Rosanna avanzò lentamente fra le sedie. Non guardava Malfatti. Teneva in mano la scheda di ingresso che mi aveva mostrato al bar e un piccolo taccuino con la copertina verde. Disse di aver ritrovato l’appunto dopo aver parlato con Giulia, mentre riordinava i turni di lavoro.
«La mattina del controllo antincendio, il signor Malfatti mi telefonò due volte», cominciò. «La seconda mi chiese di lasciare passare anche un tecnico che non era della ditta dei rilevatori. Io risposi che Chiara aveva autorizzato soltanto il controllo annunciato. Lui disse che si assumeva la responsabilità.»
Malfatti si voltò verso di lei. «Rosanna, non faccia confusione fra le manutenzioni.»
«Non sto facendo confusione», rispose. «Ho segnato l’orario e il nome dell’impresa che mi disse di aspettare. Non ero sicura che servisse, allora. Adesso ho portato il quaderno.»
Non ci fu il silenzio teatrale che mi sarei aspettata. Qualcuno chiese di leggere il nome. Un altro protestò perché i lavori dell’ascensore si trascinavano da mesi. Giulia, presente con il consenso dell’assemblea, ricordò che l’appunto di Rosanna andava valutato insieme agli ordini di servizio e che non potevamo improvvisare un processo in sala comune.
Il nome scritto nel taccuino corrispondeva a quello dell’impresa indicata in una delle e-mail di coordinamento prodotte da Lorenzo. Rosanna non riconobbe con certezza l’uomo entrato in casa mia fra le fotografie delle persone autorizzate mostrate in seguito nelle sedi opportune. Fu importante anche questo: non avevamo bisogno che lei sapesse più di quanto ricordasse.
Malfatti sostenne che il secondo accesso fosse stato necessario per eliminare un’interferenza, e che gli interventi tecnici fossero stati affidati a ditte esterne in buona fede. Quando gli chiesero perché non fossi stata informata, rispose che la custode aveva le chiavi e che riteneva l’autorizzazione estesa ai controlli collegati.
«Non era estesa», dissi.
«Forse c’è stato un difetto di comunicazione.»
«Allora deve essere verificato anche quello.»
Non alzai la voce. Avrei voluto. Ma capivo che le parole più utili erano quelle che sarebbe stato possibile rileggere nel verbale, senza il rumore della mia rabbia.
L’assemblea deliberò di avviare un controllo indipendente della documentazione e degli impianti interessati e di valutare la posizione dell’amministratore attraverso le procedure previste. Non tutti votarono allo stesso modo. Alcuni temevano le spese, altri consideravano le prove ancora incomplete. Nessuno poté più sostenere, però, che si trattasse soltanto di un’impressione.
Sul verbale feci inserire anche la mia contestazione relativa all’accesso in casa senza il consenso che avevo effettivamente dato. Non sapevo se in futuro sarebbe stata decisiva, ma desideravo che restasse scritta esattamente. Per mesi avevo lasciato correre piccole imprecisioni nei resoconti delle assemblee, convinta che non valesse la pena discutere. Questa volta avevo capito quanto una frase sbagliata potesse diventare comoda per tutti, tranne per chi la subiva.
Dopo la riunione, Paola si offrì di raccogliere le richieste dei proprietari. Marta mi accompagnò fuori, dove l’aria aveva l’odore salmastro delle sere di vento. Rosanna rimase sulla soglia.
«Mi dispiace», disse. «Se avessi chiesto una telefonata scritta da parte tua…»
«Avresti potuto evitare qualcosa», risposi. «Ma oggi hai detto quello che sapevi. È da lì che possiamo cominciare.»
Non la abbracciai. Non ero pronta a cancellare con un gesto quello che era accaduto. Ci salutammo con una stretta di mano e mi sembrò già un passo sincero.
Nei giorni successivi, la verifica contabile mostrò che gli incarichi di manutenzione erano stati fatturati tramite una catena di fornitori, alcuni dei quali ricorrevano anche nei documenti di Grecale Abitare. Quella coincidenza non dimostrava, da sola, un accordo illecito. Giulia la trasmise agli investigatori con le altre carte perché potessero verificare i rapporti economici, gli accessi e la destinazione di eventuali registrazioni.
Fu allora che appresi un fatto nuovo, ma non da una telefonata anonima o da un documento apparso per caso. Durante l’accesso concordato alla documentazione amministrativa, emerse che Grecale aveva stipulato negli anni precedenti accordi preliminari per acquistare più appartamenti del palazzo. Alcuni erano già stati venduti; altri erano oggetto di trattative. Il mio era uno degli ultimi ancora fuori dall’elenco.
Mi ricordai di una frase detta da Malfatti in assemblea, mesi prima: «Un condominio con una proprietà più unitaria si gestisce meglio.» Allora l’avevo presa per un’opinione. Adesso aveva un peso diverso, anche se non bastava ancora a provare un piano di sorveglianza.
Quella settimana Grecale inviò una nuova lettera, questa volta con toni più cauti, per confermare che le sue attività commerciali erano regolari e che non intendeva commentare le indagini in corso. Giulia mi suggerì di conservare anche quella. Non tutte le lettere importanti contenevano una confessione o una minaccia. Alcune servivano soltanto a registrare una posizione, e un giorno sarebbe spettato a chi indagava confrontarla con i fatti. Era frustrante, ma stavo imparando a non pretendere da ogni foglio una risposta definitiva.
Silvia venne a trovarmi una domenica pomeriggio, accompagnata da Francesca. Non tornava nel palazzo da quando aveva consegnato le chiavi ai nuovi proprietari. Si fermò nell’androne, guardò la scala e sorrise appena.
«Avevo dimenticato quanto profumassero i tigli davanti all’ingresso», disse.
Salimmo a casa mia, dove le verifiche di sicurezza essenziali erano state completate e il sistema non autorizzato non risultava più attivo. Luna la accolse con un’annusata prudente e poi si sdraiò vicino al suo bastone. Silvia chiese di sedersi in cucina. Avevo temuto quella stanza per settimane; vederla occupata da una visita scelta da me mi fece bene.
«Non so se riavrò mai il coraggio di chiamare bugiardo chi mi ha detto che ero confusa», confessò Silvia. «Ma so che non mi ero inventata tutto.»
Le risposi che una verifica non poteva restituirle gli anni trascorsi a dubitare di sé. Lei fece un gesto con la mano.
«Non chiedo che me li restituisca. Mi basta poter dire a mia figlia che avevo un motivo per sentirmi a disagio.»
Francesca le prese la mano. Non disse che avrebbe dovuto crederle prima. Disse soltanto: «Mi dispiace di non averti fatto più domande.»
Quando se ne andarono, ricevetti una comunicazione dello studio di Giulia: era stata trovata una nuova data per una riunione condominiale, questa volta dedicata alle decisioni sulla gestione. Restava una cosa che nessun verbale poteva decidere al posto mio: se avrei continuato a vivere nell’appartamento che qualcuno aveva cercato di rendermi estraneo.













