Il nome dell’investitore era Pietro Fabbri.
Non lo conoscevo, ma Alberto aveva trovato nei documenti societari un collegamento con la piccola impresa che aveva commissionato il progetto preliminare delle ville.
Non decidemmo di cercarlo sotto casa.
L’avvocato gli inviò una comunicazione formale, chiedendo su quali atti si basasse la dichiarata disponibilità del terreno e precisando che mia madre non aveva autorizzato né un’opzione di vendita né una trattativa per il proprio podere.
La risposta arrivò due giorni dopo.
Fabbri chiese un incontro con i legali presenti e volle che il suo nome restasse fuori dalle conversazioni di paese.
Non era un alleato, ma un uomo preoccupato di aver investito in un’operazione costruita su promesse ancora da verificare.
Ci incontrammo nella sala riunioni di Alberto.
Fabbri aveva un viso stanco, una cartellina di conti e il modo di parlare di chi controlla ogni parola per paura di aggravare un errore.
«Mi è stato presentato un piano subordinato all’acquisizione dei terreni», spiegò. «Sapevo che le autorizzazioni urbanistiche erano tutte da ottenere. Mi avevano assicurato che la proprietà era favorevole».
«Da chi?» chiese mamma.
«Da Riccardo Valenti. Non ho mai incontrato lei».
Fabbri aprì una relazione accompagnata da una tabella di costi.
C’era il numero delle cinquantotto ville, la stima delle infrastrutture, una voce per la demolizione delle stalle e un’importante somma prevista per la futura acquisizione dei fondi.
Non era un piano approvato dal Comune e non rappresentava denaro che ci spettasse: era il prezzo che Riccardo sperava di ottenere trasformando il nostro terreno in una promessa per altri.
«E se la proprietaria avesse detto no?» chiese Alberto.
«Mi assicuravano che ci sarebbero state alternative», rispose Fabbri. «Solo che qui non vedo nessuna alternativa. Vedo una persona che non è mai stata consultata».
Per la prima volta il linguaggio delle tabelle lasciò posto a una constatazione semplice.
Non so se quell’uomo provasse vergogna o soltanto timore per il denaro investito; sapevo però che non stavamo discutendo un terreno senza padrone.
«Vede quella riga?» domandò mia madre, indicando la voce relativa all’acero.
Fabbri si piegò sul foglio.
«Abbattimento vegetazione esistente», lesse.
«Quell’albero è più vecchio di me».
Non sembrava un argomento economico, e proprio per questo nessuno al tavolo seppe rispondere subito.
Alberto tornò al tema delle carte, chiedendo se Fabbri avesse visto documenti firmati dalla proprietaria.
L’investitore esitò.
Disse che gli avevano mostrato soltanto una scansione di una dichiarazione di disponibilità, senza autentica, e una nota secondo cui i familiari avrebbero gestito la posizione di Margherita.
«Mi fu detto che il matrimonio avrebbe risolto gli ultimi problemi», ammise.
In quel momento tornai con la mente alla navata, alle braccia sospese di mamma e all’anello caduto nella mia mano.
Stefania aveva parlato di umiliazione; Riccardo parlava di opportunità, e tutti avevano evitato la sola persona che avrebbe dovuto essere ascoltata dall’inizio.
Alberto chiese a Fabbri di preservare i documenti e di confrontarsi con il proprio legale.
Non gli promise immunità, né gli chiese di schierarsi con noi.
La vicenda avrebbe dovuto seguire una strada verificabile, non trasformarsi in una vendetta privata.
Quando rimanemmo soli, mamma mi chiese di accompagnarla alle stalle.
C’era una giovenca che faticava a mangiare; con due gesti pazienti Margherita le sistemò il fieno e controllò che avesse acqua pulita.
«Capisci perché mi arrabbio?» mi chiese.
«Perché vogliono portarti via tutto».
«Anche. Ma soprattutto perché pensano che io non sappia che cosa perdo. Sono io che deciderò se smettere, quando non ce la farò più».
Le domandai se avesse mai pensato di ridurre il lavoro.
Annuì, sorprendendomi.
«Sì. Da un anno. Vorrei affidare una parte dei campi a qualcuno più giovane e tenere la casa e gli animali finché posso. Non te l’ho detto perché temevo che mi avresti chiesto di vendere, come loro».
Quelle parole mi ferirono per una ragione diversa.
Non ero Riccardo, ma avevo dato a mamma abbastanza motivi per credere che non l’avrei ascoltata.
«Se un giorno vorrai cambiare, sarà una tua scelta», dissi.
«Allora aiutami a trovare il modo giusto, senza fare di me un ricordo prima del tempo».
Passammo il pomeriggio a esaminare i conti del podere, le spese veterinarie, il costo delle riparazioni e le consegne.
Mamma mi mostrò una lettera che teneva accanto ai registri: una giovane agronoma del paese, Giulia, le aveva chiesto se un giorno avrebbe valutato la possibilità di affittare alcuni campi.
Non c’erano firme né impegni, soltanto la proposta di incontrarsi.
«Perché non me ne hai parlato?» domandai.
«Perché volevo capire prima se mi interessava. Non ho bisogno che qualcun altro risponda anche a una richiesta gentile».
Le domandai che cosa sapesse di Giulia.
Aveva lavorato per anni in un’azienda agricola della zona ed era tornata per avviare un’attività più piccola, senza grossi investitori alle spalle.
Mamma non la considerava una salvezza, e nemmeno una minaccia.
Voleva ascoltarla, valutare i rischi con calma e mantenere la libertà di dire di no.
«Questa è la differenza», disse, riponendo la lettera. «Prima mi fanno una domanda. Poi aspettano la risposta».
Sentii il peso di quelle parole, perché per molti mesi neppure io avevo aspettato davvero una risposta da lei.
Con la mia formazione avrei potuto studiare interventi utili, ma quella volta non imposi una soluzione: le chiesi quali lavori le pesassero davvero.
Intanto Emma cercava un appartamento in affitto e aveva iniziato a mettere per iscritto una cronologia dei propri compiti presso Riccardo.
Mi fece leggere solo il pezzo che riguardava le comunicazioni con il consulente incaricato delle valutazioni mediche.
«Mi chiesero di mandare un elenco dei comportamenti che dimostravano che Margherita era confusa», disse. «Io risposi che non la conoscevo abbastanza per farlo».
«E poi?»
«Due giorni dopo le valutazioni erano già nelle cartelle. Non so chi le abbia preparate».
Non aveva inventato una memoria che non possedeva, e proprio quella lacuna rendeva necessario indagare.
Un documento dall’aspetto ufficiale poteva nascondere una catena di responsabilità diverse.
Nel tardo pomeriggio Alberto ci avvisò di una novità.
Uno dei professionisti il cui nome compariva sulla valutazione medica aveva risposto alla richiesta di verifica: non riconosceva il documento che gli era stato attribuito e intendeva segnalarne l’uso alle autorità.
Pensai che finalmente saremmo arrivati al responsabile.
Ma Alberto aveva un’altra notizia: Fabbri gli aveva inoltrato l’avviso di una riunione convocata per il giorno seguente con i finanziatori del progetto.
L’ordine del giorno prometteva una dichiarazione definitiva della famiglia Bianchi.
«Non ci andremo a fare una scenata», disse mamma. «Ci andremo a dire che quella famiglia sono anch’io».
La sua scelta avrebbe messo Stefania e Riccardo davanti a ciò che avevano tentato di cancellare.
Scopri nella Parte 6 che cosa accadde quando Margherita entrò nella stanza dove il suo futuro era già stato discusso senza di lei.













