Il verbale mancante avrebbe dovuto risalire al tre luglio.
Secondo la copia fornita da Valeria, in quella data il consiglio aveva affidato a Orienta Servizi un programma sperimentale di trasporti e accompagnamento.
In calce c’erano quattro nomi: Enrico, Valeria, Nadia e io.
Lessi il documento con una sensazione spiacevole.
Il tre luglio lo ricordavo bene.
Avevamo portato i bambini alla festa dei libri di Sassuolo, in una biblioteca che ci aveva ospitati tutto il giorno.
Nadia era con me, e avevamo accompagnato di persona il gruppo fino al ritorno.
«Una riunione serale poteva comunque esserci stata», osservò Micol.
«Certo. Ma allora dovrebbero esserci una convocazione, una sede, i messaggi dei consiglieri. E una firma di Nadia che lei riconosca.»
La revisora annuì.
«Stiamo raccogliendo proprio questo. Non anticipiamo conclusioni.»
Quell’attesa mi faceva impazzire e, nello stesso tempo, mi proteggeva dall’errore di annunciare verità che ancora non potevo provare.
Cominciai a tenere un diario di fatti certi, separati dai ricordi e dalle supposizioni.
Scrivevo la fonte accanto a ogni voce.
Rileggerlo mi costringeva a distinguere la rabbia da ciò che sapevo davvero.
La sera, quando tornavo al circolo, i ragazzi facevano i compiti su tavoli pieghevoli.
Lea si sedeva sempre vicino alla finestra con il quaderno verde.
Non lo usavamo più per la faccenda della porticina.
Ci scrivevamo di nuovo oggetti comuni: una sciarpa blu, due pennarelli, un guanto che nessuno reclamava.
Un giorno mi mostrò una pagina nuova.
Aveva disegnato la nostra scatola delle matite, ma il coperchio non chiudeva.
«Perché hai disegnato la scatola così?», chiesi.
«Perché quando è troppo piena non serve schiacciare tutto», rispose.
«Bisogna togliere qualcosa e capire dove metterla.»
Sorrisi.
Non sapeva che stavo pensando alla quantità di segreti ammassati negli ultimi mesi.
Non le chiesi di spiegare ulteriormente il disegno.
Le lasciai il diritto di essere soltanto una bambina.
Intanto la situazione delle famiglie peggiorava.
La fondazione aveva sospeso la rata prevista per novembre, in attesa del rendiconto.
Il consiglio non poteva firmare nuovi contratti senza chiarire chi avesse il potere di spesa.
Nadia temeva di non ricevere lo stipendio successivo.
Organizzammo una riunione aperta con i genitori, senza usare il nome dell’associazione per raccogliere denaro o promettere servizi che non potevamo mantenere.
Spiegammo soltanto il calendario gratuito del circolo e i suoi limiti.
Ci furono domande dure, alcune giuste, altre rivolte alla persona sbagliata.
Una madre mi chiese: «Perché dovremmo fidarci ancora di te, se prima non ti sei accorta di niente?»
Non cercai un modo elegante per sfuggire.
«Non dovete fidarvi sulla parola. Dovete poter leggere conti, decisioni e responsabilità. E io, prima, non ho insistito abbastanza perché fosse possibile.»
Fu la prima volta che pronunciai quella confessione davanti ad altri.
Non ero colpevole dei pagamenti che mi attribuivano, ma avevo lasciato che il lavoro quotidiano diventasse una scusa per disinteressarmi delle procedure.
Enrico portava documenti da firmare, Valeria li archiviava e io tornavo ai bambini, convinta che l’impegno comune bastasse a tenere tutto pulito.
Due giorni dopo ricevetti da un numero sconosciuto la fotografia di una vecchia ricevuta.
Riconobbi subito il mio nome e la mia grafia.
Era un rimborso di duemilatrecento euro, destinato a materiale per la manutenzione e utilizzato, mesi prima, per acquistare pasti quando la cucina convenzionata aveva improvvisamente chiuso.
Avevo scelto di spostare provvisoriamente quei soldi senza chiedere il voto preventivo del consiglio.
Li avevo reintegrati dal mio conto, ma solo dopo aver ricevuto il primo richiamo di Giorgio sulla procedura.
Il messaggio diceva: Se vuoi davvero aprire tutti i cassetti, apriremo anche questo.
Non c’era una firma.
Non serviva.
Chiunque l’avesse inviato conosceva una mia scorciatoia che avevo cercato di non ricordare.
Mi prese la vergogna.
Quel rimborso non c’entrava con i sessantunmilaquattrocento euro, eppure rivelava una contraddizione: avevo difeso per anni il diritto dei bambini ad avere regole chiare mentre io, sotto pressione, ne avevo aggirata una.
Giorgio ascoltò tutto senza minimizzare.
«Se hai ricevute, movimenti di reintegro e date, consegnali alla revisora», disse.
«Il fatto che un’altra persona possa aver commesso qualcosa di peggiore non cancella ciò che devi spiegare tu.»
Trovai il bonifico con cui avevo rimesso il denaro sul conto dell’associazione.
Trovai le fatture dei pasti e lo scambio di messaggi con Nadia che confermava l’urgenza.
Mancava, però, una delibera preventiva.
Era una mancanza reale.
Quando consegnai il fascicolo a Micol, mi tremavano le dita.
Le dissi tutto prima che me lo domandasse.
Lei controllò i documenti e annotò la questione separatamente dai pagamenti a Orienta.
«Questo dovrà essere valutato», disse.
«E non basterà dire che l’intenzione era buona. Ma nasconderlo avrebbe danneggiato anche l’attendibilità di ciò che stiamo accertando.»
Quella sera tornai a casa senza sentirmi assolta.
Mi sentivo finalmente intera: non avevo più bisogno di diventare una donna senza errori per difendermi da un’accusa falsa.
Il mattino seguente, Micol ricevette la risposta formale della segretaria del consiglio.
La donna non riconosceva la firma apposta al verbale del tre luglio e dichiarava di non avere mai convocato quella riunione.
Subito dopo arrivò una notizia ancora più grave.
Il contratto con Orienta prevedeva, per l’anno successivo, il trasferimento di quasi tutte le attività educative presso la nuova sede privata della società.
Non stavano soltanto inventando il passato.
Avevano già scritto un futuro nel quale La Stanza delle Bussole avrebbe continuato a esistere di nome, ma non avrebbe più avuto una casa sua.
Chi aveva promesso il nostro futuro a un’altra impresa? Continua con la Parte 6.













