Giuliano Rizzi ricevette una risposta diversa da quella che si aspettava.
Marco non si presentò nel suo ufficio.
Gli fece recapitare, attraverso Chiara, una comunicazione formale: qualunque proposta riguardante l’immobile doveva essere indirizzata ai proprietari e ai loro rappresentanti, con documenti completi e senza contatti con Livia.
Giuliano chiamò subito dopo.
Questa volta Chiara era presente, e Marco si limitò a dirgli che non avrebbe discusso questioni patrimoniali mentre era in corso un’indagine sulla sicurezza di sua figlia.
«Sta facendo di tutto per complicare una soluzione ragionevole», disse Giuliano.
«Una soluzione non nasce da una minaccia», rispose Marco.
Non gli serviva sapere quanto denaro fosse stato promesso per comprendere il meccanismo.
Se avesse avuto paura di perdere Livia, forse avrebbe accettato qualunque accordo pur di far sparire le registrazioni e le accuse.
Il suo silenzio, fino ad allora, era stato il capitale sul quale gli altri avevano investito.
Chiara riuscì a ottenere una copia della proposta che la società di Giuliano aveva presentato a un gruppo di investitori.
Il documento non costituiva un contratto concluso con Marco, ma includeva un calendario di acquisizioni e una voce dedicata alla casa di Lerici.
A margine figurava un anticipo commerciale che Giuliano avrebbe dovuto restituire se l’operazione non fosse andata avanti.
Quel termine scadeva venerdì.
«Ha promesso più di quanto potesse garantire», spiegò Chiara. «Ora gli conviene convincere tutti che sia tu a bloccare una trattativa già definita.»
Marco guardò il prezzo offerto.
Era sufficiente a mettere al sicuro molte spese, a non dover più fare certi viaggi, a regalare a Livia anni senza preoccupazioni economiche.
Per un istante capì perché Sara avesse pensato che avrebbe ceduto.
Ma il fatto che una casa valesse tanto per altri non significava che potessero prenderla inventando una crisi familiare.
L’elemento più sconcertante era una nota allegata al prospetto.
Si parlava di «ostacoli emotivi del genitore» e della necessità di «una gestione assistita della decisione».
Non era un provvedimento giudiziario, soltanto il linguaggio di chi trattava Marco come un problema da superare.
Accanto alla nota era indicato il nome di Sara.
Per ottenere i particolari che mancavano, gli investigatori continuarono a esaminare i dispositivi e a raccogliere testimonianze.
Una vicina riferì di aver visto Giuliano entrare più volte dalla porta principale nei pomeriggi in cui Marco era fuori.
Non aveva attribuito importanza alla cosa: Sara le aveva detto che si occupava di lavori sulla casa al mare.
Un’altra persona confermò di aver sentito discussioni attraverso la veranda, ma non ricordava parole precise.
Marco imparò a non trasformare quelle osservazioni in certezze più grandi di quello che erano.
Evelina, invece, trovò qualcosa di concreto.
Stava riordinando la cartellina verde di Anna quando riconobbe, tra le vecchie fotografie, il nome della società che appariva sul prospetto degli investitori.
Non era la stessa di quattro anni prima, ma il referente indicato per i contatti coincideva con quello della vecchia proposta.
Non c’era bisogno di immaginare una cospirazione durata anni: Giuliano conosceva l’immobile, sapeva che Anna aveva rifiutato e aveva ripreso il progetto dopo aver trovato una nuova via per avvicinare la famiglia.
«Credi che Sara mi abbia conosciuto apposta?» chiese Marco.
Evelina esitò.
«Non so quando abbia deciso di ingannarti. E non voglio inventarmi una risposta solo perché sarebbe più facile odiarla.»
La prudenza della nonna lo colpì.
Anche dopo ciò che era successo, Evelina continuava a distinguere i fatti dalle paure.
Livia, intanto, aveva ricominciato a mangiare con appetito e a dormire per qualche ora senza svegliarsi.
Ma ogni volta che vedeva un bicchiere di succo sulla tavola, domandava chi lo avesse preparato.
Marco non cercò di farla smettere.
Le disse che poteva scegliere acqua o latte, che avrebbe potuto guardare mentre le riempivano il bicchiere e che nessuno si sarebbe offeso.
Una sera Livia gli chiese se poteva cambiare nome.
«Perché?»
«Sara diceva che Livia era il nome di una bambina difficile. La mamma mi chiamava Lilli. Posso essere solo Lilli?»
Marco sentì la gola chiudersi.
«Puoi essere Livia, Lilli, oppure tutte e due. Il tuo nome non cambia per quello che qualcuno dice di te.»
Lei rifletté per un momento.
«Allora domani a scuola sono Livia. Quando siamo a casa, sono Lilli.»
Fu il primo desiderio espresso con sicurezza da giorni.
Marco riprese anche un’abitudine che aveva abbandonato dopo la morte di Anna: leggere a Livia prima di dormire, senza controllare i messaggi tra una pagina e l’altra.
La prima sera la bambina chiese tre volte se qualcuno li stesse ascoltando.
Lui le mostrò la stanza, poi posò il telefono sul comodino con lo schermo rivolto verso il basso.
Non poteva promettere che il mondo esterno fosse diventato innocuo.
Poteva però offrirle una mezz’ora in cui nessuno avrebbe interpretato ogni gesto come un sintomo.
Scelsero una storia di una barca che perdeva la strada nella nebbia.
A metà libro Livia gli domandò perché il capitano avesse aspettato tanto a chiedere aiuto.
Marco rimase colpito da quanto fosse difficile rispondere senza parlare di sé.
«A volte gli adulti credono di dover sapere già tutto», disse.
Livia voltò la pagina con una serietà che non apparteneva alla sua età.
«Allora anche loro devono imparare», concluse.
Il venerdì, mentre l’impegno commerciale di Giuliano si avvicinava alla scadenza, Sara si fece viva tramite il proprio legale.
Chiedeva di vedere la bambina e negava qualsiasi somministrazione impropria, sostenendo che i filmati documentassero episodi autentici di agitazione.
Marco non tentò di impedire un accertamento imparziale; fece presente la denuncia e chiese che qualunque decisione rispettasse la tutela di Livia e le valutazioni competenti.
Nel pomeriggio Chiara lo convocò.
Era arrivata un’integrazione al fascicolo delle registrazioni.
La seconda unità di salvataggio non aveva conservato soltanto immagini.
Il microfono della telecamera nel corridoio, di fronte allo studio, aveva captato una breve conversazione vicino alla porta socchiusa durante una visita di Giuliano.
La qualità non era perfetta, ma alcune frasi si distinguevano.
Sara chiedeva: «E se Marco non firma?»
Giuliano rispondeva: «Allora mostriamo quello che abbiamo su di lui. Gli altri dovranno preoccuparsi di Livia, non del nostro accordo.»
Poi una frase di Sara, chiarissima: «Avevi detto che sarebbe bastato far sembrare la bambina ingestibile.»
Marco rimase seduto senza muoversi.
Livia era stata usata per colpire la fiducia che gli altri riponevano in lui.
Ma un altro documento, acquisito dagli investigatori fra le bozze di Giuliano, indicava che il piano prevedeva ancora un passo.
Un passo che avrebbe dovuto far apparire Marco come l’uomo responsabile di tutto.
Segui la Parte 6 per vedere come Marco affrontò quel secondo inganno senza esporre Livia a un altro dolore.













