La mattina seguente Marco raggiunse Evelina prima che Livia si svegliasse.
Aveva trascorso gran parte della notte a rendere dichiarazioni, a consegnare copie dei documenti e a ripetere una frase che gli suonava sempre più insopportabile: non si era accorto di niente.
Nel soggiorno della nonna c’erano ancora i libri di fiabe di Anna, una pianta di limone e una fotografia di Livia bambina con i piedi immersi nell’acqua.
Marco si fermò davanti a quell’immagine.
«A Lerici», disse Evelina alle sue spalle. «Aveva due anni. Anna l’aveva portata sulla spiaggia prima che arrivassero gli altri.»
«Devo parlarti della casa.»
Evelina indicò il tavolo e versò due caffè.
Marco le raccontò ciò che risultava dalle immagini: Giuliano, i documenti, la planimetria, quella parola scritta accanto al suo nome.
Non le attribuì intenzioni certe prima di avere prove.
Evelina lo ascoltò fino alla fine, senza interromperlo.
«Anna aveva paura che qualcuno volesse comprare quella casa», disse infine.
Marco alzò gli occhi.
«Non me ne hai mai parlato.»
«Perché non era un segreto contro di te. Nell’ultimo anno della sua vita aveva ricevuto diverse offerte. Una società voleva acquistare tre immobili sullo stesso tratto di costa e trasformarli in una struttura ricettiva. Anna aveva rifiutato.»
Evelina aprì un cassetto e ne estrasse una cartellina verde.
Conteneva vecchie lettere, fotografie e la copia di una proposta d’acquisto.
Il nome del mediatore immobiliare era Giuliano Rizzi.
Marco rilesse quel nome due volte.
«Era già entrato in contatto con Anna?»
«Solo per iscritto, che io sappia. Lei si era stancata delle telefonate. Aveva chiesto che non la cercassero più.»
Sulla proposta c’erano date risalenti a quattro anni prima, un prezzo allora generoso e un elenco di interventi edilizi desiderati dagli acquirenti.
Non c’era nulla che dimostrasse un legame fra Giuliano e la morte di Anna, e Marco non volle nemmeno pronunciare quel sospetto.
Sua moglie era morta dopo una malattia diagnosticata e seguita dai medici.
Il dolore non autorizzava a riscrivere il passato.
«Perché la casa è così importante?» chiese.
«Per lui non lo so. Per Anna era l’unico posto che non doveva dimostrare niente a nessuno. Ci era cresciuta. Aveva deciso che Livia avrebbe avuto almeno quel pezzo di libertà.»
Evelina indicò una seconda busta.
Era la documentazione della successione.
La casa era stata intestata ad Anna prima del matrimonio; dopo la sua morte, le quote erano passate a Marco e a Livia.
La quota della bambina non poteva essere venduta con la semplice firma di un adulto, spiegò Evelina, e un eventuale atto avrebbe richiesto verifiche e autorizzazioni.
Tra le carte c’era anche un foglietto scritto da Anna con una grafia inclinata.
Non riguardava il valore della casa.
Elencava le riparazioni da fare: una persiana, una mattonella vicino all’ingresso, il gradino del portico che si era scheggiato.
In fondo Anna aveva aggiunto: Per quando Lilli sarà abbastanza grande da correre da sola fino alla spiaggia.
Marco passò il pollice su quelle parole.
Anna non aveva potuto vedere sua figlia imparare a leggere, ma aveva immaginato con cura il giorno in cui sarebbe stata più grande.
Per lui quell’immobile era diventato una stanza del lutto, tanto che da anni ci andava raramente.
Capì che stava lasciando che il dolore ne decidesse l’uso, mentre Anna lo aveva pensato come un posto in cui continuare a vivere.
E per una volta la differenza tra ciò che era scritto su un foglio e ciò che avrebbe voluto sentire non gli sembrò una minaccia.
«Allora Giuliano ha sbagliato famiglia», mormorò Marco.
«Oppure pensa di poterci spaventare abbastanza da farci rinunciare a difenderla.»
Il rumore di piccoli passi li costrinse a cambiare tono.
Livia era ferma sulla porta, con una coperta sulle spalle.
«Sara è arrabbiata con me?»
Marco le tese la mano.
«Tu non hai fatto nulla di sbagliato. Gli adulti devono rispondere delle proprie scelte, non i bambini.»
«Anche se io ho bevuto?»
«Soprattutto allora. Ti hanno detto che era una cosa buona, e tu ti sei fidata.»
Lei si sedette sulle sue ginocchia e rimase in silenzio.
Marco non le chiese altro dei video.
Gli specialisti a cui si era rivolto gli avevano raccomandato di evitare domande ripetute, per non trasformare il racconto della bambina in un interrogatorio domestico.
A metà mattina incontrò l’avvocata di famiglia, Chiara Neri, che Anna aveva consultato in passato per una questione ereditaria.
Chiara esaminò la proposta di anni prima, la visura aggiornata e una fotografia del documento comparso nel filmato.
Non promise una soluzione rapida.
«Il fatto che esista una bozza con il tuo nome non significa che sia stata presentata o abbia efficacia», precisò. «Però dobbiamo sapere dove è circolata e se qualcuno ha cercato di farla apparire autentica.»
Marco le mostrò la firma stampata.
«È molto simile alla mia.»
«Una somiglianza non basta. Chiederemo gli originali e verificheremo ogni passaggio. Intanto non firmare documenti proposti da Sara o da intermediari.»
Chiara contattò un notaio di fiducia, poi preparò le richieste per ricostruire le comunicazioni relative all’immobile.
Marco la informò anche della denuncia e degli accertamenti sanitari in corso.
Le due questioni, quella riguardante Livia e quella patrimoniale, potevano essere collegate, ma non dovevano essere confuse.
Nel frattempo Sara aveva lasciato decine di chiamate senza risposta.
I messaggi erano passati dalla premura all’offesa.
Prima chiedeva se Livia avesse mangiato; poi accusava Marco di sottrargliela; infine affermava che lui aveva sempre nascosto i «problemi comportamentali» della figlia.
Marco conservò tutto e rispose una sola volta, tramite l’avvocata: ogni comunicazione sulla bambina sarebbe passata per canali appropriati.
Nel pomeriggio Chiara lo richiamò.
Aveva trovato un elemento che rendeva improvvisamente reale la scadenza del venerdì.
Una società collegata a Giuliano stava promuovendo la vendita coordinata di diverse proprietà sulla costa.
La casa di Anna compariva nelle schede riservate come «disponibile previo perfezionamento delle autorizzazioni».
Non era stata venduta, ma qualcuno l’aveva già presentata ai potenziali compratori senza l’accordo dei proprietari.
«C’è altro», aggiunse Chiara. «È arrivata a un ufficio una segnalazione anonima sul tuo conto. Ti descrive come un padre assente e sostiene che tu somministri sostanze a Livia per tenerla tranquilla.»
Marco rimase senza parole.
La donna precisò che una segnalazione non era una prova e che andava affrontata con documenti e attenzione, senza reagire pubblicamente.
«Chi l’ha inviata?»
«Non lo sappiamo ancora.»
Marco guardò la mano di sua figlia, appoggiata addormentata sul cuscino del divano.
Qualcuno aveva trasformato il gesto contro Livia in un’accusa contro di lui.
E adesso la sua paura aveva un destinatario preciso.
Scopri nella Parte 4 che cosa accadde quando quella menzogna uscì dalle mura di casa.













