Alessandro si inginocchiò accanto alla figlia.
Per una volta non cercò la frase più rassicurante, ma quella che avrebbe potuto continuare a dire anche il giorno successivo.
«Quando mi arrabbio con te, Lilia, non smetto di essere il tuo papà. E non smetto di volerti bene.»
«Anche se sono cattiva?»
«Puoi fare qualcosa di sbagliato, oppure dire una cosa brutta. Questo non significa che tu sia cattiva.»
La bambina continuava a guardarlo con un’attenzione dolorosa.
«Io non posso prometterti che nella vita non succederà mai niente di triste», disse Alessandro.
«Posso prometterti che non sparirò per punirti. Quando esco, ti dirò dove vado e chi resterà con te. E se sono arrabbiato, ne parleremo.»
Lilia abbassò gli occhi sul pennello spezzato.
«E la mamma?»
Alessandro inspirò lentamente.
«La mamma non è morta perché si è arrabbiata con te. È morta per una malattia molto grave arrivata all’improvviso. Non dipendeva da te. Vorrei che fosse ancora qui, e so che lo vorresti anche tu.»
«Non le ho detto scusa.»
Lui sentì le lacrime salire, ma rimase vicino a lei.
«Possiamo essere dispiaciuti per le ultime parole che abbiamo detto. Non dobbiamo però prenderci la colpa di qualcosa che non abbiamo causato.»
Lilia non sembrò convincersi subito.
Chiese di portare in camera il pennello rotto e, quella sera, lo mise sulla mensola accanto al suo orso.
Il padre non lo tolse.
Non era un oggetto da riparare in fretta, ma il segno di una conversazione ancora aperta.
La settimana successiva la dottoressa Riva incontrò Lilia due volte, prima insieme ad Alessandro e poi lasciandole scegliere se restare anche da sola qualche minuto.
La bambina disegnò una figura piccola davanti a una porta grande.
Quando la psicologa le domandò chi fosse, Lilia rispose «io», senza aggiungere altro.
Non c’erano ricette immediate per il lutto, ma apparivano piccoli spazi in cui poteva portare la propria paura senza vergognarsene.
A casa Alessandro cominciò a usare un calendario appeso in cucina.
Segnava con una matita blu gli orari in cui sarebbe uscito e quelli in cui sarebbe tornato.
Se un impegno cambiava, telefonava prima a Margherita e chiedeva di spiegare a Lilia che cosa fosse successo.
Una volta rientrò in ritardo a causa del traffico.
Trovò sua figlia seduta sul terzo gradino della scala con l’orsacchiotto sulle ginocchia.
«Hai detto che arrivavi prima», gli fece notare.
«Hai ragione. Sono arrivato dopo e mi dispiace. Ti ho fatto avvisare, ma capisco che aspettare sia stato difficile.»
Lilia gli diede le spalle per qualche minuto.
Lui rimase lì, senza chiedere che lo perdonasse.
Quando lei scese, gli prese un dito e lo accompagnò in cucina.
Margherita era lì a preparare il tè e non fece domande sulla scala.
Lilia le chiese invece di raccontare come fosse Caterina da bambina.
La nonna ricordò di averla conosciuta molti anni dopo, ma parlò della prima volta in cui l’aveva vista arrivare a pranzo con un mazzo di fiori troppo grande per il vaso.
Lilia volle sapere se avesse rovesciato l’acqua.
«Un po’», ammise Margherita.
Per la prima volta Alessandro vide sua figlia ascoltare una storia sulla madre senza cercare di capire se gli adulti fossero sul punto di piangere.
Elena osservava quei cambiamenti con discrezione.
Non si attribuiva meriti che non le appartenevano.
In certi giorni Lilia mangiava quasi normalmente; in altri riusciva a mandare giù soltanto qualche boccone.
C’erano mattine in cui parlava molto e pomeriggi in cui sembrava non voler ascoltare nessuno.
Il dottor Serra continuava a seguire l’alimentazione e la stanchezza; la dottoressa Riva aiutava la famiglia a non trasformare ogni difficoltà in un fallimento.
Una sera Elena chiese di parlare ad Alessandro e Margherita.
Sua sorella si sarebbe sposata a Parma nel fine settimana, e aveva bisogno di assentarsi per due giorni.
Era un viaggio programmato prima ancora del suo arrivo alla villa.
«Naturalmente», disse Alessandro.
Poi si interruppe.
Aveva pronunciato quella parola senza pensare a ciò che avrebbe provato Lilia.
«Glielo dirò io», propose Elena.
«Non all’ultimo momento, però. Vorrei raccontarle che cosa farò e quando torno, senza chiederle di essere contenta.»
Il giorno dopo si sedette accanto alla bambina mentre questa disegnava sul tappeto.
«Sabato e domenica non sarò qui. Vado al matrimonio di mia sorella. Torno lunedì mattina.»
La matita di Lilia si fermò.
«Avevi detto che non andavi da nessuna parte.»
Elena avvertì la forza di quel ricordo.
«Quel giorno ti ho detto che sarei rimasta lì con te, ed era vero. Avrei dovuto spiegartelo meglio. Posso andarmene per due giorni e poi tornare, anche se non posso promettere di non uscire mai dalla villa.»
«La mamma aveva detto che tornava.»
«Lo so», rispose Elena.
«Quello che è accaduto alla mamma è terribile e non possiamo cambiarlo. Possiamo soltanto dirti la verità su ciò che sappiamo adesso.»
Lilia si alzò e corse da Alessandro.
Non piangeva; questo lo preoccupò più delle lacrime.
Gli chiese di chiudere la porta dello studio e rimase con lui sul divano.
«Se Elena non torna, sarai tu qui?»
«Sarò qui. E ci sarà la nonna. Non devi aspettare da sola.»
«Non voglio che parta.»
«Puoi dirglielo. Non devi fingere che ti piaccia.»
Il venerdì sera Lilia preparò un biglietto per Elena.
C’erano due cerchi, uno per sabato e uno per domenica, e un terzo cerchio verde con scritto LUNEDÌ.
Nell’angolo disegnò l’orsacchiotto con la zampa alzata.
Consegnò il biglietto senza parlare.
«Lo porto con me», disse Elena.
«E lunedì lo guardiamo insieme.»
Il sabato mattina la porta d’ingresso si richiuse dietro la giovane e Lilia sobbalzò.
Alessandro le prese la mano e la accompagnò al calendario, dove avevano segnato i tre giorni.
La bambina guardò il cerchio verde, poi chiese di chiamare la nonna per preparare una torta.
Non era una giornata facile, ma non era una giornata dominata soltanto dall’attesa.
Domenica pomeriggio, mentre riordinavano lo studio, Alessandro trovò dentro il quaderno di Caterina una busta piegata a metà.
Non era sigillata.
Sopra, con la calligrafia della moglie, c’erano poche parole: «Per Lilia, quando vorrà ricominciare a dipingere».
Lilia lo vide tenere la busta in mano.
«È una lettera della mamma?» domandò.
Alessandro la posò sul tavolo, senza aprirla.
«Sembra di sì. Possiamo decidere insieme che cosa fare.»
Lilia accarezzò il bordo della carta e fece una domanda inattesa.
«E se dentro c’è scritto che non mi perdona?»
Per scoprire che cosa custodiva la busta di Caterina, continua con la Parte 6.













