Quando Matilde tirò fuori un nastro giallo da una scatola, dovetti aggrapparmi allo stipite della porta.
Sul bordo c’erano tre punti blu, irregolari, e una piccola lettera A nascosta nella piega.
Li avevo cuciti io, sedici anni prima, per una bambina che mi avevano detto essere morta poche ore dopo la nascita.
«Teresa, stai bene?» mi chiese Matilde.
Dissi di sì, anche se non era vero.
Mi chiamo Teresa Lodi, ho quarantaquattro anni e restauro libri antichi in un laboratorio vicino al centro di Modena.
Conosco la differenza fra una carta invecchiata e una carta fatta sembrare vecchia, fra un filo originale e uno aggiunto in seguito.
Ma fino a quel pomeriggio non avevo mai pensato di dover applicare quelle competenze alla mia vita.
Era ottobre del 2026.
Da poco più di un anno vivevo con Giorgio, un insegnante di matematica che avevo conosciuto durante il restauro della biblioteca della sua scuola.
Sua moglie Silvia era morta quattro anni prima.
Lui aveva cresciuto Matilde, sedici anni, con una pazienza che mi aveva fatto innamorare molto prima che trovassi il coraggio di ammetterlo.
Matilde sapeva di essere stata adottata.
Giorgio e Silvia non glielo avevano mai nascosto.
A casa loro c’erano fotografie della prima volta che l’avevano tenuta in braccio, dei compleanni con le torte storte e delle vacanze in campeggio.
Non esisteva un segreto sulla sua appartenenza a quella famiglia.
Il nastro, invece, non l’avevo mai visto.
Quel giorno Matilde doveva preparare per la scuola una presentazione sugli oggetti che raccontano la nostra infanzia.
Aveva aperto una vecchia scatola di cartone, conservata sopra l’armadio, e disposto sul letto un paio di calzini, una fotografia e una busta color avorio.
Il nastro era dentro la busta, arrotolato attorno a un cartoncino.
«Era con me quando sono arrivata da papà e mamma Silvia», spiegò.
«La mamma lo chiamava il mio piccolo mistero.»
Feci un passo avanti.
Le mani mi tremavano, così le tenni dietro la schiena.
«Posso guardarlo?»
Matilde me lo porse senza esitazione.
La stoffa aveva perso quasi tutto il suo colore, ma la cucitura era intatta.
Riconobbi perfino quel punto blu più lungo degli altri, fatto quando avevo tirato troppo il filo con l’ago.
All’epoca aspettavo una bambina.
Avevo deciso di chiamarla Adele, come la nonna di mio padre.
Non avevo molti soldi e preparavo da sola quello che potevo: una copertina, due piccoli bavaglini, un nastro da legare al manico della cesta per l’ospedale.
Sul nastro avevo ricamato una A talmente piccola che quasi scompariva nella piega.
Avevo pensato che nessuno, tranne me, l’avrebbe mai notata.
«Da dove viene questa busta?» domandai.
«Dai miei documenti di quando ero piccola. Papà dice che gli hanno consegnato tutto insieme.»
«Sai chi l’aveva prima?»
Matilde aggrottò le sopracciglia.
«No. Perché?»
Avrei potuto dirle subito quello che stavo pensando.
Avrei potuto spaventarla con una certezza che, in quel momento, non avevo il diritto di possedere.
Restituii il nastro e le sorrisi come si sorride a una persona quando si cerca di non rovinare qualcosa di prezioso.
«Mi ha ricordato un lavoro che facevo molto tempo fa.»
Matilde tornò ai suoi appunti.
Io uscii dalla stanza contando i passi fino alla cucina.
Quando raggiunsi il lavandino, aprii l’acqua senza bisogno di lavare nulla.
Il 14 febbraio 2010 avevo partorito alla Clinica dei Tigli, una struttura privata vicino a Reggio Emilia.
La gravidanza era stata difficile, e il rapporto con Davide, il padre della bambina, si era consumato in mesi di discussioni e promesse mancate.
Quel mattino avevo avuto un’emorragia e un cesareo d’urgenza.
Ricordavo un vagito breve, una cuffietta bianca, una donna che diceva di portare la piccola a controllare il respiro.
Quando mi ero svegliata davvero, un medico mi aveva detto che mia figlia non ce l’aveva fatta.
Mi avevano mostrato un foglio, parlato di complicazioni, chiesto firme mentre ero ancora confusa dai farmaci.
Non avevo più rivisto la bambina.
Per sedici anni avevo creduto di avere imparato a convivere con quella perdita.
Non avevo avuto altri figli.
Avevo lasciato Davide due anni dopo, incapace di sopportare il modo in cui ci eravamo trasformati in due testimoni che si accusavano a vicenda di non avere sofferto abbastanza.
Mia madre Rita mi era rimasta vicino fino alla sua morte, nel 2021.
Non parlavo quasi mai di Adele.
Giorgio conosceva la storia, ma non mi aveva chiesto di raccontarla quando non me la sentivo.
Matilde conosceva solo il fatto che una volta avevo perso una bambina.
Non aveva mai sentito quel nome.
La sera Giorgio tornò da scuola con una borsa piena di verifiche da correggere.
Mi baciò sulla tempia, lasciò le chiavi nella ciotola vicino alla porta e capì subito che qualcosa non andava.
«Sei pallida.»
«Devo chiederti una cosa sulla documentazione di Matilde.»
Lui posò lentamente la borsa.
«È successo qualcosa a scuola?»
«No. Vorrei sapere da dove arrivava quando vi è stata affidata.»
Giorgio non sembrò offeso.
Mi raccontò quello che già sapevo, con qualche dettaglio in più.
Lui e Silvia avevano iniziato il percorso adottivo anni prima, quando vivevano a Perugia.
Nel luglio 2010 avevano accolto una neonata proveniente da una struttura di accoglienza convenzionata.
L’adozione era stata perfezionata dal tribunale due anni dopo.
La documentazione originale era rimasta agli uffici competenti; in casa conservavano le copie che erano state loro consegnate.
«Non ci avevano comunicato l’identità della madre biologica», disse.
«E non abbiamo mai cercato di forzare le cose. Abbiamo sempre detto a Matilde che, quando fosse stata pronta, l’avremmo aiutata a fare domande.»
«La data di nascita?»
«Diciassette febbraio. Perché?»
Tre giorni dopo Adele.
Tre giorni erano abbastanza per fingere che non ci fosse nessun legame, e troppo pochi per riuscire a dormire.
«Ho visto un nastro tra le sue cose», risposi.
Giorgio annuì.
«Silvia lo custodiva. Diceva che, se Matilde un giorno avesse cercato le proprie origini, non avremmo dovuto nasconderle nemmeno un filo.»
Gli chiesi se avesse una fotografia della busta originale.
Non ne aveva.
Mi offrì di cercare insieme le vecchie carte, ma gli dissi che ero stanca.
Dopo cena restai sola nel piccolo studio dove tenevo gli attrezzi per il restauro.
Aprii l’ultimo cassetto della cassettiera e tirai fuori una scatola grigia che non toccavo da anni.
Dentro c’erano fotografie della gravidanza, un body ancora confezionato e un quaderno dalla copertina verde.
A pagina ventisette avevo disegnato il nastro giallo.
Accanto, con una penna che ormai si era scolorita, avevo scritto: «Tre punti blu per nascondere l’attacco del filo. La A va all’interno, solo per noi».
Appoggiai il quaderno sul tavolo.
Adesso avevo due oggetti, uno a casa mia e uno nella stanza di Matilde, che sembravano raccontare la stessa storia.
Ma un ricamo non bastava a dire a una ragazza chi fosse sua madre.
Quella notte non chiamai Davide e non cercai l’indirizzo della vecchia clinica.
Feci una cosa più difficile: scrissi su un foglio ciò che sapevo, separandolo da quello che desideravo fosse vero.
In alto segnai due date.
Quattordici febbraio.
Diciassette febbraio.
Sotto, aggiunsi una domanda che non avevo mai avuto il coraggio di formulare: chi aveva deciso che Adele fosse morta, e su quali prove?
Per capire che cosa nascondevano quelle due date, continua con la Parte 2.













