Sul retro del disegno, le lettere erano grandi e irregolari.
Alessandro le lesse senza riuscire a muovere la mano che teneva il foglio.
HO DETTO ALLA MAMMA DI NON TORNARE.
Per qualche istante gli sembrò che la villa fosse diventata silenziosa un’altra volta.
Elena non guardò il foglio finché lui non glielo mostrò.
Lilia si era rannicchiata contro la poltrona, con il muso dell’orsacchiotto schiacciato sotto il mento.
«Non le chiediamo di spiegarlo adesso», sussurrò Elena.
Alessandro annuì, ma avrebbe voluto tornare indietro di cinque settimane e cambiare ogni dettaglio di quella mattina.
Caterina era morta per un’emorragia cerebrale improvvisa, arrivata senza un avvertimento che qualcuno in famiglia avesse saputo riconoscere.
Era successo dopo che aveva lasciato la villa per una commissione in centro.
I medici erano stati chiari: né una discussione né le parole di una bambina avevano provocato ciò che era accaduto.
Alessandro lo sapeva.
Non aveva mai immaginato che Lilia potesse pensare il contrario.
Quella mattina lui aveva ricevuto un messaggio dalla moglie poco prima di pranzo.
Caterina gli aveva scritto che Lilia era di cattivo umore e che probabilmente sarebbe tornata a casa con un piccolo dolce per farla sorridere.
Il messaggio era rimasto sul telefono di Alessandro come una porta aperta su una giornata mai finita.
«Cosa è successo tra loro?» chiese Elena quando la bambina si fu addormentata.
«Non lo so con precisione.»
Rispondere gli costò più di quanto si aspettasse.
Aveva lasciato la casa presto e, dopo la telefonata dall’ospedale, aveva chiesto mille volte che cosa fosse successo ai medici, ma quasi mai aveva parlato dell’ultimo mattino di Caterina con chi era rimasto in villa.
Margherita entrò nello studio, chiamata da Alessandro.
Ascoltò senza interrompere e chiuse gli occhi alla vista della frase.
«Le avevo sentite discutere», disse infine.
«Lilia non voleva che Caterina uscisse. Avevano promesso di dipingere insieme e tua moglie doveva prima andare in città.»
«E poi?»
«Lilia ha gridato che, se la mamma se ne andava, allora non doveva tornare più. Era arrabbiata. Caterina le ha risposto che sarebbe rientrata presto e che avrebbero dipinto dopo merenda.»
Alessandro abbassò la testa.
«E tu lo sapevi.»
«Sapevo della lite. Non sapevo che Lilia avesse legato quelle parole alla morte.»
Nessuno dei due aveva pensato di domandarglielo.
Margherita raccontò anche che Caterina era uscita con gli occhi lucidi, non per rabbia ma per il dispiacere di aver lasciato Lilia così turbata.
Aveva promesso alla suocera di rientrare e sedersi con lei sul tappeto dello studio.
Margherita si era offerta di accompagnarla in città, ma Caterina aveva risposto che preferiva fare presto da sola.
Alessandro ascoltò ogni dettaglio senza cercare in quelle piccole scelte una causa della tragedia.
Sapeva che il bisogno di trovare un errore da correggere apparteneva anche al suo dolore.
La verità era più difficile da accettare: nessuno di loro aveva potuto prevedere quel pomeriggio.
Nei giorni dopo il funerale le avevano spiegato che il corpo di Caterina aveva smesso di funzionare, che non sarebbe tornata e che era giusto piangere.
Ma avevano parlato soprattutto loro, tenendo Lilia tra le braccia come se il dolore potesse essere ridotto a forza di abbracci.
Il giorno successivo Alessandro accompagnò la figlia nello studio dove una volta dipingevano insieme.
Non volle costringerla a sedersi.
Aprì soltanto la porta e rimase sul pianerottolo.
Sul tavolo c’erano ancora due bicchieri pieni di pennelli secchi.
Uno aveva un nastrino rosso legato al manico, messo lì da Lilia per distinguere i propri colori da quelli della madre.
«Io non sapevo della vostra litigata», disse piano.
«La nonna me ne ha parlato ieri.»
Lilia teneva l’orso per una zampa.
«Vorrei che tu sapessi una cosa. La mamma è morta perché si è ammalata all’improvviso, non per qualcosa che hai detto o pensato.»
Lei si voltò verso la finestra.
Alessandro non aggiunse che doveva credergli subito.
«Anch’io, quando sono triste, penso alle frasi che vorrei cambiare», continuò.
«Ma una frase non può far succedere una malattia. Nessuna frase tua ha fatto morire la mamma.»
Dopo un lungo momento Lilia si avvicinò al tavolo.
Toccò il bicchiere con il nastrino e lasciò cadere l’orso sopra uno sgabello.
Non parlò, ma rimase nella stanza per alcuni minuti.
Era la prima volta che entrava lì dopo il funerale.
Quel pomeriggio Elena tornò sul tema delle promesse, senza fare riferimento alla parola pronunciata nel salone.
Prima di uscire per la spesa mostrò a Lilia un semplice orologio da cucina.
«Vado via per un’ora. Torno quando la lancetta arriverà qui. Intanto papà sarà con te.»
Lilia osservò l’orologio.
Quando Elena rientrò, la bambina non corse ad abbracciarla, ma andò a controllare dove fosse arrivata la lancetta.
Alessandro vide la stessa attenzione che aveva notato davanti alla ciotolina.
Non era obbedienza: era il tentativo di verificare se gli adulti dicessero la verità.
Prima di cena arrivò la psicologa, la dottoressa Giulia Riva, per un primo colloquio con i familiari.
Non cercò una diagnosi rapida da pronunciare davanti a Lilia.
Chiese notizie sul sonno, sui pasti, sulle abitudini precedenti e su ciò che la bambina aveva compreso della morte.
Suggerì incontri regolari, momenti di gioco non diretti e spiegazioni concrete, senza frasi come «la mamma dorme» o «è partita».
«Per un bambino», spiegò, «le parole degli adulti possono diventare regole molto più grandi di quanto immaginiamo.»
Alessandro ripensò al cartone nel corridoio e alla frase «mettere via».
Una parte di lui voleva riportare tutto esattamente com’era.
La dottoressa gli ricordò che non serviva fingere che nulla fosse cambiato: serviva rendere possibile ricordare Caterina senza temere di fare del male a qualcuno.
Quella notte Margherita bussò alla camera di suo figlio.
Teneva fra le mani il vecchio telefono di Caterina, spento da settimane e avvolto in un fazzoletto.
«L’ho conservato io», disse.
«Pensavo di proteggervi. Ci sono alcuni messaggi vocali per Lilia, registrati quando Caterina era ancora qui.»
Alessandro guardò il telefono come se pesasse più di tutta la casa.
Margherita non aveva ascoltato le registrazioni; sapeva soltanto che Caterina le aveva nominate qualche volta, raccontando di voler conservare la voce della figlia e la propria mentre facevano giochi inventati.
«Non so se sia il momento giusto», ammise la donna.
Alessandro pensò a quanto Lilia si fosse spaventata vedendo sparire un maglione.
Capì che la domanda non era soltanto se ascoltare quelle voci, ma chi avrebbe avuto il diritto di decidere quando.
E il mattino seguente, proprio mentre lui cercava una risposta, Lilia notò il telefono sul tavolo e tese la mano verso di esso.
Per scoprire quale ricordo Lilia avrebbe scelto di ascoltare, continua con la Parte 4.













