Mio marito aveva già firmato perché a nostro figlio di diciassette anni venisse tolto il ventilatore, e la sua nuova compagna ebbe perfino il coraggio di chiedermi se avessi intenzione di fare una scenata.
Non vedevo Matteo da nove giorni.
Nove giorni in cui era rimasto privo di conoscenza in un ospedale privato di Milano, mentre io cercavo disperatamente di tornare da una piattaforma petrolifera nel Canale di Sicilia, al largo di Gela.
Quando mi avevano telefonato per l’incidente, una tempesta aveva bloccato tutti i trasporti.
Alla prima possibilità ero salita su un elicottero e poi su due aerei, passando da Comiso a Roma prima di arrivare a Milano, senza avere neppure il tempo di cambiarmi.
Entrai in ospedale con la divisa da lavoro che sapeva ancora di sale e gasolio.
Trovai Tommaso, mio marito da vent’anni, dal quale ero separata da quattro mesi, fuori dalla terapia intensiva.
Accanto a lui c’era Beatrice, la donna che aveva cominciato a frequentare già prima di lasciare casa nostra.
Indossava una giacca con il logo dell’accademia sportiva in cui Matteo si allenava.
Un uomo in completo scuro sfogliava una cartellina.
Si presentò come Valter Prati, responsabile della gestione dei rischi, ma evitò di precisare per quale organizzazione lavorasse.
Tommaso aveva appena firmato una pagina contrassegnata con un evidenziatore giallo.
«I medici credono che non si riprenderà», disse mio marito senza neppure abbracciarmi.
«Venerdì interromperanno il supporto.
Non trasformare tutto in una battaglia.»
Era mercoledì.
Restavano meno di due giorni.
«Chi l’ha autorizzato senza parlarmi?»
«Sono suo padre.
Io sono stato qui per tutti e nove i giorni.
Tu eri lontana.»
Beatrice masticava una gomma come se fossimo in fila per il cinema.
Mi posò una mano sulla spalla, una confidenza che non le avevo concesso.
«A volte amare qualcuno significa lasciarlo riposare, Renata.»
Non risposi.
Se avessi aperto bocca in quel momento, avrei pronunciato parole impossibili da ritirare.
Avevo bisogno di vedere mio figlio prima di discutere con chiunque altro.
Il dottor Olivieri uscì dalla terapia intensiva pochi minuti dopo.
Spiegò che Matteo aveva riportato un grave trauma cranico in seguito a una caduta durante un allenamento.
I medici avevano ridotto la sedazione, ma non erano ancora riusciti a osservare risposte coscienti costanti.
La prognosi era riservata.
Si stava valutando in un incontro clinico se proseguire le misure invasive, non dichiarando una morte cerebrale.
«Allora perché tutti parlano come se la decisione fosse già stata presa?» chiesi.
Il medico guardò per un istante i documenti tra le mani di Valter.
«È arrivata una richiesta della famiglia.
Dobbiamo ancora riesaminare il quadro clinico e parlare con voi.»
Quell’«ancora» mi aiutò a restare in piedi.
Fino a un minuto prima avevo avuto la sensazione di essere arrivata troppo tardi per qualsiasi cosa.
Entrai da sola nella stanza 312.
Matteo, che appena due settimane prima aveva discusso con me perché voleva correre una mezza maratona, sembrava scomparso dentro le lenzuola bianche.
Aveva una benda vicino alla tempia, un tubo in bocca e le palpebre immobili.
Il ventilatore scandiva un ritmo che mi faceva più paura di ogni tempesta affrontata in mare.
Gli presi la mano destra.
Era calda.
«Sono la mamma, amore.
Adesso sono qui.»
Non potevo chiedergli di svegliarsi per farmi contenta.
Matteo aveva passato anni a cercare di soddisfare le aspettative degli altri, soprattutto quelle di Tommaso.
Se suo padre pretendeva un’altra gara, lui diceva di sì.
Se l’allenatore gli ordinava di esercitarsi nonostante un dolore, abbassava gli occhi e obbediva.
Durante la nostra ultima videochiamata mi aveva confessato di essere stanco.
Poi aveva cambiato argomento non appena aveva sentito la voce di suo padre dall’altra stanza.
Quando aveva sei anni, avevamo inventato una regola durante una fiera di paese.
Matteo aveva paura della ruota panoramica, ma non osava dirlo all’uomo che controllava l’accesso.
Gli avevo insegnato a rispondermi stringendomi la mano: una stretta significava sì, due significavano no.
Era il nostro modo di permettergli di rifiutare senza doversi giustificare davanti a nessuno.
Mi chinai verso il suo orecchio.
«Teo, devo chiederti una cosa.
Vuoi che venerdì ti tolgano il ventilatore?»
Per parecchi secondi non accadde nulla.
Sentivo solo le apparecchiature e il rumore del mio respiro troppo veloce.
Poi le sue dita si chiusero intorno alle mie.
Una volta.
Si rilassarono.
E si strinsero di nuovo.
Due strette.
No.
Le gambe quasi mi cedettero.
Non sapevo se quel movimento fosse volontario.
Avevo passato troppi anni a controllare macchinari per confondere la speranza con una prova.
Ma non avrei permesso a nessuno di rinunciare a mio figlio senza verificare ciò che era successo.
Chiamai l’infermiera e le chiesi di avvisare immediatamente il neurologo.
Mi disse soltanto che avrebbe registrato la mia osservazione e richiesto una valutazione.
Mentre aspettavamo, entrarono Tommaso e Valter.
Quando raccontai loro delle strette, mio marito si strofinò il viso.
«Renata, non aggrapparti a un riflesso.»
«Allora fate eseguire un esame davanti a me.»
Valter richiuse la cartellina.
«La data di venerdì è stata fissata per motivi amministrativi.
È importante non ritardare la procedura.»
«Quale procedura può essere più urgente della vita di mio figlio?»
Non rispose.
Nel voltarsi, lasciò intravedere l’ultima pagina della richiesta.
Vi era scritto che entrambi i genitori erano stati informati e avevano rinunciato a chiedere un’altra valutazione specialistica.
Sotto il mio nome compariva una firma.
Era datata tre giorni prima, quando ero ancora isolata dal mondo su una piattaforma in mezzo al mare.
Qualcuno aveva firmato al posto mio per impedire che chiedessi un secondo parere.
E adesso volevo sapere chi, in quel corridoio, avesse avuto così tanta fretta di farmi tacere.
Per scoprire da dove proveniva quella firma e perché fosse stata usata, continua con la Parte 2.













