«Questa non è la mia firma», dissi, tenendo il foglio abbastanza fermo da poterlo leggere.
Valter fece un passo verso di me.
«Signora, le chiedo di non maneggiare documentazione riservata.»
«Allora la faccia vedere alla direzione sanitaria.
E non mi chiami più signora come se questo bastasse a farmi obbedire.»
Tommaso cercò di riprendersi la cartellina.
La spostai sul tavolino, fuori dalla sua portata, e fotografai la pagina con il telefono.
Non avevo intenzione di discutere della grafia in una stanza in cui Matteo non poteva parlare.
Mi serviva qualcuno che annotasse l’obiezione, con un nome e un orario.
L’infermiera che avevo chiamato si chiamava Patrizia.
Guardò il modulo, poi mi accompagnò a un banco dove potevo chiedere ufficialmente che la mia contestazione fosse inserita nella cartella di mio figlio.
Mi fece ripetere le parole con calma, senza suggerirmi cosa dire.
Le spiegai che, a bordo della piattaforma, ogni comunicazione importante veniva registrata dal coordinatore delle emergenze.
Il giorno successivo avrei chiesto a quel coordinatore una conferma scritta dei miei tentativi di rientrare e delle ore in cui il telefono satellitare era rimasto inutilizzabile.
Non volevo affidare la difesa della mia parola soltanto alla memoria.
Alle undici e quarantadue, la dichiarazione risultava registrata.
Solo allora sentii la mano smettere di tremare.
«Lei era davvero irraggiungibile?» mi domandò un’impiegata.
Le mostrai i messaggi dell’operatore della piattaforma, gli avvisi sul blocco dei voli e il registro del trasferimento in elicottero.
Non erano ancora una perizia sulla firma, ma confermavano che alla data indicata sul modulo mi trovavo ancora in mare, lontana da chi aveva presentato quella dichiarazione.
Il dottor Olivieri tornò insieme alla neurologa di turno, la dottoressa Elena Conti.
Prima di entrare nella stanza, Conti ci chiese di aspettare nel corridoio.
Voleva esaminare Matteo senza indicazioni da parte nostra e verificare più volte gli stessi stimoli.
«Due strette significavano no quando era bambino», le spiegai.
«Non le sto chiedendo di credermi sulla parola.
Le sto chiedendo di controllare se può rispondere.»
Lei annuì.
«Una risposta motoria isolata non dimostra che sia cosciente.
Ma qualsiasi osservazione nuova merita di essere valutata nel contesto clinico.
Distingueremo ciò che abbiamo visto da ciò che speriamo.»
Quelle parole non mi ferirono.
Erano esattamente ciò di cui avevo bisogno.
L’esame durò a lungo.
Dalla porta socchiusa vedevo la dottoressa parlare a Matteo, attendere, ripetere richieste diverse e osservare le sue mani.
In un momento le dita si mossero, in un altro rimasero immobili.
Conti non pronunciò una diagnosi sulla base di quel solo episodio.
Ordinò un approfondimento neurologico e una revisione dei farmaci sedativi somministrati nei giorni precedenti.
Quando tornò da noi, mi spiegò che la sedazione poteva rendere intermittenti risposte già difficili da interpretare.
Per questo avrebbe documentato ogni nuovo esame e confrontato le osservazioni con quelle dei colleghi dei turni successivi.
Nessuno poteva stabilire il futuro di Matteo da un singolo gesto, né in un senso né nell’altro.
Concordò inoltre che la decisione sul supporto ventilatorio non potesse essere trattata come un appuntamento amministrativo già concluso.
«Per venerdì non c’è alcun ordine definitivo di sospensione», chiarì Olivieri davanti a Tommaso.
«Ci sarà una riunione clinica, e prima dovremo chiarire anche la questione del consenso.»
Valter si irrigidì.
«L’istituto ha già predisposto i passaggi necessari.»
«L’istituto?» ripetei.
«Quale istituto?»
Per la prima volta, l’uomo rispose senza girarci intorno.
Lavorava per la società che seguiva i rischi e i reclami dell’accademia sportiva di Matteo.
Non era un dipendente dell’ospedale e non aveva alcun potere sulle decisioni mediche.
La sua presenza era stata richiesta da Tommaso per occuparsi della documentazione relativa all’incidente.
«Allora non capisco perché abbia in mano un modulo sanitario», osservò la dottoressa Conti.
Valter disse che lo aveva soltanto portato dalla segreteria dell’accademia.
Io riconobbi in quella spiegazione il primo tentativo di spostare la responsabilità da una persona all’altra.
Beatrice ci attendeva vicino ai distributori automatici.
Aveva smesso di masticare la gomma.
Le chiesi se avesse visto qualcuno firmare al mio posto.
«Non so di cosa parli.»
«Mi hai dato una pacca sulla spalla e mi hai detto di lasciar morire mio figlio.
Adesso puoi almeno guardarmi negli occhi.»
Lei si voltò verso Tommaso.
Non sembrava in cerca di conforto.
Sembrava aspettare un segnale.
Tommaso mi portò in un angolo del corridoio.
Mi disse che l’accademia aveva una polizza assicurativa e che Valter stava cercando di evitare che noi genitori venissimo sommersi da pratiche e avvocati.
Poi aggiunse che Matteo non avrebbe voluto restare collegato a una macchina per sempre.
«Ha diciassette anni», risposi.
«Due settimane fa litigava con me perché voleva correre.
Non trasformare una frase pronunciata davanti alla televisione in una decisione sulla sua vita.»
Mio marito abbassò lo sguardo.
Era stato presente durante tutti e nove i giorni di ricovero.
Quella presenza gli aveva dato il diritto di essere stanco e spaventato, non quello di cancellarmi dalla famiglia.
Nel pomeriggio ottenni una copia della documentazione che potevo consultare come madre.
La pagina contestata conteneva una firma identica, in ogni ricciolo, a quella che avevo apposto mesi prima su un’autorizzazione sportiva di Matteo.
Mi ricordavo bene quel modulo: lo avevo firmato sul tavolo della cucina, lasciando una macchia di caffè sul margine.
Sulla riproduzione presente in ospedale mancava la macchia, ma la linea spezzata sotto la lettera R era esattamente la stessa.
Inviai le immagini a un’avvocata indicatami da una collega, Caterina Moretti, e chiesi un incontro urgente.
Non volevo una causa prima ancora di avere risposte mediche.
Volevo che nessuna dichiarazione falsa decidesse al posto di Matteo.
Verso sera Patrizia tornò con un rapporto sull’incidente che Tommaso aveva consegnato il giorno del ricovero.
L’accademia sosteneva che Matteo fosse caduto alle diciassette e cinquantuno, da solo, vicino a una scala di servizio.
«Perché me lo mostra?» chiesi.
«Perché nella scheda dell’ambulanza c’è un orario diverso.
Il personale di soccorso segnala una chiamata fatta quasi mezz’ora dopo.
Non significa che il rapporto sia falso, ma qualcuno dovrà spiegare l’intervallo.»
Presi nota dei due orari.
Poi mi accorsi di un altro particolare: accanto alla voce “persone presenti”, il modulo riportava soltanto il nome dell’allenatore.
Tommaso mi aveva detto di essere stato a casa quando Matteo era caduto.
Quella sera arrivò sul mio telefono un messaggio da un numero sconosciuto.
Conteneva una fotografia sfocata degli spalti dell’accademia, scattata il giorno dell’incidente.
Nell’angolo destro, vicino alla scala, riconobbi la giacca di mio marito.
Se Tommaso era davvero lì, aveva mentito su qualcosa di molto più importante di un orario.
Per sapere chi aveva scattato quella fotografia e cosa Tommaso non mi aveva raccontato, leggi la Parte 3.













