La frase che Lilia aveva scritto sotto l’invito era quasi nascosta dal bordo del foglio.
Alessandro dovette avvicinarlo alla luce per leggerla.
POSSO DIRE CHE LA MAMMA È MORTA?
Non c’era un punto interrogativo perfetto.
La bambina aveva corretto la curva della lettera finale con tanta forza da bucare appena la carta.
Alessandro la raggiunse nello studio, dove stava riponendo i colori.
«Ho letto la tua domanda», le disse.
«Puoi parlare della mamma. Puoi dire che è morta, che ti manca, oppure che non vuoi parlarne. Non devi nasconderlo per proteggere me.»
«Se lo dico, tu piangi.»
«Forse sì. A volte piango perché mi manca. Ma posso essere triste e continuare a prendermi cura di te.»
Lilia lasciò il coperchio della scatola dei pennelli a metà.
«Non è colpa mia?»
«No, Lilia. Né la sua malattia, né il mio pianto sono colpa tua.»
La bambina gli si avvicinò abbastanza da appoggiare la fronte contro il suo braccio.
Rimasero così, senza cercare di riempire tutto il silenzio.
Quella sera Alessandro raccontò a Margherita la domanda scritta sull’invito.
La donna pianse e sorrise insieme, proprio come aveva fatto ascoltando la registrazione dell’orso.
«Abbiamo passato settimane a non dire il nome di Caterina», osservò.
«Credevamo di proteggerci.»
«Adesso Lilia deve poterlo dire senza guardare prima la nostra faccia», rispose Alessandro.
Alla vigilia dell’esposizione, Elena aiutò Lilia a sistemare la cornice di cartone attorno al disegno.
La bambina voleva che il maglione verde fosse rappresentato con una poltrona, non con una persona.
Spiegò che la mamma era nel disegno perché la ricordava, ma non sarebbe venuta a scuola.
Elena annuì senza aggiungere un significato che la bambina non aveva chiesto.
«Tu ci vieni?» domandò Lilia.
«Verrò a vedere il disegno, se ti fa piacere. Ma sarai tu a decidere chi ti starà vicino quando lo mostrerai.»
«Papà», rispose Lilia.
Poi ci pensò.
«E la nonna può venire dopo?»
«Certo. Potete organizzarvi insieme.»
La mattina seguente Alessandro lasciò la casa con anticipo.
Aveva scelto di non accettare altri impegni in quell’ora, ma non lo annunciò come un sacrificio.
Si presentò alla scuola quando le insegnanti stavano ancora sistemando gli ultimi fogli sui pannelli.
Vide il disegno di Lilia prima di vedere lei: la casa con molte finestre, l’orso marrone e una porta finalmente senza la croce nera.
Lilia entrò tenendo per mano Nora.
Portava un vestito azzurro che aveva scelto da sola e teneva l’orsacchiotto nell’altra mano.
Quando scorse il padre, non corse verso di lui.
Gli fece soltanto un piccolo cenno, poi continuò a camminare con l’amica.
Alessandro comprese che anche quello era un segno di fiducia: poteva restare nel mondo sapendo che lui era lì.
L’insegnante chiese ai bambini se desiderassero spiegare il proprio disegno.
Alcuni parlarono subito, altri preferirono indicare un colore o non dire nulla.
Lilia aspettò che toccasse a lei.
Quando il suo nome fu pronunciato, strinse l’orso e si fermò davanti alla casa dipinta.
«Questa è la nostra casa», disse.
«Il maglione verde è della mia mamma. Lei è morta e mi manca.»
Dall’ultima fila Alessandro sentì qualcuno spostare una sedia.
Il rumore gli sembrò fortissimo.
Lilia però non si interruppe.
«Qui c’è papà. Qui c’è la nonna. Elena mi ha aiutata con la cornice. E l’orso ha il miele finto, perché quello vero appiccica.»
Nora ridacchiò, ricordando il gioco che Lilia le aveva raccontato.
Un paio di bambini fecero domande semplici sul pupazzo e la maestra riportò con delicatezza l’attenzione ai colori.
Nessuno chiese a Lilia di essere coraggiosa.
Nessuno applaudì al suo dolore come se fosse una rappresentazione.
Il gruppo passò al disegno successivo, e fu giusto così.
Alessandro uscì in cortile con gli occhi bagnati.
Margherita lo raggiunse e gli rimase accanto in silenzio.
«Hai visto?» chiese lei.
«Sì.»
«Non devi nasconderti se piangi.»
Alessandro sorrise appena.
Era una frase che avrebbe voluto sentire molte settimane prima, ma forse non sarebbe stato capace di accoglierla.
Quando Lilia uscì, lui si asciugò gli occhi senza fingere che non fosse successo nulla.
«Hai pianto?» gli chiese la figlia.
«Un po’. Mi sono commosso. E sono anche felice di averti vista mostrare il tuo quadro.»
«Due cose insieme?»
«Anche più di due.»
Lilia ci pensò e gli mise in mano la zampa dell’orsacchiotto.
Non come un premio, ma perché lo tenesse mentre lei salutava Nora.
Nei mesi successivi non tutto divenne semplice.
Ci furono notti con brutti sogni e mattine in cui Lilia non voleva entrare a scuola.
Alessandro continuò ad accompagnarla agli incontri con la dottoressa Riva e a consultare il pediatra quando il sonno o l’appetito peggioravano.
Margherita imparò a parlare di Caterina senza interrompersi a metà frase.
Una sera, seduti tutti e tre al tavolo della cucina, si accorsero di ricordare in modi diversi la prima vacanza al lago.
Margherita sosteneva che Caterina avesse dimenticato a casa i costumi; Alessandro ricordava invece una valigia lasciata sul marciapiede.
Lilia, che allora era molto piccola, non poteva decidere chi avesse ragione e domandò se potevano essere vere entrambe le cose.
«Forse sì», rispose il padre.
«Oppure uno di noi ricorda male.»
La bambina rise, poi volle ascoltare ancora la storia della valigia.
Non sempre pronunciare il nome della mamma portava al pianto; talvolta riportava una giornata buffa e disordinata.
Alessandro smise di cercare un modo giusto di ricordarla.
Cominciò semplicemente a farle posto nei racconti che continuavano a nascere.
Elena continuò a lavorare nella villa, con i propri giorni liberi e la propria vita, senza sentirsi obbligata a sostituire qualcuno.
Una domenica di pioggia Alessandro trovò Lilia nello studio.
Aveva recuperato il pennello rotto e lo usava per tracciare segni larghi su un foglio, tenendolo dalla parte più corta.
Accanto a lei c’erano il cartoncino azzurro scritto da Caterina e la scatola gialla dei ricordi.
L’orso riposava sulla poltrona verde.
«Posso sedermi?» domandò.
Lilia gli porse un altro pennello.
«Sì. Però il cielo lo faccio io.»
Alessandro si sedette e aspettò che lei scegliesse il primo colore.
Non pensò al tempo perso, né cercò di indovinare quando il dolore sarebbe finito.
Sapeva soltanto che quel pomeriggio poteva esserci, senza chiedere alla bambina di guarire per rassicurarlo.
«Papà?»
«Dimmi.»
«Rimani qui?»
Lui posò il pennello sul tavolo e la guardò negli occhi.
«Sì, Lilia. Oggi rimango qui con te.»
Lei riprese a dipingere, e questa volta lasciò uno spazio sul foglio perché suo padre potesse aggiungere un colore accanto al suo.
[ FINE.]
Per sei giorni Alessandro aveva creduto che il silenzio di sua figlia fosse una porta chiusa e che bastasse trovare qualcuno capace di aprirla. Non aveva capito quanto facesse paura, a una bambina, vedere sparire il maglione verde della madre e poi gli adulti nascondere perfino le proprie lacrime. Ricordava ancora il cucchiaino immobile nelle mani di Elena e l’orso stretto contro un piccolo petto. Da allora aveva imparato a non chiedere a Lilia di stare bene per tranquillizzarlo. La domanda che lo aveva spaventato di più era rimasta la stessa, semplice e difficile: «Rimani qui?»













