soglia.
Non c’era audio, ma conoscevo abbastanza bene Matteo da leggere il suo corpo.
Le spalle rigide.
La mascella serrata.
Il modo in cui indicava la strada alle sue spalle.
Stava chiedendo dove fosse andata Elena.
Alessandra scosse la testa.
Lui rimase lì ancora qualche secondo, poi tirò fuori il telefono.
Sul monitor comparve l’ora: 20:41.
Guardai il telefono nero che avevo appoggiato sulla scrivania.
«Controlla le chiamate.»
Aprii il registro.
Alle 20:41 c’era una chiamata persa da Matteo.
Mi attraversò un brivido.
«Quindi sapeva che lei aveva questo telefono.»
Mia madre si piegò verso lo schermo.
«E la stava cercando.»
Alessandra fermò il video.
«Giulia, devo dirti una cosa. Quando Matteo se n’è andato, ho pensato che fossero soltanto nervosi per il matrimonio. Ma adesso… se vuoi chiamare la polizia, io consegno tutto.»
«Non ancora.»
Mia madre mi guardò.
«Perché no?»
«Perché non sappiamo nemmeno se Elena è in pericolo.»
Provai di nuovo a chiamarla dal mio telefono.
Niente.
Poi ricordai una cosa.
Elena viveva a Scandicci, ma quando lavorava fino a tardi dormiva spesso nell’appartamento che sua società affittava vicino a Santa Maria Novella. Due giorni prima mi aveva detto che sarebbe rimasta lì proprio per essere vicina al matrimonio.
Chiamai la reception del residence.
«Buongiorno, sto cercando Elena Bardi. Sono sua cugina.»
L’uomo dall’altra parte esitò.
«Mi dispiace, signora, non possiamo fornire informazioni sugli ospiti.»
«Capisco. Non le chiedo il numero della stanza. Può soltanto dirle di chiamare Giulia? È urgente.»
Silenzio.
Poi:
«Un momento.»
Aspettai quasi un minuto.
Quando tornò, la sua voce era diversa.
«La signora Bardi ha lasciato la struttura questa mattina presto.»
«A che ora?»
«Poco dopo le sei.»
«Ha detto dove andava?»
«No.»
Ringraziai e chiusi.
Mia madre si sedette finalmente.
«Forse è semplicemente scappata.»
«Da cosa?»
Nessuna rispose.
Ripresi il telefono di Elena e cercai tra le note vocali.
Ce n’erano decine, quasi tutte brevi. Promemoria, indirizzi, liste di cose da fare.
Poi ne vidi una registrata la sera precedente alle 21:12.
Dopo la visita all’atelier.
La aprii.
All’inizio si sentiva soltanto traffico. Poi la voce di Elena, bassa e affannata.
«Se stai ascoltando questo, probabilmente hai trovato il telefono.»
Mia madre mi afferrò la spalla.
La voce continuò.
«Non so se avrò il coraggio di dirtelo in faccia. So che questo mi rende una vigliacca. Ma non posso lasciarti sposarlo senza sapere.»
Chiusi gli occhi.
Elena fece una pausa.
«Sì, c’è stato qualcosa tra me e Matteo. Non ho una giustificazione. Posso soltanto dirti che all’inizio mi aveva fatto credere che tra voi fosse finita e che il matrimonio sarebbe stato annullato. Quando ho capito che non era vero, ero già dentro qualcosa che mi faceva vergognare perfino di guardarti.»
Mia madre sussurrò una bestemmia.
Io rimasi immobile.
«Ma il motivo per cui ti lascio questo telefono non è soltanto quello. Matteo ha debiti che non ti ha mai detto. Molti più di quelli che immagini. Da mesi cerca di ristrutturare la sua società. Mi ha chiesto di aiutarlo perché lavoro con i conti e perché si fidava del fatto che non avrei parlato. Pensavo fosse una crisi temporanea. Poi ho capito che il suo piano era arrivare al matrimonio, convincerti a mettere l’appartamento di tua nonna a garanzia e usare il finanziamento per coprire tutto.»
La registrazione si interruppe per un respiro.
«Ci sono email, bozze e foto nel telefono. Controlla la cartella Documenti. Non firmare niente.»
Mi sentii gelare.
Poi Elena aggiunse:
«Ieri sera gli ho detto che avrei raccontato tutto. Mi ha risposto che se lo facevo avrebbe detto a tutti che i problemi contabili erano colpa mia e che avevo sottratto soldi. Non è vero. Ho fatto cose di cui mi vergogno, ma non quello.»
La voce tremò.
«Non so cosa farà quando capirà che il telefono non è più con me.»
La registrazione finì.
Per alcuni secondi sentimmo soltanto il ronzio del computer.
Mia madre parlò per prima.
«Adesso chiamiamo la polizia.»
«Prima guardo i documenti.»
«Giulia.»
«Mamma, se Elena sta dicendo la verità, devo sapere esattamente cosa c’è qui.»
Aprii la cartella.
C’erano schermate di conti aziendali, solleciti di pagamento, email con un consulente finanziario. Alcuni importi mi fecero mancare il fiato.
Centottantaseimila euro.
Settantaduemila.
Trentottomila.
Debiti, fornitori, rate scadute.
Poi trovai un PDF intitolato PROPOSTA GARANZIA IMMOBILIARE.
Il mio nome era scritto nella prima pagina.
Giulia Venturi.
Sotto compariva l’indirizzo dell’appartamento di mia nonna.
Non c’era la mia firma.
Ma il documento era già compilato quasi interamente.
In fondo a una mail allegata, Matteo aveva scritto a un consulente:
Dopo il matrimonio la convinco. Entro lunedì possiamo procedere.
Mi alzai così in fretta che la sedia urtò il muro.
Mia madre mi guardò, allarmata.
«Dove vai?»
«Al ricevimento.»
«Per fare cosa?»
Presi il mio telefono.
«Per impedire a Matteo di capire che ho scoperto tutto finché non sappiamo dove si trova Elena.»
Chiamai il coordinatore del matrimonio.
«Paolo, sono Giulia. Abbiamo un problema con l’abito. La cerimonia sarà ritardata.»
«Quanto?»
Guardai l’orologio.
«Non lo so ancora. Ma nessuno deve dire a Matteo dove sono.»
Mia madre si avvicinò.
«Vuoi davvero andare avanti con questa messinscena?»
«No.»
Mi sfilai l’anello di fidanzamento e lo posai accanto al telefono nero.
«Il matrimonio è finito.»
Inspirai.
«Ma non gli darò il vantaggio di sapere quanto so prima che Elena sia al sicuro.»













