«No», risposi a Matilde.
«Non voglio che tu smetta di chiamare papà Giorgio. E non voglio che tu senta di dover rinunciare a Silvia per fare spazio a me.»
La ragazza continuava a fissarmi.
Non sembrava cercare una promessa solenne, ma una risposta che potesse usare quando la paura fosse tornata.
«Tu hai già una storia», aggiunsi.
«Se la verità ci farà entrare l’una nella vita dell’altra in un modo nuovo, sarà qualcosa da costruire. Non qualcosa da rubare a qualcun altro.»
Matilde annuì appena.
Poi mi chiese se Adele fosse il nome che avevo scelto io.
Le dissi di sì e le raccontai della bisnonna che non avevo mai conosciuto, delle mani di mio padre mentre cercava di insegnarmi a cucire, del piccolo quaderno verde.
«È un bel nome», disse.
«Ma io sono Matilde.»
«Lo so.»
Giorgio, fermo sulla soglia, aveva sentito tutto.
Non entrò finché non fu sua figlia a chiamarlo.
Quando Matilde lo abbracciò, capii che la mia risposta non aveva cancellato il suo timore; gli aveva almeno consentito di respirare.
Il giorno seguente incontrammo l’avvocato Paolo Conti, che seguiva questioni di stato civile e adozione.
Non somigliava agli avvocati delle serie televisive che risolvono un caso leggendo una pagina sotto una lampada.
Ci fece domande noiose, precise e necessarie.
Chi aveva conservato il nastro?
Quando avevamo visto la lettera?
La clinica aveva emesso un certificato di morte?
La ragazza conosceva le nostre ipotesi?
Raccontammo tutto, comprese le parti di cui non eravamo fieri.
Conti esaminò la documentazione con Elisa e ci spiegò che la vicenda aveva due percorsi distinti.
Da una parte doveva essere verificata la regolarità della documentazione sulla nascita e sul presunto decesso di Adele.
Dall’altra occorreva rispettare la posizione giuridica e la riservatezza di Matilde, la cui adozione era stata riconosciuta da un tribunale.
«Un’eventuale verità biologica non annulla da sola sedici anni di atti e rapporti», precisò.
«E non avete il diritto di improvvisare una ricerca nei fascicoli riservati.»
Giorgio gli chiese se poteva perdere sua figlia.
«Non posso garantirle in anticipo ogni conseguenza», rispose l’avvocato.
«Ma non c’è motivo di trattare questa scoperta come un prelievo immediato di una ragazza dalla famiglia che l’ha cresciuta. Saranno il suo interesse, i fatti e le decisioni delle autorità a guidare il percorso.»
Matilde volle restare durante buona parte del colloquio.
Aveva un taccuino e scriveva le parole che non capiva, chiedendo di spiegarle prima di andare avanti.
Quando Conti parlò di accertamento biologico, alzò la mano come a scuola.
«Io posso dire se voglio sapere?»
«La tua volontà conta moltissimo», rispose.
«E nessuno qui dovrebbe chiederti di fare qualcosa senza averti prima spiegato che cosa significa.»
Ci consigliò di formalizzare un esposto con i documenti che avevamo, lasciando alle autorità il compito di verificare registri e atti originali.
Per un eventuale confronto genetico volontario ci indirizzò a professionisti qualificati, ricordando che qualunque risultato privato avrebbe potuto richiedere una conferma nel procedimento.
Uscimmo dallo studio più stanchi di quando eravamo entrati, ma anche meno soli.
Non esisteva una scorciatoia pulita verso quella verità.
Esisteva un modo per cercarla senza calpestare chi ne sarebbe stato toccato.
Quella settimana telefonai a Davide.
Non ci sentivamo da quasi due anni, a parte qualche messaggio per questioni rimaste dalla separazione.
Ora viveva a Bologna con la sua nuova compagna e un bambino piccolo.
«Ho trovato delle incongruenze sui documenti di Adele», gli dissi.
Dall’altra parte sentii soltanto un respiro.
«Teresa, non fare questo», rispose infine.
«Abbiamo sofferto abbastanza.»
«Non ti sto chiedendo di credermi sulla parola. Ti chiedo se hai ancora le carte che firmasti in clinica.»
Davide rimase in silenzio e poi disse che avrebbe cercato.
Prima di chiudere volle sapere perché avessi riaperto tutto proprio allora.
Gli parlai di un nastro e di una ragazza adottata.
Non pronunciai la parola figlia riferendomi a Matilde.
«Potresti farle del male», disse.
«È ciò che cerco di non fare.»
Due giorni dopo si presentò al mio laboratorio con una cartellina stropicciata.
Aveva più capelli grigi e un’aria esitante che non gli conoscevo.
Mi porse un foglio in cui si leggeva che una neonata era deceduta per complicazioni successive al parto.
La firma era sua.
«Mi dissero che tu eri in terapia intensiva e che dovevo occuparmi delle pratiche», spiegò.
«Non vidi mai Adele dopo che la portarono via. Pensavo che almeno tua madre fosse riuscita a salutarla.»
Gli mostrai la lettera di Nadia, lasciando che la leggesse senza commenti.
Quando terminò, piegò accuratamente il foglio lungo il bordo già segnato.
«Non sapevo niente», disse.
Era possibile che dicesse la verità.
Avevamo trascorso anni a considerarci entrambi insufficienti, e all’improvviso capivo che forse eravamo stati due adulti ingannati nello stesso momento.
Non eravamo diventati capaci di amarci meglio grazie a quella scoperta.
Ma smettemmo, almeno per un istante, di cercare la colpa l’uno negli occhi dell’altra.
Davide accettò di mettere a disposizione gli originali attraverso il legale.
Non gli promisi un incontro con Matilde.
Era una decisione che non spettava a me.
Intanto Matilde continuava ad andare a scuola, a litigare con suo padre sugli orari di rientro e a esercitarsi con il violoncello.
Non volevamo che la sua vita diventasse un’attesa davanti alla porta.
Eppure ogni gesto quotidiano sembrava ormai attraversato da una domanda.
Una sera la trovai al tavolo con due fogli.
Su uno aveva scritto «Cose che so»; sull’altro, «Cose che voglio sapere».
Nel primo comparivano Giorgio, Silvia, la sua migliore amica Nora, le gare di musica, la paura dei temporali.
Nel secondo aveva scritto soltanto: «Perché qualcuno avrebbe mentito su una bambina?»
«Non devi trovare subito una risposta», dissi.
«Lo so. Ma non voglio che la cerchiate solo voi.»
Fu Matilde a decidere, dopo averne parlato con Rachele e con Giorgio, che desiderava partecipare a un confronto genetico gestito correttamente.
Non perché fosse convinta di essere Adele.
Voleva poter smettere di guardare ogni sconosciuta chiedendosi se contenesse un pezzo della sua storia.
Prima dell’appuntamento Giorgio recuperò l’intera busta originale degli oggetti personali.
Conti gli aveva chiesto di fotografarla senza staccare le etichette e senza alterare l’ordine in cui era conservata.
Matilde era seduta accanto a lui quando si accorse di una scritta sul retro del cartoncino intorno al quale era avvolto il nastro.
Sembrava soltanto una sigla sbiadita.
La fotografammo con luce radente e la ingrandimmo sul computer del mio laboratorio.
Sotto una macchia marrone apparvero quattro caratteri: N-184.
Era lo stesso codice annotato da Nadia il mattino in cui Adele era uscita viva dal reparto.
Per la prima volta, il nastro di Matilde e il quaderno dell’ex infermiera non condividevano soltanto un ricordo.
Condividevano una traccia amministrativa che qualcuno avrebbe potuto controllare.
Quella sigla avrebbe retto a una verifica ufficiale? Prosegui con la Parte 6.













