Il mattino seguente arrivarono tre telefonate prima delle otto.
Un vicino voleva sapere se mamma stesse davvero per lasciare il podere, il responsabile della cooperativa chiedeva chi avrebbe consegnato il latte nei mesi successivi e una conoscente mi domandò se Margherita avesse bisogno di un’assistente a tempo pieno.
«Chi ve l’ha detto?» chiesi.
La risposta cambiava ogni volta.
Qualcuno aveva ricevuto una telefonata da un collaboratore dei Valenti; qualcun altro aveva visto circolare un messaggio nel quale si parlava di «gravi difficoltà di memoria» e di un progetto di riqualificazione già concordato con la famiglia.
Mamma ascoltò dall’altra parte della cucina mentre prendevo appunti.
Non cercò di strapparmi il telefono e non alzò la voce.
«Sono quarant’anni che faccio le consegne», disse. «Se hanno dubbi, vengano a parlarne con me».
Fu lei a chiedere ad Alberto di aiutarla a inviare una comunicazione scritta alla cooperativa.
Non volle una lettera indignata; dettò poche righe precise, spiegando che gestiva ancora il podere, che non aveva concordato alcuna vendita e che nessuno era autorizzato a diffondere informazioni mediche sul suo conto.
Le chiesi se volesse che firmassi io al suo posto.
Mi guardò sopra gli occhiali.
«Il nome è il mio, Carlo».
La frase non era un rimprovero feroce.
Era una correzione necessaria, e la accettai.
Poco dopo arrivò Emma con una cartellina e una valigia piccola.
Riccardo le aveva bloccato l’accesso a una carta familiare e le aveva detto di non presentarsi più nel suo ufficio.
Aveva ventisei anni, un lavoro part-time come traduttrice e pochi risparmi: non era libera dalle conseguenze della scelta che aveva fatto.
«Puoi stare qui qualche giorno», le offrì mamma.
Emma fissò il pavimento.
«Non dopo quello che ho fatto».
«Non ti sto chiedendo di dimenticarlo», rispose Margherita. «Ti sto offrendo una stanza. Sono due cose diverse».
Emma accettò di fermarsi solo fino a quando avrebbe trovato un’altra sistemazione.
La vidi portare la valigia nella stanza degli ospiti, quella che Stefania aveva sempre chiamato «troppo rustica», e mi vergognai del fatto che fosse servito uno scandalo perché imparassi a guardare le persone senza la misura del loro cognome.
A mezzogiorno il furgone della cooperativa non arrivò.
Il responsabile mi spiegò che qualcuno aveva insinuato che la produzione di Saliceto non fosse più controllata adeguatamente.
Non era stata disposta alcuna sospensione ufficiale, ma l’incertezza aveva rallentato l’organizzazione delle consegne.
Mamma prese il registro delle analisi del latte, le schede veterinarie e le ricevute degli ultimi controlli.
Non mi ordinò di andare a litigare: mi accompagnò lei stessa alla cooperativa, dove consegnò i dati al responsabile e chiese che qualsiasi decisione fosse basata su verifiche reali.
«Non sono qui a chiedere un favore», disse. «Voglio che il mio lavoro venga valutato come quello di tutti gli altri».
L’uomo si scusò per aver dato peso alle voci e ci confermò per iscritto che non risultavano contestazioni sanitarie.
La consegna riprese nel pomeriggio.
Non tutti si scusarono.
Un uomo che conoscevo da quando ero bambino attraversò la piazza senza salutarci, e un’altra vicina chiese ancora se fosse sicuro che mamma non si confondesse con i conti.
Margherita non corse dietro a nessuno per convincerlo.
Disse soltanto che l’indomani avrebbe consegnato il latte alla solita ora e che il modo migliore per giudicare il suo lavoro era guardare come lo svolgeva.
Mi sembrò più difficile di una risposta rabbiosa, ma anche molto più saldo.
Non fu una vittoria spettacolare, ma impedì che una bugia diventasse un fatto soltanto perché abbastanza persone la ripetevano.
Al ritorno trovai Stefania vicino al cancello, accanto a un’auto che non conoscevo.
Indossava gli occhiali scuri e stringeva una cartella sottile.
«Voglio parlare con Carlo», disse a mamma.
«Questa è casa mia. Puoi parlare anche davanti a me».
Stefania si tolse gli occhiali.
Per una volta non sembrava preparata a sentirsi rispondere in quel modo.
«Margherita, non intendevo offenderla in chiesa. La situazione è sfuggita di mano».
Mamma rimase immobile.
«Hai detto che puzzavo di letame. Non è una parola scappata per caso».
Stefania guardò me, sperando forse che intervenissi come avevo sempre fatto.
Non lo feci.
«Papà è furioso», continuò. «Ha perso accordi importanti per quella scenata. Se gli permetteste almeno di fare le verifiche sui terreni, potrebbe trovare un compromesso».
«Quali verifiche?» chiesi.
«Un sopralluogo tecnico. Non una vendita. Nessuno vuole più parlare di vendere adesso».
Mi porse un modulo con l’intestazione di una società di consulenza.
«Posso farne una fotografia per mostrarlo al nostro avvocato?» chiesi.
Stefania esitò, poi annuì.
Fu il primo documento di quella vicenda che ebbi il permesso esplicito di conservare in copia; non mi sembrò un dettaglio da trascurare.
Autorizzava l’accesso a tutta la proprietà per rilievi, saggi sul terreno e valutazioni tecniche, con una formulazione ampia che Alberto avrebbe dovuto esaminare prima di qualsiasi eventuale assenso.
«Perché dovremmo accettare?» domandò mamma.
«Per chiudere questa storia civilmente».
Margherita restituì il modulo senza firmarlo.
«La storia si chiude quando smettete di parlare della mia vita come se fosse già vostra».
Stefania arrossì.
Prima di andare via si voltò verso di me.
«Non credere che Emma sia innocente. Ha lavorato con papà per mesi».
«Lo so», risposi. «Ed è pronta a raccontare ciò che ha fatto».
Quella sera Alberto esaminò la copia del modulo che avevo fotografato con il permesso di Stefania.
Mi spiegò che un accesso tecnico non significava automaticamente un trasferimento, ma che non avremmo dovuto concedere diritti o permessi ambigui mentre la vicenda era oggetto di verifiche.
Poi ci mostrò una comunicazione ricevuta in risposta a una sua richiesta di chiarimenti.
La società che progettava le cinquantotto ville aveva già presentato a un investitore privato un calendario di operazioni, e Saliceto figurava come «disponibilità da perfezionare».
«Non vuol dire che abbiano comprato il terreno», precisò Alberto. «Vuol dire che stanno raccogliendo denaro facendo affidamento su qualcosa che ancora non possiedono».
Mamma ascoltò fino alla fine, poi indicò una data nel calendario.
Era precedente di parecchie settimane al giorno in cui Stefania mi aveva chiesto di scegliere le fedi.
«Avevano cominciato prima che io venissi insultata», disse.
E capii che il matrimonio non era stato soltanto un’occasione sfruttata all’ultimo momento: qualcuno aveva legato le proprie promesse commerciali alla nostra famiglia molto tempo prima.
Per capire quanto denaro fosse stato promesso sulla casa di Margherita, leggi la Parte 5.













