La mattina successiva chiesi un giorno di permesso al laboratorio.
Non dissi a Giorgio dove sarei andata, perché ancora non sapevo spiegare una ricerca che poteva sconvolgere la sua famiglia.
Presi un treno per Reggio Emilia con il quaderno verde in borsa e una cartellina vuota sulle ginocchia.
La Clinica dei Tigli aveva chiuso più di dieci anni prima.
L’edificio ospitava ora studi professionali, e sulla facciata non restava neppure il nome.
Mi fermai davanti all’ingresso ricordando l’ultima volta che ne ero uscita.
Mia madre teneva la mia borsa; Davide camminava due passi avanti; io avevo le braccia vuote.
Avevo pensato tante volte di richiedere la cartella clinica.
Ogni volta mi ero fermata davanti alla paura di leggere una conferma che avrebbe reso definitiva quella giornata.
Quel mattino, invece, desideravo soprattutto una cosa semplice: un documento completo, con un nome e un responsabile.
Allo sportello informazioni dell’azienda sanitaria mi spiegarono che avrei dovuto presentare una richiesta formale per accedere alla mia documentazione, specificando la struttura e le date.
Non mi promisero tempi brevi né dissero che tutto fosse conservato.
Compilai la domanda, allegai il documento d’identità e ottenni un numero di protocollo.
Nessuno pronunciò frasi misteriose.
Nessuno sembrò conoscere il mio passato.
L’assenza di spettacolo mi rassicurò più di qualunque promessa.
Fuori chiamai Elisa, la mia migliore amica, che lavorava come avvocata civilista a Modena.
Ci conoscevamo dall’università e lei era una delle poche persone che ricordassero la bambina di cui avevo preparato il corredino.
«Ho bisogno di una consulenza», dissi.
«Legale?»
«Prima ancora, umana.»
Ci incontrammo nel suo studio nel pomeriggio.
Le mostrai il disegno del nastro e raccontai dell’adozione di Matilde.
Elisa ascoltò senza interrompermi e poi girò il quaderno verso la finestra.
«Tu sei certa di aver cucito questo nastro?»
«Assolutamente.»
«Bene. È un elemento. Non è ancora una prova di parentela.»
«Lo so.»
«E soprattutto Matilde è una persona, Teresa. Non è un fascicolo da aprire solo perché siamo spaventate.»
Quella frase mi fece male perché conteneva ciò che avevo temuto di più.
Matilde era già figlia di qualcuno.
La mia speranza non poteva cancellare sedici anni della sua vita.
Elisa propose tre passi.
Avrei recuperato la mia documentazione sanitaria.
Giorgio avrebbe potuto verificare, se lo desiderava e tramite i canali appropriati, la provenienza degli oggetti associati all’adozione.
Solo dopo avremmo valutato se esistessero presupposti per coinvolgere chi aveva titolo a intervenire.
«Niente esami fatti di nascosto», aggiunse.
«Niente spazzolini presi dal bagno. Niente messaggi alla ragazza per interrogarla.»
Promisi.
Era una promessa che volevo poter guardare in faccia anche mesi dopo.
Tornata a casa, trovai Matilde seduta al tavolo mentre cercava di sistemare le fotografie della sua presentazione.
Aveva scelto di parlare del modo in cui le famiglie si costruiscono, senza fingere che tutte inizino nello stesso modo.
Mi chiese come si restaurasse una pagina strappata senza nascondere il taglio.
«Si cerca di renderla abbastanza forte da essere letta ancora», risposi.
«Non si finge che non si sia mai rotta.»
Lei sorrise e annotò la frase.
Mi accorsi di aver parlato più a me stessa che a lei.
Quella sera raccontai tutto a Giorgio.
Misi il mio quaderno accanto alla busta di Matilde, che lui aveva recuperato dopo averle chiesto il permesso.
Matilde gli aveva detto che poteva fotografare il nastro per conservarne una copia, non che potesse consegnarlo a sconosciuti o portarlo via.
Lo lasciammo dentro la busta, sul tavolo.
Giorgio guardò le due A.
Poi studiò i tre punti blu, uno dopo l’altro.
«C’è una spiegazione possibile?» domandò.
«Il nastro potrebbe essere stato dato a un’altra bambina. Qualcuno potrebbe averlo trovato. Potrebbe essere passato da una mano all’altra.»
«Ma tu non pensi che sia andata così.»
«Non so più che cosa pensare.»
Rimase in silenzio a lungo.
Dalla stanza accanto arrivava la voce di Matilde che ripeteva una presentazione per la scuola.
«Se c’è anche una sola possibilità», disse Giorgio, «non voglio che scopra tutto per caso, da una persona che agisce alle nostre spalle.»
Gli raccontai della richiesta di accesso ai documenti e di Elisa.
Giorgio si alzò, andò alla finestra e rimase lì finché non gli chiesi se fosse arrabbiato.
«Sono spaventato», rispose.
«Silvia e io abbiamo aspettato Matilde per anni. Se qualcuno ha fatto qualcosa di terribile prima che arrivasse da noi, non significa che il nostro amore sia una bugia. Ma temo che lei possa crederlo.»
Gli presi la mano.
Non gli promisi che sarebbe andato tutto bene.
Gli dissi soltanto che non avrei tolto a Matilde la possibilità di scegliere come affrontare la verità.
Passarono undici giorni prima che arrivasse una prima risposta alla mia richiesta.
L’ufficio aveva individuato parte dei documenti amministrativi trasferiti dopo la chiusura della clinica.
Potevo ottenere copia di ciò che riguardava la mia assistenza, mentre per altri atti sarebbe stata necessaria una verifica ulteriore.
Quando ritirai la busta, mi sedetti su una panchina fuori dall’edificio.
C’erano il consenso al cesareo, il referto dell’emorragia e le dimissioni.
Il nome della bambina non compariva nella maggior parte delle pagine.
L’ultima indicava che ero stata informata di un decesso neonatale il 15 febbraio, alle nove e venti.
Mi fermai su quella data.
Secondo il ricordo che avevo conservato per sedici anni, Adele era morta il giorno stesso della nascita.
Anche Davide e mia madre me lo avevano ripetuto.
Per quale ragione il referto parlava della mattina successiva?
Tornai a leggere, più lentamente.
Una pagina risultava numerata sette.
Quella seguente era la nove.
L’ottava non era nella copia ricevuta.
Poteva trattarsi di un errore di scansione, e lo scrissi sul mio foglio senza trarne conclusioni.
In fondo alla cartella trovai però qualcosa che non era un semplice numero mancante.
Il campo riservato alla persona presente alla comunicazione del decesso riportava il nome di mia madre, Rita Lodi.
Accanto c’era una firma che somigliava alla sua, seguita da una breve annotazione: «Colloquio riservato con la direzione, ore 11.40».
Rita mi aveva sempre detto di non essere riuscita a parlare con nessun responsabile.
Quella era la prima volta in cui un documento contraddiceva non la mia memoria, ma la sua versione dei fatti.
Non sapevo se avesse mentito per vergogna, per paura o per un motivo ancora peggiore.
Sapevo soltanto che la prossima domanda non riguardava più il nastro di Matilde.
Riguardava mia madre e ciò che aveva portato a casa da quella clinica al posto di una risposta.
Per capire perché Rita avesse taciuto quel colloquio, continua con la Parte 3.













