Alessandro rimase con la mano appoggiata alla busta.
Avrebbe voluto assicurare alla figlia che dentro c’erano soltanto parole felici, ma non conosceva ancora il contenuto.
«Non so che cosa ci sia scritto», rispose.
«So però che la mamma ti voleva bene anche quando litigavate. Me lo ha detto tante volte, e l’ho visto ogni giorno.»
«Però non le ho chiesto scusa.»
«È vero. Non ne hai avuto il tempo. Questo fa male, ma non significa che lei abbia smesso di amarti.»
Lilia guardò la busta, poi scosse la testa.
«Non adesso.»
Alessandro la ripose nel quaderno senza discutere.
Il lunedì mattina, quando Elena tornò da Parma come previsto, la bambina la osservò dalla finestra prima ancora che suonasse il campanello.
Non corse subito alla porta.
Andò prima in cucina, dove Alessandro stava tagliando il pane, e indicò il calendario.
«È lunedì», disse.
«Sì. Elena è tornata, proprio come ti aveva detto.»
Solo allora Lilia scese nell’ingresso.
Consegnò a Elena il foglio con i tre cerchi.
Sul terzo ne aveva disegnato uno più piccolo, tutto verde.
«Sei tornata», mormorò.
«Sono tornata. Vuoi raccontarmi come sono andati questi due giorni?»
Lilia parlò della torta preparata con la nonna, ma non raccontò della busta.
Elena non glielo chiese.
Quello che univa loro due non doveva includere ogni segreto della famiglia.
Nei giorni seguenti la dottoressa Riva aiutò Alessandro a costruire con Lilia una scatola dei ricordi.
Non era una prova da superare né un esercizio da completare a tutti i costi.
Potevano metterci una fotografia, un biglietto, un oggetto oppure lasciarla vuota.
La bambina scelse una scatola da scarpe con il coperchio giallo e vi sistemò il nastro rosso del bicchiere dei pennelli.
Il maglione verde rimase invece sulla poltrona: lo voleva vicino, non chiuso sotto un coperchio.
Un pomeriggio prese il quaderno di Caterina e chiese di vedere di nuovo la busta.
Alessandro si sedette accanto a lei.
Questa volta Lilia annuì quando le domandò se potesse aprirla.
Dentro c’era un piccolo cartoncino piegato, con una macchia azzurra sul bordo.
La data, scritta in alto, risaliva a due mesi prima della morte di Caterina.
Allora Lilia si era arrabbiata perché aveva rovinato un disegno e aveva dichiarato che non avrebbe più dipinto.
Caterina aveva preparato quel biglietto come invito a ricominciare insieme, poi l’aveva infilato nel quaderno e dimenticato.
Alessandro lesse a voce bassa.
«Lilia, il blu sul foglio non è un errore. Possiamo aggiungere un po’ di giallo e vedere che cosa diventa. Non devi fare tutto bene al primo tentativo. Io mi diverto a dipingere con te anche quando ci macchiamo le mani. Ti voglio bene. Mamma.»
Lilia prese il cartoncino e seguì con il dito la macchia azzurra.
«L’ha scritto prima della litigata», disse.
«Sì.»
«Allora non sapeva quello che avrei detto.»
Alessandro non tentò di trasformare il foglio in un messaggio misterioso arrivato dal passato.
«Non lo sapeva. Ma conosceva te, e il suo affetto non dipendeva da una giornata senza errori.»
La bambina rimase a lungo a guardare la frase finale.
Poi chiese due colori, uno blu e uno giallo.
Dipinse una linea storta e, sopra, un quadrato verde.
Quando finì, mostrò il foglio al padre senza domandargli se fosse bello.
Lui non lo corresse.
Intanto la famiglia preparava il ritorno graduale alla scuola dell’infanzia, che Lilia non frequentava dal funerale.
Alessandro parlò con le insegnanti e con la psicologa.
Concordarono una visita breve, con la possibilità per la bambina di tornare a casa se fosse stata sopraffatta, senza farle sentire quella scelta come una sconfitta.
Il primo giorno Lilia restò venti minuti.
Guardò gli altri bambini costruire una città con i cubi, poi chiese di andare via.
Il secondo restò abbastanza per sedersi accanto a una compagna, Nora, e scegliere un foglio colorato.
Nora le chiese perché portasse sempre l’orsacchiotto.
Lilia non rispose subito e l’insegnante non intervenne per spiegare al posto suo.
Dopo qualche minuto la bambina disse che era un regalo della mamma.
Nora mostrò allora il fermaglio giallo che portava tra i capelli e raccontò che glielo aveva dato sua zia.
Il loro dialogo finì lì, senza domande più grandi di quelle che entrambe potevano sostenere.
Alessandro seppe dell’episodio soltanto la sera, quando Lilia gli chiese di trovare un nastrino per il collo dell’orso.
Si rese conto che stava tornando a costruire ricordi anche lontano da casa.
Il terzo giorno scoppiò a piangere quando una canzone le ricordò la mamma.
L’insegnante non cercò di fermare subito le lacrime.
Le offrì un posto tranquillo e avvisò Alessandro, come avevano concordato.
Arrivato a scuola, lui trovò la figlia con l’orsacchiotto in grembo.
«Oggi è stato difficile», disse.
Lilia annuì.
«Domani posso tornare?»
La domanda lo sorprese.
Aveva temuto che quell’episodio annullasse tutti i progressi.
«Certo. Possiamo decidere insieme quanto restare.»
Fu Elena, quella sera, a fargli notare qualcosa.
«Quando la guardi piangere, sembri pensare che tutto quello che avete fatto sia sparito.»
Alessandro si sedette sul gradino della terrazza.
«Ho paura di farle rivivere quello che ha passato.»
«Il dolore non è sparito. Forse adesso riesce a mostrarvelo.»
Non era un consiglio professionale, e Elena lo disse apertamente.
Era ciò che aveva visto nella casa: una bambina che aveva smesso di nascondere ogni emozione per paura di creare un’altra perdita.
Alessandro capì che non doveva misurare la guarigione dal numero di giorni senza pianto.
La settimana successiva l’insegnante annunciò una piccola esposizione di disegni delle famiglie.
Non era una gara e non c’erano premi.
Ogni bambino poteva scegliere che cosa mostrare e chi invitare.
Lilia disegnò una casa con molte finestre, una poltrona verde e un orso marrone vicino alla porta.
Non cancellò la figura di sua madre: la disegnò con un vestito giallo, accanto a un grande foglio di carta.
La sera consegnò ad Alessandro l’invito.
Lui disse che sarebbe andato e segnò subito la data sul calendario.
Lilia rimase in piedi davanti a lui, come se ci fosse ancora qualcosa da chiedere.
«Non voglio che tu venga soltanto se piango», disse.
«Voglio che tu ci sia anche quando sono contenta.»
Alessandro ripensò a tutte le volte in cui aveva corso verso di lei soltanto perché c’era un’emergenza.
Le promise che sarebbe stato presente all’esposizione.
Ma mentre Lilia tornava ai suoi colori, guardò l’invito e notò una seconda riga scritta dalla figlia in basso, piccolissima.
Era una domanda su Caterina che nessun adulto aveva ancora avuto il coraggio di pronunciare davanti agli altri.
Per scoprire che cosa Lilia avrebbe chiesto al padre davanti al suo disegno, prosegui con la Parte 7.













