Marco fissò la parola sullo schermo finché le lettere non sembrarono perdere significato.
Incapace.
Non era scritta accanto al nome di Livia, come aveva temuto ascoltando sua figlia.
Era stata annotata accanto al suo.
Un colpo alla porta dello studio lo fece sobbalzare.
«Marco? Sei tornato?»
La voce di Sara era cortese, ma più alta del necessario.
Lui chiuse il monitor senza interrompere la copia dei file su una chiavetta che usava per i documenti personali.
«Livia non si sente bene. Ho cancellato il viaggio.»
«Dove siete?»
«In studio. Ho chiamato il pediatra.»
Ci fu un silenzio breve, tagliente.
«Per un po’ di agitazione? Lo sai che con lei capita.»
Marco strinse la mano della bambina, seduta sul divanetto con le ginocchia al petto.
«Oggi voglio parlarne con un medico.»
Non aprì.
Sara non insistette e i suoi passi si allontanarono.
Pochi istanti dopo il telefono di Marco illuminò lo schermo: un messaggio di Evelina lo avvisava che era davanti al cancello.
La fece entrare dalla porta laterale.
Evelina aveva sessantotto anni, camminava in fretta quando era preoccupata e portava sempre in borsa un fazzoletto di stoffa.
Vedendo Livia, si inginocchiò accanto a lei senza fare domande.
«Vieni dalla nonna, tesoro.»
La bambina la seguì subito, ma prima guardò Marco.
«Tu vieni?»
«Tra poco. Il tempo di prendere il cappotto.»
Non era vero.
Aveva bisogno di recuperare il bicchiere, capire se esistessero altri file e assicurarsi che nulla venisse distrutto.
Il pediatra, contattato per telefono, gli aveva detto di non somministrare altri prodotti alla bambina, di conservarne le confezioni se disponibili e di farla visitare subito, senza attendere che i sintomi ricomparissero.
Marco seguì quell’indicazione.
Affidò Livia alla nonna perché la accompagnasse all’ambulatorio con un taxi, mentre lui chiamava il numero unico di emergenza e descriveva il sospetto di somministrazione non autorizzata di una sostanza a una minore.
Sara si presentò nel corridoio proprio mentre Evelina infilava il cappotto alla nipote.
«Che succede? Dove la portate?»
«A fare un controllo», disse Marco.
«Senza dirmi niente? Sono sua madre.»
Evelina sollevò lentamente la testa.
«Sei la moglie di suo padre», rispose con voce ferma. «Oggi ha bisogno di lui e di un medico.»
Sara arrossì.
Per un istante sembrò sul punto di afferrare il braccio della bambina, poi si trattenne quando vide Marco tra loro.
«State facendo una scena assurda.»
Livia, con la giacca già chiusa, non disse una parola.
Fu quel silenzio a convincere Marco di quanto a lungo avesse dovuto tenere tutto dentro.
Gli tornò alla mente una sera di marzo.
Era rientrato tardi e aveva trovato Livia seduta sul tappeto, le guance arrossate e le mani irrequiete.
Sara gli aveva mostrato una registrazione di pochi secondi, spiegando che la bambina si comportava così quando non otteneva ciò che voleva.
Lui aveva tolto il telefono dalla mano della moglie e proposto di parlarne il mattino dopo.
La mattina dopo, però, un contrattempo lo aveva portato fuori città e quella conversazione non era mai avvenuta.
Non aveva dimenticato l’episodio, ma lo aveva sistemato nella categoria rassicurante delle piccole difficoltà domestiche.
Adesso ricordava il viso di Livia mentre Sara rideva nervosamente davanti allo schermo.
Aveva pensato di proteggere la bambina sottraendola a un litigio.
Non le aveva chiesto se stesse soffrendo.
Quando il taxi con nonna e nipote si allontanò, lui aspettò in casa l’arrivo degli agenti.
Non toccò il bicchiere e non rovistò nei medicinali della moglie.
Mostrò il messaggio del pediatra e indicò dove si trovavano gli oggetti, lasciando che fossero gli operatori intervenuti a documentarli.
Sara si chiuse in camera per diversi minuti.
Marco la sentì telefonare, ma non cercò di ascoltarla attraverso la porta.
Aveva già imparato che le supposizioni, anche quelle più terribili, non sarebbero bastate a proteggere sua figlia.
Più tardi, nell’ufficio di polizia, riguardò con un agente le copie delle registrazioni.
Le immagini non avevano audio in cucina.
La telecamera del corridoio, però, riprendeva la soglia e una parte del salotto.
In un filmato di due settimane prima, Sara entrava con una piccola boccetta, restava fuori dall’inquadratura per qualche secondo e poi tornava con un bicchiere.
Livia beveva, appoggiava la testa sul tavolo e, poco dopo, cominciava a muoversi senza riuscire a fermarsi.
Sara prendeva il telefono e registrava.
Ogni volta interrompeva il video quando la bambina provava a spiegare che si sentiva male.
Marco dovette chiedere una pausa.
Era già doloroso pensare che qualcuno avesse trattato Livia in quel modo.
Guardare le immagini significava anche riconoscere la propria assenza, le settimane in cui aveva ascoltato Sara definire la figlia «difficile» e aveva pensato che si trattasse della fatica normale di una nuova famiglia.
«Possiamo usare questi filmati?» domandò.
L’agente rispose che sarebbero stati acquisiti e verificati, insieme ai dispositivi originali.
Le immagini da sole non dimostravano quale liquido fosse stato utilizzato.
Servivano accertamenti sanitari e altri riscontri.
Marco annuì, grato almeno per quella cautela.
Non voleva sostituire una certezza inventata a un’altra.
Nel video successivo apparve l’uomo sconosciuto.
Aveva una cartella di pelle, un soprabito chiaro e un modo sicuro di muoversi in una casa che non era sua.
Sara lo fece accomodare sul divano.
Mentre lei cercava alcuni fogli, l’uomo alzò una pagina davanti alla telecamera e vi tracciò un segno con la penna.
L’agente ingrandì il fotogramma.
Sotto il nome di Marco compariva una frase: bozza di ricorso per amministrazione di sostegno.
«Non ho mai chiesto nulla del genere», disse Marco.
«Conosce questo signore?»
«Mia figlia lo chiama Giuliano. So solo che parlava della casa di Anna, la mia prima moglie.»
Altri fotogrammi mostravano una planimetria della casa a Lerici e la stampa di un annuncio immobiliare con fotografie vecchie.
Marco riconobbe immediatamente il portico azzurro.
Anna gli aveva fatto promettere che Livia avrebbe sempre potuto tornarci.
La telefonata dall’ambulatorio arrivò poco prima di sera.
Livia era vigile e stabile.
Il medico aveva predisposto gli approfondimenti appropriati e raccomandato di non lasciarla sola con Sara in attesa di chiarimenti.
Evelina la teneva già con sé.
Marco si appoggiò al muro, esausto.
Stava per richiamare la nonna quando un’ultima immagine attirò la sua attenzione.
Su una stampa, vicino alla planimetria, compariva una cifra molto alta e una data fissata per il venerdì successivo.
Sotto la cifra c’era una firma che somigliava alla sua.
Marco sapeva di non averla mai apposta.
E chiunque avesse preparato quei fogli sembrava avere molta fretta.
Per scoprire chi aveva preparato quella firma e perché aveva tanta fretta, continua con la Parte 3.













