L’uomo guardò il soffitto della cabina, poi il piccolo altoparlante sopra i pulsanti. Aveva una piega profonda fra le sopracciglia. Non sembrava spaventato da Luna. Sembrava aver commesso un errore.
«Mi chiamo Lorenzo Valli», disse finalmente. «Lavoro sugli impianti del condominio. Può uscire un momento?»
«No. Prima risponde alla domanda.»
Lorenzo allungò una mano verso la scatola dell’interfono sul pianerottolo. Io arretrai d’istinto. Lui se ne accorse, si fermò e sollevò entrambe le mani.
«Non voglio avvicinarmi. Quello che ha sentito non avrei dovuto dirlo. Credevo che la cabina fosse vuota.»
«Perché avrebbe dovuto chiamare il mio cane se credeva che fosse vuota?»
Lui abbassò gli occhi. La risposta che arrivò mi fece stringere ancora di più il guinzaglio.
«Stavo verificando se un collegamento funzionava. Era una frase che avevo sentito dall’impianto. Non sapevo che fosse il suo cane.»
«Quale impianto?»
«Non qui, signora Ferri.»
Sapeva anche il mio cognome. Glielo feci notare. Tirò fuori dalla tasca un tesserino dell’impresa Elettroporto e un foglio piegato, senza fare un passo verso di me. Sul foglio c’era scritto: verifica linea audio, interno 8. La data era quella del lunedì precedente.
«Io non ho richiesto nessuna verifica.»
«Il lavoro è stato aperto dall’amministratore, il signor Malfatti. Ho trovato qualcosa che non mi torna.»
Il nome di Enrico Malfatti lo conoscevo bene. Era l’amministratore del palazzo da sei anni: impeccabile durante le assemblee, sbrigativo quando qualcuno faceva domande sulle spese. Due mesi prima mi aveva telefonato per chiedermi se avessi considerato l’offerta di una società immobiliare interessata al mio appartamento. Avevo risposto di no. Lui aveva detto soltanto che era un’occasione da non perdere.
«Che cosa ha trovato?»
Lorenzo guardò la scala antincendio in fondo al corridoio. La lampada sopra di lui ronzava.
«Un segnale che arriva dal suo interno anche quando nessuno preme il tasto di chiamata. Da fuori non si dovrebbe poter sentire niente.»
Cercai di capire se fosse un difetto dell’impianto o una minaccia mascherata. Il cane intanto non tirava verso di lui. Luna, che di solito annusava le scarpe di chiunque, rimaneva appoggiata alla mia gamba.
«Mi sta dicendo che qualcuno mi ascolta in casa?»
«Sto dicendo che ho sentito una registrazione. E poi, quando ho riaperto il collegamento per fare una prova, ho sentito altre cose. Non posso garantirle chi le abbia ascoltate prima di me.»
La parola registrazione mi diede la nausea. Pensai al tavolo di cucina, alle sere in cui parlavo con mia sorella al telefono, alle volte in cui chiamavo Luna mentre cercavo di raccogliere un bicchiere caduto. Non erano segreti straordinari. Era proprio questo a spaventarmi: erano la mia vita.
«Mi faccia vedere il lavoro completo.»
«Non ce l’ho qui. Le posso dare il numero della ditta. Verifichi con loro chi sono.»
Dettò un numero. Lo trascrissi nel telefono senza smettere di osservarlo. Poi chiamai mia sorella Marta, che abitava a Marassi. Le dissi dove mi trovavo e lasciai aperta la chiamata. Marta non mi domandò se stessi esagerando. Mi chiese semplicemente se fossi al sicuro e mi disse di non entrare in casa da sola.
Lorenzo ascoltò quella conversazione con il viso arrossato.
«Ha ragione sua sorella», disse. «Mi dispiace averla spaventata. Non dovevo usare quella frase.»
«Eppure l’ha usata due volte.»
«La seconda me l’ha chiesto lei.»
Era vero, e il fatto che lui lo dicesse senza cercare di vincere la discussione mi costrinse a rallentare. Non a fidarmi. Soltanto a distinguere una risposta da una scusa.
Gli chiesi di restare dov’era. Scesi al pianterreno con Luna e raggiunsi l’androne, dove prendeva il telefono. Chiamai il numero della ditta letto sul suo tesserino, cercandolo prima anche sul cartellone dei lavori affisso accanto alle cassette postali. La voce dall’altra parte confermò che Lorenzo lavorava per loro, ma non volle descrivere l’incarico senza parlare con il titolare. Promisero una richiamata la mattina seguente.
Nell’androne passò un vicino con un ombrello gocciolante. Ci salutò senza fermarsi. Mi domandai quante volte avessi scambiato con lui due parole del tempo o delle scale, convinta che il palazzo fosse una comunità abbastanza piccola da proteggere tutti. Poi mi ricordai che non sapevo neppure chi abitasse al sesto piano.
Sulla bacheca c’era ancora la comunicazione della verifica dei dispositivi antincendio effettuata tre settimane prima. Quel giorno avevo lavorato fino a tardi. Avevo lasciato un mazzo di chiavi alla custode, Rosanna, perché accompagnasse gli operai nel mio appartamento. Mi ricordai di averle chiesto se fosse andato tutto bene.
«Una cosa da niente», aveva risposto. «Cinque minuti.»
Il mio telefono vibrò. Era un messaggio di Malfatti, arrivato alle ventidue e diciassette: «Domani vorrei parlarle nuovamente della proposta per l’ottavo piano. È importante.»
Non avevo scritto all’amministratore quella sera. Nessuno, a parte Marta, sapeva ancora che ero stata fermata nell’ascensore. La coincidenza poteva essere innocente. Non avevo intenzione di deciderlo al posto delle prove.
Marta arrivò venti minuti dopo. Salimmo insieme, con Luna stretta fra noi. Davanti alla mia porta notai una piccola traccia chiara sulla vernice vicino alla serratura. Non sapevo da quanto fosse lì. Fotografai la porta senza toccarla. Marta insistette per chiamare il numero di emergenza se avessimo trovato altri segni o qualcuno dentro, ma la casa era vuota e non vedevamo danni evidenti.
Prendemmo soltanto le cose necessarie, rimanendo insieme e senza spostare nulla vicino all’interfono. Prima di uscire mi voltai verso la cucina. La ciotola dell’acqua era ancora sul tappetino. Sul tavolo avevo lasciato un libro aperto e un maglione. Quella normalità mi parve improvvisamente fragile.
Luna attraversò la soglia senza esitare. Io no. Chiusi la porta e feci una fotografia anche al foglio della verifica antincendio, che portavo con me dal pianterreno.
In macchina, Marta mi chiese che cosa avrei fatto il giorno dopo.
«Voglio sapere chi ha autorizzato un lavoro nel mio appartamento», risposi. «E perché nessuno mi ha detto che dalla mia cucina si può sentire una voce in ascensore.»
Mentre partivamo, arrivò un secondo messaggio di Malfatti. Questa volta conteneva soltanto una frase: «Non dia credito a persone che non conosce.»
Rimasi a fissarla finché lo schermo si spense. Non era una prova di niente. Ma ormai sapevo che, prima di tornare a dormire a casa mia, qualcuno avrebbe dovuto darmi delle spiegazioni verificabili.













