La riunione era stata organizzata in una sala di un albergo poco fuori Piacenza.
Fabbri aveva convinto gli altri partecipanti a riceverci con Alberto prima di prendere nuove decisioni sul finanziamento.
Non si trattava di un tribunale e non avevamo alcun diritto di imporre la nostra presenza, ma era un’occasione per correggere davanti agli interessati ciò che Riccardo aveva raccontato.
Mamma scelse un abito verde scuro e si mise gli stessi orecchini di perle che portava al matrimonio.
Mentre allacciava il cappotto, le chiesi se fosse sicura di voler entrare in quella stanza.
«La prima volta sono rimasta in silenzio perché pensavo di proteggere te», disse. «Adesso ci andrò per proteggere me stessa».
Emma ci raggiunse nel parcheggio.
Aveva appuntato in un quaderno tutte le date che ricordava e portava con sé soltanto le comunicazioni che aveva effettivamente ricevuto.
Alberto le aveva raccomandato di non esagerare nulla, neppure per aiutare mamma.
Nella sala trovammo Riccardo, Stefania, Fabbri e altri tre uomini che conoscevo soltanto di nome.
Riccardo si alzò appena ci vide.
«Questa è una faccenda commerciale», disse. «Non c’è ragione di coinvolgere mia figlia in una disputa familiare».
«Sua figlia era indicata come possibile amministratrice di sostegno di mia madre», risposi.
Alberto mi fece un cenno discreto.
Non dovevo trasformare quella stanza nel luogo di un processo che non era ancora cominciato.
Mamma si sedette senza aspettare che qualcuno le porgesse una sedia.
Posò davanti a sé la lettera con cui aveva già rifiutato ogni trattativa e guardò Riccardo.
«Mi chiamo Margherita Elena Bianchi. Saliceto è mio. Non sono qui per chiedere il permesso di parlare della mia terra».
Per qualche istante non si sentì neppure il rumore dei fogli.
Fabbri presentò la relazione che aveva ricevuto e chiese a Riccardo di spiegare su quale consenso del proprietario avesse fondato le previsioni economiche.
«Esisteva un’intesa con il futuro genero», rispose Riccardo.
«Non ho mai accettato di vendere», dissi.
«Carlo era al corrente dell’opportunità generale».
«Mi avevi chiamato il contadino con la laurea. Non mi avevi mostrato una sola pianta».
Riccardo strinse le labbra.
Stefania abbassò lo sguardo sulla cartella che teneva sulle ginocchia.
Alberto intervenne con fermezza.
Chiarì che una promessa attribuita a un familiare non sostituiva la volontà della proprietaria, che nessuna vendita poteva essere considerata perfezionata e che i documenti sospetti erano già stati segnalati per le verifiche del caso.
Fabbri rivolse allora una domanda precisa a Stefania.
«Lei sapeva che la signora Bianchi non era stata informata del progetto?»
Stefania guardò suo padre.
Lui non fece alcun gesto, ma la sua attesa era evidente.
«Sapevo che Carlo avrebbe avuto delle difficoltà ad accettare», disse infine.
«Non è quello che le ho chiesto», rispose Fabbri.
Stefania rimase in silenzio.
Poi parlò con una voce che non le avevo mai sentito usare.
«Sì. Sapevo che Margherita non voleva vendere. Papà diceva che avrebbe cambiato idea quando fossimo diventati una sola famiglia».
Una parte di me aspettava quelle parole da giorni.
Quando arrivarono, però, non provai soddisfazione: pensai a quante volte lei mi aveva abbracciato mentre conosceva il rifiuto di mamma.
Riccardo batté una mano sul tavolo.
«Non accetto che una discussione privata venga trasformata in un’accusa».
«Allora restiamo sui documenti», replicò Alberto.
Mostrò ai presenti la conferma ricevuta dal professionista il cui nome figurava sulla valutazione medica.
Non era un verdetto, ma bastava a rendere insostenibile l’idea di presentare quel fascicolo come una diagnosi incontestata.
«Io non ho mai autorizzato esami del genere», disse mamma. «Se volete parlare della mia salute, cominciate chiedendo a me».
Fabbri chiuse il proprio fascicolo.
Comunicò che avrebbe sospeso ogni ulteriore esborso per il progetto finché i titoli e le dichiarazioni non fossero stati chiariti.
Gli altri partecipanti annuirono, qualcuno a malincuore.
Fu la prima conseguenza concreta che vidi sul volto di Riccardo.
Non una sconfitta definitiva e neppure una punizione: soltanto persone che smettevano di trattare una promessa come una certezza.
Quando ci alzammo, Stefania mi raggiunse vicino alla porta.
«Non volevo che arrivasse fino a questo punto», disse.
«Fino a quale punto? Al momento in cui mamma si è difesa?»
«Non volevo perdere tutto. Mio padre diceva che, dopo il matrimonio, avremmo trovato il modo di convincervi».
«Mi hai mai immaginato accanto a te senza quello che avevamo da offrirti?»
Stefania non rispose subito.
«Ti volevo bene, Carlo».
«Forse. Ma hai scelto di non dirmi la verità».
Mi accorsi che non avevo bisogno di gridarle contro perché comprendesse la gravità di quello che aveva confessato.
Forse avrebbe trovato delle spiegazioni più tardi; forse avrebbe continuato a raccontarsi di essere stata trascinata dal padre.
Ma davanti a Fabbri era stata lei a riconoscere di sapere che mamma non voleva vendere.
Quel fatto non sarebbe cambiato qualunque fosse stata la sua versione successiva.
Non le chiesi di restituirmi i giorni trascorsi insieme.
Non esisteva una restituzione del genere; esisteva soltanto la decisione di non aggiungere altri giorni fondati sullo stesso inganno.
Fuori, Emma aspettava mia madre vicino all’auto.
Aveva il volto pallido, perché Riccardo le aveva appena detto che non avrebbe più fatto parte della famiglia se avesse continuato a collaborare alle verifiche.
«Non so che cosa farò quando tutto questo sarà finito», confessò.
«Comincerai dalle cose che sai fare», le disse mamma. «Una casa si trova. Un lavoro si cerca. Non sei costretta a restare dentro la menzogna di tuo padre».
Alberto ci raggiunse e ci ricordò che le verifiche ufficiali non si concludevano con una riunione.
C’erano da esaminare le firme, ricostruire la provenienza dei documenti e stabilire eventuali responsabilità individuali.
Mamma avrebbe potuto essere ascoltata ancora e non dovevamo prometterle una soluzione immediata.
Tornammo al podere verso sera.
Quando vidi l’acero oltre il cancello, provai un sollievo quasi doloroso: era ancora lì, ma capivo finalmente quanto poco sarebbe bastato perché altri scegliessero di non vederlo più.
Mamma mi chiamò prima che entrassi in casa.
«Carlo, domani verrà una ragazza del paese. Si chiama Giulia e vuole parlarmi dei campi».
«Per comprarli?»
«No», rispose. «Per lavorarli. E questa volta sarò io a decidere a quali condizioni».
Volevo sapere che cosa avesse in mente, ma per la prima volta non insistetti perché me lo spiegasse prima ancora di averci pensato.
Continua con la Parte 7 per conoscere la scelta di Margherita e ciò che rimase davvero del nostro futuro a Saliceto.













