Valeria lasciò la mano sospesa a mezz’aria, poi la ritirò.
Per un istante parve cercare l’espressione giusta da indossare davanti ai soci.
Scelse un sorriso sottile.
«Una bambina può confondere i giorni», disse.
«Io i martedì li riconosco», rispose Lea.
«Sono quelli in cui facciamo il laboratorio delle mappe.»
Rosa si avvicinò alla figlia e le appoggiò una mano sulla spalla.
Non sembrava arrabbiata.
Sembrava spaventata all’idea che, per aver detto la verità, Lea avesse appena messo a rischio il suo lavoro.
Mi alzai prima che Valeria potesse parlare di nuovo.
«Lea, grazie. Adesso puoi aspettare fuori con tua madre.»
«Ma non ho finito.»
«Lo so», dissi piano.
«E proprio per questo ne parleremo con calma, senza ventiquattro persone che ti fissano.»
Guardai Enrico.
Se davvero voleva proteggere l’associazione, quella era la prima occasione per dimostrarlo.
Lui invece fissava il tavolo.
Nadia prese la parola.
«Propongo di interrompere la riunione. La presenza di una minore non può diventare un interrogatorio improvvisato.»
Uno dei consiglieri, il signor Rinaldi, si schiarì la gola.
«Siamo d’accordo. Ma voglio sapere perché una nostra collaboratrice sarebbe entrata nei locali dopo l’orario di chiusura per portare via documenti.»
«Materiale vecchio», replicò Valeria.
«Archivio da distruggere. Non c’è niente di misterioso.»
«E perché non l’hai detto prima?», chiesi.
«Perché fino a cinque minuti fa stavamo discutendo di denaro scomparso, non di una bambina che ha visto una scatola.»
Nadia domandò che la dichiarazione venisse riportata nel verbale.
La segretaria la trascrisse, nonostante l’occhiata di Enrico.
Poi i soci votarono per sospendere ogni decisione ulteriore e chiedere una verifica esterna dei movimenti bancari.
La mia rinuncia alla direzione restò firmata.
Quella sera non mi restituirono né le chiavi né il telefono di servizio.
Quando la sala si svuotò, trovai Rosa e Lea in un corridoio illuminato da un distributore automatico.
Lea teneva il quaderno sul grembo.
Rosa aveva gli occhi rossi.
«Mi dispiace», disse.
«Non sapevo che sarebbe entrata. L’avevo lasciata nel piccolo ufficio con i colori.»
«Non devi chiedermi scusa.»
Rosa abbassò la voce.
«La settimana scorsa Valeria mi ha detto che forse le pulizie saranno affidate a una ditta. Non posso permettermi di perdere questo posto.»
Avrei voluto assicurarle che non sarebbe successo.
Ma avevo appena perso il potere di confermare perfino l’apertura del cancello.
Mi sedetti accanto a Lea.
«Mi fai vedere solo quello che avevi annotato? Non devi convincermi di niente.»
Lei aprì il quaderno.
La pagina portava la scritta: Martedì, dopo le sette.
Sotto c’era il disegno del cortile con tre biciclette, il cassonetto dell’umido e la porticina laterale del nostro laboratorio.
Accanto a una figura con il cappotto scuro aveva colorato una macchia viola.
«Dovevi essere lì con tua madre?», le chiesi.
«La mamma lavava i pavimenti del corridoio. Io cercavo il mio astuccio, quello con le stelle.»
«E cosa hai visto?»
«La signora ha aperto la porticina. Un uomo le ha passato una scatola dal furgone. C’erano tanti fogli dentro. Lei ha detto che andava svuotato tutto prima della visita.»
Non le chiesi chi fosse l’uomo.
Avevo imparato a scuola quanto facilmente gli adulti possono mettere nelle bocche dei bambini una risposta che desiderano sentire.
Le domandai soltanto se avesse scritto quella pagina la stessa sera.
«Sì. Perché pensavo fosse una cosa perduta.»
«Quale cosa?»
Lea toccò il disegno di un piccolo rettangolo.
«Il cartello con scritto Trasporti. Stava sulla scatola e poi non l’ho visto più.»
Il fondo da cui mancavano i soldi si chiamava proprio Fondo Trasporti e Pasti.
La coincidenza mi fece venire freddo, ma non trasformava un disegno in una prova.
Rosa ricordò qualcosa.
«Quel martedì il cancello di servizio era stato aperto perché un tecnico doveva controllare la caldaia. Ho firmato il foglio degli accessi. Forse l’ha conservato la portineria.»
Mi aggrappai a quell’informazione come a un corrimano.
La portineria registrava gli ingressi per motivi di sicurezza.
Un modulo firmato e un intervento tecnico sarebbero stati verificabili senza esporre Lea ad altre domande.
All’uscita ci aspettava Nadia.
Aveva recuperato la mia giacca dimenticata sulla sedia e la scatola con l’etichetta bianca.
Dentro c’erano la tazza scheggiata che usavo da anni, un calendario e l’orologio di mio padre.
Qualcuno l’aveva staccato dal muro senza nemmeno togliere la polvere dal retro.
«Enrico ti conosce da metà della vita», disse Nadia.
«Non capisco perché ti stia trattando così.»
Io ricordavo un’altra sera di pioggia, undici anni prima.
Enrico era arrivato al nostro primo laboratorio con due termos di tè e una cassetta degli attrezzi.
Avevamo avvitato insieme gli scaffali perché non avevamo denaro per un falegname.
«Forse si è convinto che io abbia rubato», risposi.
«O forse ha bisogno che lo credano gli altri.»
Quella frase mi accompagnò fino a casa.
Quando posai l’orologio sul tavolo, mi accorsi che segnava le sette e diciotto: le lancette si erano fermate durante il trasporto.
Non era un presagio.
Era soltanto una cosa rotta in una sera in cui tutto sembrava rompersi.
La mattina dopo aprii la mia posta elettronica personale e cercai la prima comunicazione sul fondo.
Trovai una lettera dell’ente finanziatore, inviata tre settimane prima, che chiedeva una relazione sui servizi effettivamente svolti.
Era stata indirizzata a me e a Enrico.
La rilessi due volte.
Non parlava di soldi rubati.
Chiedeva semplicemente perché, nei registri inviati dall’associazione, figurassero ventotto viaggi in pulmino in un periodo in cui avevamo organizzato tutte le uscite a piedi.
Io quella relazione non l’avevo mai vista.
E qualcuno, prima ancora della riunione, aveva preferito accusarmi anziché rispondere a una domanda molto più semplice.
Per capire chi avesse inventato quei viaggi, continua con la Parte 3.













