Alle sette del mattino, Luna era già accanto alla porta di Marta con il guinzaglio in bocca. Non capiva perché avessimo dormito in una casa nuova. Per lei la notte era stata una serie di odori diversi; per me, un continuo tentativo di ricordare chi avesse avuto accesso al mio appartamento.
Marta mi preparò un caffè e posò sul tavolo un quaderno a quadretti.
«Mettiamo in ordine quello che sappiamo», disse. «Non quello che immaginiamo.»
Cominciammo dall’ascensore, dall’ora approssimativa in cui Lorenzo aveva parlato e dal foglio di incarico che mi aveva mostrato. Aggiungemmo la verifica antincendio, il mazzo di chiavi consegnato a Rosanna e i messaggi dell’amministratore. Sotto, Marta tracciò una riga e scrisse: «Da verificare.» Era un gesto semplice, ma quella riga mi impedì di trasformare ogni paura in un fatto.
La ditta richiamò poco dopo le nove. A parlare fu la titolare, Elena Parodi. Confermò che Lorenzo era stato incaricato di controllare un’anomalia del sistema di servizio fra il sesto e l’ottavo piano. L’ordine proveniva dallo studio di Malfatti. Non risultava alcuna richiesta firmata da me per intervenire all’interno di casa.
«E la registrazione?» chiesi.
Elena esitò. «Su questo dobbiamo verificare le segnalazioni del tecnico. Se ritiene che ci sia stata una violazione della sua riservatezza, faccia una denuncia. Noi conserveremo la documentazione dell’intervento.»
Non mi rassicurò, ma almeno aveva nominato una cosa concreta da proteggere: la documentazione.
Marta conosceva un’avvocata, Giulia Serra, che seguiva anche controversie condominiali. Le telefonò davanti a me. Giulia ci ricevette nel suo studio, vicino a piazza Corvetto, nella tarda mattinata. Lesse gli appunti senza interrompermi, poi ci spiegò che prima di accusare qualcuno era necessario mettere al sicuro le comunicazioni e chiedere formalmente che i dati tecnici fossero conservati.
«Non tentate di smontare niente», disse. «E non accettate un sopralluogo improvvisato dell’amministratore. Chiederemo accesso con un tecnico indipendente. Intanto potete esporre i fatti alle autorità.»
Mi chiese se fossi proprietaria. Risposi che l’appartamento era stato di mia zia Emilia, morta cinque anni prima. Ci vivevo da quattro. Emilia mi aveva insegnato a non confondere il silenzio con la pace: se una spesa non le tornava, conservava le ricevute in una cartellina blu e chiedeva spiegazioni finché non le otteneva. Io, al contrario, avevo sempre preferito pagare le quote e chiudere la porta.
«Ha mai ricevuto pressioni per vendere?» domandò Giulia.
Le mostrai l’offerta della società Grecale Abitare, recapitata sei mesi prima. Era inferiore alle valutazioni che avevo richiesto ad altre agenzie. Avevo ringraziato e rifiutato. Da allora Malfatti aveva riportato l’argomento in due telefonate e in una riunione sulle manutenzioni.
«La pressione commerciale non prova un ascolto illecito», precisò Giulia. «Però annotiamola. Le vicende potrebbero essere indipendenti oppure no.»
Giulia mi consigliò anche di non pubblicare subito la storia sui social. Mi conosceva appena, eppure aveva intuito la tentazione: se avessi raccontato a tutti del cane che obbediva a uno sconosciuto, forse qualcuno avrebbe riconosciuto il responsabile. Ma avrei esposto la mia vita privata ancora una volta, senza sapere quali dati fossero già circolati. Decisi che il mio racconto, almeno per il momento, sarebbe rimasto fra le persone in grado di aiutarmi davvero.
Uscendo dallo studio, ricevetti una chiamata di Rosanna. Aveva settant’anni e lavorava come custode da quando ero bambina. La sua voce di solito era secca, quasi allegra. Quel giorno era tesa.
«Chiara, ho sentito che ieri sera c’è stato un problema all’ascensore.»
«Da chi?»
«Dall’amministratore. Dice che un operaio ha creato confusione.»
Le domandai chi fosse entrato durante la verifica antincendio. Rosanna rispose che erano stati due uomini, uno per i rilevatori e uno per le comunicazioni di servizio. Poi aggiunse che il secondo aveva mostrato un ordine di lavoro di Malfatti.
«Non mi avevi detto del secondo.»
«Pensavo fosse tutto lo stesso intervento.»
«Avevo autorizzato soltanto i rilevatori, Rosanna.»
La sentii respirare dall’altra parte. Mi chiese se potevamo parlare di persona, lontano dall’androne. Non volle spiegare altro al telefono.
Ci incontrammo in un bar su corso Firenze. Non mi portò una confessione, né una soluzione. Mi consegnò una copia della scheda di ingresso che aveva firmato per i due addetti. Il nome della ditta antincendio era leggibile; quello dell’altro incaricato era stato scritto soltanto come «assistenza impianti», senza timbro.
«Perché me la dai adesso?»
«Perché ieri il signor Malfatti mi ha detto che se qualcuno chiedeva dove fossero state le chiavi, avrei dovuto rispondere che erano rimaste sempre in portineria. Ma io le ho date. Ho accompagnato quegli uomini sopra.»
Il caffè mi diventò amaro. Rosanna abbassò la testa, poi mi guardò dritto.
«Non ho capito che cosa stessero facendo. È diverso da dire che non c’ero.»
Non potevo sapere se mi stesse raccontando tutto. Però aveva conservato quel foglio quando avrebbe potuto strapparlo. Le chiesi di non consegnare più le mie chiavi a nessuno e di scrivere, con calma, ciò che ricordava. Accettò, ma prima di salutarci mi prese il polso.
«La signora Silvia, al terzo, aveva detto una cosa strana l’anno scorso. Che qualcuno conosceva le conversazioni fatte in cucina. Tutti abbiamo pensato che avesse capito male.»
Silvia Rinaldi aveva venduto il suo appartamento e si era trasferita dalla figlia. Ricordavo le scatole nell’androne e lo sguardo spento con cui aveva aspettato il furgone. Rosanna non conosceva il suo nuovo numero, ma ricordava il cognome della figlia e il quartiere.
Prima di andare via, Rosanna mi raccontò anche che, dopo alcuni interventi, aveva ricevuto istruzioni di conservare le chiavi degli appartamenti per più giorni del necessario. Non era successo con le mie: le avevo riprese la sera stessa. Ma quel ricordo le sembrava ormai diverso da una semplice comodità organizzativa. Lo annotammo senza collegarlo automaticamente alla vicenda. Volevo imparare a essere accurata anche quando una possibilità mi spaventava.
Quella sera presentai una denuncia in cui raccontai soltanto quello che avevo visto, sentito e documentato. Consegnai copie degli appunti e dei messaggi, conservando gli originali. Quando uscimmo, Marta mi domandò se fossi pronta a tornare all’ottavo piano.
Guardai Luna seduta ai miei piedi. Per quattro anni quella casa era stata il posto in cui nessuno doveva chiedermi il permesso di essere me stessa. Adesso non volevo rinunciarvi, ma nemmeno fingere che non fosse successo nulla.
«Ci tornerò», dissi. «Prima, però, voglio parlare con Silvia. Se qualcuno non l’ha ascoltata, io posso ancora farlo.»













