L’assemblea straordinaria non nacque da un gesto coraggioso, ma da una serie di conversazioni scomode. Bussai alla porta della signora Paola al quarto piano, poi telefonai a due proprietari che conoscevo appena. Chiesi a tutti la stessa cosa: non di schierarsi con me, ma di leggere i documenti che Giulia aveva raccolto e di valutare se fosse necessario un controllo indipendente sull’impianto e sulla gestione delle manutenzioni.
Alcuni si mostrarono solidali. Altri mi dissero che non volevano problemi con Malfatti, perché aveva risolto guasti e liti condominiali per anni. Un uomo del secondo piano mi chiese se non stessi confondendo il lavoro di un tecnico con una forma di spionaggio. Gli risposi che all’inizio me lo ero chiesta anch’io.
«Adesso c’è un collegamento non autorizzato documentato», dissi. «Non le chiedo di credere al resto. Le chiedo di sostenere una verifica.»
Fu Paola a convincere gli indecisi. Aveva riletto le e-mail inviate dall’ex inquilino due anni prima. In una descriveva un suono intermittente proveniente dal citofono e lamentava che, dopo l’intervento, qualcuno sembrasse conoscere dettagli di una discussione privata con la compagna. Paola non sapeva se quelle impressioni avessero la stessa causa della mia esperienza; però riconosceva di aver liquidato troppo in fretta il disagio di quell’uomo.
«È stato un mio inquilino», disse. «Avevo il dovere di prenderlo sul serio.»
Nel frattempo Silvia fece arrivare a Giulia la propria testimonianza scritta. Non attribuiva a nessuno fatti che non potesse dimostrare. Descriveva le telefonate di Grecale, il reclamo sui fruscii e la decisione di vendere. Francesca la aiutò a controllare le date, ma lasciò che le parole restassero di sua madre.
Giulia ci spiegò le procedure per chiedere la convocazione dell’assemblea e verificare i documenti amministrativi, senza improvvisare scorciatoie. Quando raggiungemmo le adesioni necessarie, la richiesta partì tramite i canali formali. Malfatti rispose con una circolare in cui definiva la vicenda «un equivoco tecnico amplificato da interpretazioni personali» e invitava tutti a non diffondere accuse infondate.
Lessi quella frase tre volte. Avrei voluto scrivergli subito. Marta mi tolse il telefono dalla mano e lo posò sul tavolo.
«Sei arrabbiata», disse. «Puoi esserlo senza regalargli una risposta che domani userà contro di te.»
Non sempre avevo voglia di essere prudente. Ero stanca di dover misurare ogni parola mentre altri avevano avuto la libertà di misurare i suoni della mia cucina. Ma Marta aveva ragione su una cosa: ora avevamo una strada più utile della discussione privata.
Una sera, tornando dalla spesa, incontrai il vicino del secondo piano che mi aveva contestata. Stava sistemando una busta rotta ai piedi delle scale. Lo aiutai a raccogliere delle arance, poi mi disse di aver chiesto alla propria figlia di controllare una vecchia fattura dell’impianto. Non aveva cambiato idea su tutto, precisò. Però ora gli sembrava giusto capire. Tornai su con quella piccola conversazione in mente: non avevamo bisogno di essere d’accordo prima di cominciare a fare domande.
Due giorni prima dell’incontro, Lorenzo chiese di vedermi. Accettai solo nello studio di Giulia. Portò nuovi documenti della ditta e sembrava più provato dell’ultima volta. Mi disse che il suo datore di lavoro aveva sospeso gli incarichi legati a Grecale finché la questione non fosse stata chiarita.
«Voglio correggere una cosa che le ho detto», esordì.
Mi irrigidii.
«Quando ho parlato della registrazione, ho lasciato intendere che fosse la prima volta che mi accorgevo di qualcosa di strano. Non è così. Avevo già visto una richiesta anomala su un altro appartamento alcuni mesi prima. Non l’avevo segnalata.»
«Perché?»
«Perché Corsi era un cliente importante. E perché se avessi fatto domande avrei perso ore di lavoro di cui avevo bisogno.»
Giulia gli chiese di precisare se avesse partecipato materialmente a un intervento nell’altro appartamento. Lorenzo rispose di aver eseguito un controllo dal locale tecnico, senza entrare in casa. Non sapeva quale uso fosse stato fatto dei dati raccolti. Aveva però capito che l’incarico non somigliava a una normale manutenzione.
Rimasi a guardarlo. Per giorni avevo cercato di capire se fosse l’uomo che mi aveva messa in pericolo o quello che mi aveva avvertita. Adesso capivo che poteva essere entrambe le cose, in momenti diversi.
«Lei poteva parlare prima», dissi.
«Sì.»
«E forse qualcuno avrebbe avuto meno paura.»
«Sì.»
Non chiese che lo perdonassi. Firmò una dichiarazione sulle circostanze di cui aveva conoscenza diretta e mise a disposizione i riferimenti dei suoi incarichi. Giulia lo invitò a riferire tutto anche agli investigatori. Quando uscì, provai una tristezza inattesa. Non perché mi facesse pena, ma perché aveva descritto un tipo di silenzio che conoscevo bene: quello in cui ci si convince che una cosa sbagliata non ci riguardi finché il prezzo di opporsi sembra troppo alto.
Prima della riunione Giulia mi aveva fatto rileggere il testo dell’intervento. Avevo cancellato tre aggettivi furiosi e aggiunto due date. Non voleva rendermi docile. Voleva che nessuno potesse trasformare l’indignazione in una scusa per ignorare i fatti. Portai un bicchiere d’acqua e un foglio stampato; mi tremavano le mani, ma almeno sapevo da dove cominciare.
L’assemblea si tenne nella sala comune al pianterreno. Rosanna sistemò le sedie e poi rimase in fondo, senza togliersi il cappotto. Malfatti arrivò con una cartella nera e salutò tutti con il suo abituale sorriso misurato.
«Prima di iniziare», disse, «ricordo che certe insinuazioni danneggiano il valore delle nostre proprietà.»
Sentii diverse persone muoversi sulle sedie. Il vecchio impulso di lasciare parlare gli altri mi salì in gola. Pensai a Silvia, che aveva portato una busta di carte fino a casa sua pur di non doverci tornare. Pensai a Luna seduta nell’ascensore, obbediente a una voce che non avrebbe mai dovuto raggiungerla.
Mi alzai. Non raccontai di aver avuto paura. Non ancora. Chiesi soltanto che fosse messo a verbale il risultato del sopralluogo, insieme alla richiesta di un controllo più ampio. Poi posai sul tavolo una copia della prima comunicazione di Grecale, quella che mi proponeva di vendere.
«Non so ancora chi abbia ascoltato», dissi. «Ma so che un dispositivo estraneo all’impianto ordinario era presente nel mio appartamento. Voglio sapere chi ha autorizzato l’intervento e perché.»
Malfatti aprì la bocca per rispondere. Fu Rosanna, dal fondo della sala, a interromperlo.
«Sul secondo uomo che è entrato all’ottavo piano», disse, «io posso aggiungere una cosa.»













