Quindici minuti prima che arrivasse il taxi per l’aeroporto, Marco Valenti capì che il viaggio a Napoli poteva aspettare.
La valigia nera era accanto alla porta della sua casa alle porte di Milano.
Aveva la giacca sul braccio, il telefono in mano e nella testa le ultime frasi della presentazione che avrebbe dovuto tenere nel pomeriggio.
Poi sua figlia comparve scalza in fondo al corridoio.
Livia aveva sei anni, i capelli raccolti male in una treccia e un pigiama con le piccole stelle gialle.
Non disse subito niente.
Gli corse incontro, gli circondò la vita con le braccia e nascose il viso contro la sua camicia.
«Papà, oggi non partire.»
Marco le accarezzò la nuca.
«Sono solo due notti, Lilli. Ci sentiamo prima di dormire, come sempre.»
La bambina scosse la testa.
Prima di parlare, guardò verso la cucina.
Fu quel movimento, più delle lacrime, a cancellare il sorriso di Marco.
«Quando vai via, Sara mette delle gocce nel mio succo.»
Lui rimase immobile.
Sara era sua moglie da dieci mesi.
Non aveva mai alzato la voce in sua presenza, né sembrava capace di un gesto crudele.
«Che gocce?»
«Dice che sono vitamine. Però dopo mi sento strana. Le gambe non stanno ferme e mi viene da piangere anche se non voglio. Allora lei mi fa i video.»
Marco si inginocchiò per guardarla negli occhi.
«Perché ti riprende?»
«Dice che deve farti vedere come mi comporto quando non ci sei.»
Un anno prima aveva creduto che Sara fosse arrivata nella loro casa per restituirle un po’ di serenità.
Anna, la sua prima moglie, era morta quattro anni addietro dopo una malattia rapida, di quelle che lasciano in famiglia domande senza risposta.
Per molto tempo Marco aveva vissuto soltanto per Livia: accompagnarla a scuola, imparare a intrecciarle i capelli, preparare cene improvvisate, rispondere alle domande su una mamma che non sarebbe tornata.
Sara aveva saputo inserirsi senza strappi.
Non aveva chiesto di togliere le fotografie di Anna.
Aveva accompagnato Livia e la nonna materna, Evelina, al cimitero nelle ricorrenze.
Una pazienza che Marco aveva scambiato per bontà.
«Sara ti ha detto altre cose?»
Livia trattenne il respiro.
«Che un giorno capirai che devo abitare da un’altra parte.»
«Da chi?»
«Non lo so. Dice che se parlo del succo, tu crederai ai video e penserai che sono una bugiarda.»
Dalla cucina arrivò il tintinnio di un cucchiaino.
Marco guardò oltre la spalla della figlia.
Sara stava accanto al piano di lavoro, con un bicchiere di succo d’arancia in mano e un sorriso tranquillo.
«Tutto bene?» domandò. «Marco, perderai il volo.»
«Livia è un po’ agitata», rispose lui, cercando di mantenere naturale la voce.
Sara avanzò di un passo e porse il bicchiere.
«Amore, bevi qualcosa. Ti farà bene.»
Livia si strinse a suo padre con tanta forza che le nocche diventarono bianche.
Marco sentì il proprio cuore accelerare.
Sapeva di non poter accusare Sara davanti alla bambina senza capire che cosa stesse succedendo.
Ma non avrebbe permesso che quel bicchiere arrivasse alle sue labbra.
«È troppo presto per il succo. Prima facciamo colazione insieme», disse, posandolo sul mobile dell’ingresso.
Sara sorrise ancora, ma i suoi occhi seguirono il bicchiere.
«Non fare la difficile, Livia. Papà ha fretta.»
Marco prese il telefono.
Scrisse un messaggio a Evelina, che abitava a dieci minuti di distanza: Vieni subito. Non telefonare. È importante per Livia.
Poi fece un’altra domanda alla figlia, abbastanza piano da non essere sentito dalla cucina.
«Chi è Giuliano?»
La bambina sollevò il viso di scatto.
«Un signore che viene quando non ci sei. Parla con Sara della casa al mare della mamma.»
Marco sentì il sangue abbandonargli le mani.
La casa a Lerici era appartenuta ad Anna prima del matrimonio.
Alla sua morte, Marco e Livia ne avevano ereditato le quote.
Non era una villa di lusso per loro: era il posto dove Anna aveva insegnato alla figlia a riconoscere il rumore delle onde anche a occhi chiusi.
Sara sapeva che Marco non voleva venderla.
Lo aveva ripetuto molte volte.
Il telefono vibrò.
Il taxi sarebbe arrivato tra due minuti.
Marco abbracciò la figlia e le sussurrò di aspettarlo vicino alla finestra, senza bere niente che non le avesse dato lui.
Non era una richiesta che avrebbe mai voluto rivolgere a una bambina.
«Torno», disse.
«Me lo prometti?»
«Te lo prometto.»
Trascinò la valigia fuori, salutò Sara come faceva sempre e salì sul taxi.
Al primo incrocio chiese all’autista di fermarsi.
Annullò il volo, recuperò la valigia, pagò la corsa e affidò il bagaglio al vicino di fiducia prima di tornare a piedi lungo il giardino.
Il cancello di servizio si apriva ancora con la vecchia chiave che Anna teneva sul portachiavi blu.
Attraverso il vetro della veranda vide Sara al telefono.
Non sentiva le parole, ma riconobbe il tono teso della sua voce.
Livia era immobile accanto alla finestra, come avevano concordato.
Marco entrò, sollevò la bambina tra le braccia e la portò nello studio senza attraversare la cucina.
Chiuse la porta e chiamò Evelina, poi il pediatra, spiegando solo i fatti che conosceva.
Sulla libreria dello studio c’era il piccolo registratore delle telecamere che Anna aveva fatto installare anni prima, dopo un tentativo di furto.
Sara gli aveva detto che l’impianto era guasto e che le registrazioni erano state eliminate.
Marco accese il monitor.
Il dispositivo principale era scollegato, ma una seconda unità indipendente conservava copie delle immagini del corridoio e dell’ingresso.
Sul calendario dei file comparivano proprio i giorni in cui lui era stato fuori casa.
Nella prima anteprima Sara porgeva un bicchiere a Livia.
Nella seconda, accanto a lei, c’era un uomo che Marco non aveva mai visto.
Sul tavolino tra i due erano disposti alcuni documenti.
L’ultima inquadratura mostrava una pagina con il nome di Marco stampato in alto.
Accanto, in rosso, qualcuno aveva scritto una sola parola: incapace.
Per capire perché il suo nome comparisse su quel documento, continua con la Parte 2.













