All’alba telefonai all’ente che aveva finanziato il progetto.
Non chiesi un favore né una smentita pubblica.
Chiesi soltanto chi avesse firmato il prospetto dei ventotto viaggi.
La responsabile, dottoressa Serena Costa, rimase in silenzio per qualche secondo.
«Il prospetto è arrivato dalla casella amministrativa dell’associazione. Il nome in fondo era quello della tesoriera.»
«Quindi non il mio?»
«Nel documento no. Ma Marta, devi capire che per noi l’associazione è una sola. Non possiamo stabilire responsabilità personali al telefono.»
Mi invitò a inviare per iscritto ogni elemento utile e mi spiegò che la fondazione avrebbe atteso un rendiconto controllato prima di liberare la rata successiva.
Non promise di salvarci.
Apprezzai che non lo facesse.
Nadia passò da me alle nove con due cartelline.
Dentro c’erano gli itinerari dell’anno precedente, preparati insieme ai bambini: il museo, la biblioteca, il parco vicino al fiume.
Ogni uscita aveva il nome dell’educatore responsabile e una firma dei genitori.
«In questi mesi non abbiamo preso un pulmino neanche una volta», disse.
«Non basta ricordarlo. Servono cose che un estraneo possa verificare.»
Cominciammo dagli enti visitati.
La biblioteca poteva attestare le date delle nostre attività, il museo conservava prenotazioni di gruppo e il personale aveva fotografie del laboratorio fatte con l’autorizzazione delle famiglie.
Raccolsi solo documenti relativi alle nostre presenze, senza nomi o immagini dei minori che non fossero necessari.
Alle undici incontrai Giorgio Pini, un commercialista che seguiva gratuitamente altre due associazioni del quartiere.
Non era il nostro revisore e non poteva entrare nei conti senza un mandato, ma poteva spiegarmi cosa guardare.
Gli mostrai il foglio con le tre operazioni contestate.
Erano distribuite in sei settimane, sempre con causale Servizi di accompagnamento.
Le cifre erano diverse e il totale faceva sessantunmilaquattrocento euro.
Giorgio controllò i numeri di riferimento.
«Questo non è un estratto bancario integrale. È un prospetto compilato da qualcuno. Qui manca l’identificativo dell’ordinante e non c’è la ricevuta completa del bonifico.»
«Sulla pagina c’è la mia firma.»
«Appunto. Una firma su un foglio non dimostra chi abbia disposto davvero un pagamento online.»
Non mi disse che ero innocente.
Mi indicò la differenza fra un’accusa e una prova.
Era ciò di cui avevo bisogno.
Uscendo dallo studio incontrai sul marciapiede una donna con un borsone della spesa.
Era Teresa, la nonna delle sorelle Conti.
Mi fermò tenendomi un polso con delicatezza.
«Dicono che per un po’ non ci sarà più il pranzo. Mia figlia fa ancora il turno lungo.»
Mi vergognai come se fossi stata io a spegnere i fornelli.
«Nadia sta cercando una soluzione provvisoria.»
«Io non so cosa sia successo con i conti», disse Teresa.
«So che l’anno scorso hai insegnato a mia nipote a chiedere aiuto. Non sparire tu adesso.»
Non avevo una risposta dignitosa.
Le promisi soltanto che le avrei comunicato notizie certe, non voci.
Nel pomeriggio Rosa mi inviò la fotografia del registro della portineria, dopo aver ottenuto il permesso del responsabile di consultare la pagina relativa all’intervento tecnico.
Non era una copia ufficiale e non volevo trattarla come tale.
Ma sul foglio erano annotati il nome della ditta che aveva controllato la caldaia e l’orario di chiusura dell’intervento: diciannove e dodici.
Telefonai alla ditta.
La segretaria confermò che avrebbero potuto consegnare un rapporto di lavoro alla persona autorizzata dall’associazione.
Aggiunse una cosa inattesa.
«Quel giorno il nostro tecnico è stato richiamato perché la porta del locale archivio non si chiudeva.»
«La porta dell’archivio?»
«Sì. Non riparava quella, naturalmente. Ha indicato al responsabile presente che la serratura era stata forzata o regolata male. Lo ha annotato sul rapporto.»
Sentii un peso crescere sotto lo sterno.
Il martedì del quaderno verde qualcuno non aveva solo trasportato una scatola.
Aveva avuto un problema con la porta dietro cui conservavamo le ricevute originali.
Più tardi ricevetti un messaggio di Enrico.
Voleva incontrarmi senza avvocati, senza consiglieri, senza Nadia.
Mi scrisse: Non facciamo diventare questa cosa più grande di noi.
Gli risposi che avrei parlato solo alla presenza di un’altra persona.
Accettò con sorprendente rapidità.
Ci vedemmo la mattina successiva in un bar vicino al mercato, con Giorgio seduto a un tavolo poco distante.
Enrico aveva occhiaie profonde e un caffè freddo davanti.
«La situazione può ancora chiudersi», esordì.
«Se confermi le dimissioni, Valeria propone di non procedere contro di te fino alla fine delle verifiche.»
«Non potete usare una denuncia come merce di scambio.»
«Non ho detto questo.»
«Hai detto abbastanza.»
Si passò una mano sulla fronte.
«Conosci il centro. Sai quanti dipendono da noi. Vuoi davvero trasformarlo in uno scandalo?»
«Voglio sapere dove sono andati i soldi.»
Lui guardò verso la porta.
«Ci sono fatture. Servizi esterni. Tu non eri d’accordo con quel modello e avresti bloccato tutto.»
«Quale modello?»
Non rispose subito.
Poi pronunciò il nome di una società che non avevo mai sentito: Orienta Servizi.
Quando gli domandai chi l’avesse scelta, si alzò tanto bruscamente da urtare il tavolo.
«Parlane con Valeria.»
Rimasi seduta fino a quando il barista venne a ritirare le tazze.
Avevo tre ricevute senza banca, ventotto viaggi che nessun bambino aveva fatto e il nome di una società mai comparsa nelle riunioni di programmazione.
La domanda non era più soltanto chi mi avesse attribuito quei pagamenti.
Era perché Enrico temesse tanto che cominciassimo a cercare il destinatario.
Per seguire quel nome fino alla sua vera destinazione, leggi la Parte 4.













