Lilia posò la punta di un dito sul telefono spento.
Non tentò di prenderlo di nascosto.
Aspettò che Alessandro alzasse gli occhi verso di lei.
«È della mamma?» domandò con un filo di voce.
Alessandro annuì.
Sentirla parlare gli provocò lo stesso stupore del primo cucchiaino, ma questa volta non si voltò verso la porta per cercare un testimone.
«Sì. La nonna lo ha conservato. Ci sono delle registrazioni fatte quando giocavate.»
Lilia accarezzò l’orsacchiotto.
«La mamma è lì dentro?»
«No, amore. C’è la sua voce registrata. È un ricordo, come una fotografia che si può ascoltare.»
La bambina rimase in silenzio.
Alessandro le propose di lasciare il telefono sul tavolo fino a quando non avesse deciso se ascoltarlo.
Lei chiese di portarlo nello studio dei colori, ma non volle accenderlo subito.
Quella scelta fu rispettata.
Nel pomeriggio la dottoressa Riva aiutò Alessandro a preparare il momento, senza trasformarlo in una cerimonia.
Spiegò che il ricordo poteva essere piacevole e doloroso nello stesso istante e che Lilia avrebbe potuto fermarlo quando voleva.
Disse anche che una registrazione non doveva diventare un sostituto dei dialoghi con gli adulti vivi.
«Le domande che arriveranno dopo saranno più importanti dell’audio», osservò.
Alessandro era abituato a custodire i propri sentimenti dietro frasi brevi.
Questa volta capì di dover provare a rispondere senza nascondersi.
La sera si sedettero sul tappeto dello studio.
Margherita rimase vicino alla finestra e Elena sulla soglia, pronta a uscire se Lilia avesse preferito restare soltanto con suo padre.
Sul telefono c’erano pochi file, salvati con nomi ordinari: «Colori», «Pioggia», «Orso».
Lilia indicò l’ultimo.
Dal piccolo altoparlante uscì prima un rumore di stoffa, poi la risata di Caterina.
«Signor Orso, oggi vuole la marmellata oppure il miele?»
Si udì una vocina più alta, quella di Lilia di qualche mese prima.
«Il miele! Ma non quello vero, se no si appiccica!»
Caterina rise ancora.
La registrazione durava meno di un minuto.
Finiva con il fruscio del pupazzo contro il microfono, non con una frase solenne o un addio.
Lilia premette da sola il tasto per fermare l’audio.
Rimase immobile, poi scoppiò a piangere.
Alessandro si spostò vicino a lei, ma aspettò un cenno prima di abbracciarla.
Quando la bambina sollevò il braccio libero, lui la strinse con delicatezza.
«Voglio la mamma», disse Lilia.
«Lo so. Anch’io la vorrei qui.»
Fu la prima volta che Alessandro non tentò di aggiungere qualcosa di rassicurante.
Restarono seduti finché il pianto non si fece più quieto.
Nessuno riaccese il telefono per ottenere un sorriso.
Nei giorni seguenti il salone cambiò lentamente.
Non perché qualcuno comprò nuovi arredi, ma perché le scatole del corridoio furono aperte e spostate sul grande tavolo.
Alessandro chiese a Lilia se volesse scegliere alcuni oggetti da tenere nelle stanze.
Lei prese il maglione verde, un quaderno con macchie d’acquerello e una fotografia in cui Caterina aveva il naso sporco di farina.
Un servizio di piatti rimase nella scatola; non tutto doveva essere esposto per dimostrare che la mamma era amata.
Margherita guardò la fotografia a lungo.
«Mi dispiace non avervi dato prima quel telefono», disse a suo figlio.
«Anch’io ho nascosto cose», rispose Alessandro.
«Pensavo che, se non le vedevamo, avremmo sofferto meno.»
«Io temevo il contrario. Che sentire di nuovo Caterina vi facesse soffrire troppo.»
Per la prima volta non cercarono di stabilire chi avesse ragione.
Ciascuno aveva tentato di proteggere gli altri senza chiedere di che cosa avessero davvero bisogno.
Il risultato era stato una casa in cui tutti camminavano in punta di piedi.
Elena, intanto, proseguì il proprio lavoro senza diventare il centro di ogni momento familiare.
Quando Lilia la cercava, talvolta le suggeriva di mostrare un disegno al padre.
Alessandro imparò a non apparire soltanto quando c’era un problema da risolvere.
Cominciò a sedersi sul tappeto anche per guardare sua figlia mescolare due colori e decidere che il risultato era brutto.
Un giorno, mentre preparavano la merenda, Lilia chiese quale fosse il dolce preferito di Caterina.
Alessandro rispose che adorava le crostate con le albicocche, ma Margherita lo corresse sorridendo: Caterina le mangiava volentieri, però chiedeva sempre una fetta di torta di mele quando era stanca.
Per un momento tutti e tre risero di quel piccolo disaccordo.
Poi Lilia si fece seria e domandò se ridere della mamma fosse sbagliato.
Alessandro le spiegò che stavano ridendo di un ricordo affettuoso, non di lei.
La bambina non si unì subito alla risata, ma rimase seduta ad ascoltare altre storie.
Fu un pomeriggio senza grandi rivelazioni, e proprio per questo importante.
Un sabato pomeriggio Lilia ruppe per sbaglio il manico di un vecchio pennello.
Il rumore fu secco e inatteso.
La bambina diventò pallida, nascose le mani dietro la schiena e fissò il padre come se aspettasse una punizione.
«È stato un incidente», disse Alessandro.
«Era della mamma.»
«Sì. E possiamo conservarne i pezzi oppure buttarlo. Scegli tu.»
«Ti sei arrabbiato?»
«Mi è dispiaciuto vedere il pennello rotto. Non sono arrabbiato con te.»
Lilia strinse le labbra.
«La mamma si arrabbiava quando facevo i capricci.»
«A volte, sì. Anche io mi arrabbio a volte.»
«E poi?»
Alessandro non comprese subito la domanda.
«E poi ne parliamo. Si può essere arrabbiati e continuare a voler bene.»
Lilia prese l’orso, lo appoggiò sul tavolo e gli sistemò con precisione un orecchio piegato.
Fu allora che disse una frase che suo padre non avrebbe dimenticato.
«La mamma quel giorno era arrabbiata. Poi non è tornata.»
Alessandro sentì il bisogno di correggere immediatamente quella conclusione, ma ricordò il consiglio della psicologa: prima ascoltare ciò che la bambina credeva, poi aiutarla a distinguere i fatti dalla paura.
«Hai pensato che siano due cose collegate?» le chiese.
Lilia annuì.
«Io le ho detto di non tornare», sussurrò.
«E dopo è successo davvero.»
Alessandro riuscì a risponderle che la malattia non era stata causata dalle loro parole.
Ma Lilia non aveva ancora finito.
Gli si avvicinò con gli occhi lucidi, come se stesse per chiedergli un permesso impossibile.
«Se faccio arrabbiare anche te», domandò, «un giorno non torni più?»
Alessandro comprese che per sua figlia la paura non riguardava soltanto ciò che aveva perso, ma anche la possibilità di perdere lui.
Una risposta troppo facile avrebbe potuto diventare un’altra promessa impossibile da mantenere.
Per seguire la risposta che Alessandro avrebbe scelto di dare, leggi la Parte 5.













