Orienta Servizi aveva un sito ordinato, pieno di fotografie di aule luminose e bambini che ridevano davanti a tablet nuovi.
Prometteva doposcuola personalizzati e accompagnamento alle attività pomeridiane.
L’indirizzo indicato era dall’altra parte di Modena, in una zona di uffici.
Sul sito non trovai i nostri ventotto viaggi.
Trovai invece un annuncio: apertura di un nuovo centro educativo entro la fine dell’anno.
Giorgio mi aiutò a richiedere una visura camerale pubblica.
La società era amministrata da Valeria e risultava costituita pochi mesi prima della prima fattura contestata.
Non era illegale, di per sé, che una tesoriera avesse un’altra attività.
Ma il consiglio non aveva mai discusso un affidamento a una società che lei controllava.
«Potrebbe esserci un conflitto d’interessi grave», disse Giorgio.
«Però la visura non dimostra che quelle tre somme siano finite lì. Devi evitare di confondere i sospetti con i movimenti verificati.»
Stavo imparando una forma di pazienza che non avevo mai desiderato.
Ogni volta che un indizio sembrava chiarire tutto, compariva una distanza da colmare con un documento vero.
Intanto il doposcuola rimase chiuso per quattro giorni.
Una comunicazione firmata da Enrico parlava di riorganizzazione temporanea del servizio.
Tre famiglie mi telefonarono per chiedere perché avessi preso i loro soldi.
Una madre, prima di riagganciare, disse che si sentiva stupida per essersi fidata di me.
Passai un pomeriggio sul pavimento della cucina, con le fotografie delle vecchie feste dell’associazione sparse intorno.
Non cercavo prove.
Cercavo di ricordare perché, fra tutte le cose che potevo fare nella vita, avessi scelto proprio quella.
Mio padre era stato conducente di autobus per trentasette anni.
Quando ero bambina mi portava al deposito la domenica, con il permesso dei colleghi, e mi mostrava le mappe appese alla parete.
«Una mappa non ti promette una strada facile», diceva.
«Ti dice solo dove sei, così puoi decidere il prossimo passo.»
La Stanza delle Bussole aveva preso il nome da quelle parole.
Mio padre era morto prima di vedere il primo contratto di lavoro che avevamo potuto offrire.
L’orologio che avevo riportato a casa era stato suo.
Il giorno seguente Nadia mi convinse ad aprire, con il suo aiuto e quello di alcune famiglie, uno spazio provvisorio presso il circolo di quartiere.
Non volevamo usare il nome dell’associazione né incassare contributi senza autorizzazione.
Ci limitammo a organizzare due ore di aiuto gratuito nei compiti, con una stanza concessa e adulti volontari identificati.
Non sostituiva il pranzo e non risolveva i problemi di chi lavorava fino a sera.
Era meglio di lasciare i ragazzi davanti a un cancello chiuso.
Rosa non venne.
Mi mandò un messaggio: Valeria ha detto che controlla chi parla con te.
Poi lo cancellò.
Le telefonai solo quando ero certa che non fosse al lavoro.
«Non devi scegliere fra il tuo stipendio e me.»
«Ma Lea mi domanda perché una persona che dice la verità deve nascondersi», rispose.
Mi si spezzò qualcosa dentro.
Avrei preferito che la bambina ricordasse il nostro centro per il laboratorio delle mappe, non per la paura di sua madre.
In serata Giorgio mi comunicò che il consiglio aveva votato l’ingresso di una revisora esterna, la dottoressa Micol Zanetti.
Non tutti avevano sostenuto la proposta.
Enrico e Valeria si erano astenuti, dicendo di temere un costo inutile.
Gli altri membri, messi di fronte alla possibilità di perdere il finanziamento, avevano scelto di procedere.
Micol mi convocò separatamente.
Portai le lettere dell’ente, gli itinerari a piedi e il riepilogo delle comunicazioni, indicando chiaramente quali file fossero originali e quali copie.
Non le consegnai i disegni di Lea come se fossero una deposizione.
Le dissi semplicemente che un’osservazione della bambina aveva suggerito di controllare gli accessi e la serratura.
La revisora ascoltò senza interrompermi.
«La verifica sui conti deve essere fatta attraverso la banca e i documenti dell’associazione», disse.
«E tutto ciò che riguarda la minore rimarrà fuori dalle comunicazioni pubbliche.»
Per la prima volta da giorni potei respirare senza sentirmi osservata.
Micol chiese alla banca le contabili e le autorizzazioni relative alle tre operazioni, secondo il mandato ricevuto dal consiglio.
Chiese inoltre le fatture originali, i contratti con eventuali fornitori e il registro delle deleghe di pagamento.
Il lunedì successivo arrivò la prima risposta.
Micol mi chiamò per domandarmi se fossi disponibile a un incontro in studio.
Non volle anticipare i dettagli per telefono.
Quando entrai, vidi sul tavolo tre documenti bancari stampati.
Accanto, in un foglio separato, c’era una tabella con due colonne: chi aveva preparato i pagamenti e chi li aveva autorizzati.
Il mio nome non compariva nella seconda colonna.
Comparivano quelli di Enrico e Valeria.
«Non è ancora la fine dell’accertamento», precisò Micol.
«Ma questo ci dice che il prospetto mostrato in assemblea non rappresentava fedelmente le autorizzazioni bancarie.»
Guardai le date delle disposizioni.
Ciascuna era stata approvata mentre io tenevo i laboratori con i bambini, e due erano state completate durante riunioni documentate altrove.
La mia presenza non provava tutto; soprattutto, però, nessuna mia credenziale risultava usata per autorizzarle.
Micol girò l’ultima pagina.
«C’è un’altra cosa che devi sapere. Fra i documenti appena consegnati manca una delle delibere citate come base dell’affidamento.»
Sul registro delle sedute quel numero risultava assegnato a una riunione che, secondo i miei appunti, non si era mai svolta.
Non era soltanto il denaro a essere stato spostato.
Qualcuno aveva provato a costruire, sulla carta, un passato in cui tutti avevamo già dato il consenso.
Per capire quale decisione qualcuno aveva inventato a nostro nome, continua con la Parte 5.













