Il sopralluogo venne fissato tre giorni dopo, quando Giulia riuscì a concordare con gli investigatori come documentare ciò che sarebbe stato trovato senza compromettere eventuali accertamenti successivi. Non fu un’operazione spettacolare. Nessuno sfondò porte. Una tecnica indipendente, Lucia Moresco, entrò in casa con me, con Marta e con le persone autorizzate a compiere i rilievi. Luna aspettò da mia sorella.
La prima cosa che Lucia fece fu chiedermi di indicare dove usavo di solito il comando. Le mostrai l’angolo della cucina accanto al tavolo. «Qui. Quando qualcuno suona o quando devo aprire il balcone, Luna si mette vicino alla mia gamba e aspetta.»
Lucia osservò le pareti, il vecchio apparecchio del citofono e i documenti relativi agli interventi recenti. Non disse che avevo ragione. Disse che avrebbe descritto soltanto ciò che poteva verificare. In quel momento le fui riconoscente per quella precisione più di quanto avrei potuto esserlo per una frase rassicurante.
Dopo le verifiche, venne documentato un collegamento audio aggiuntivo, non previsto dall’impianto di servizio, che permetteva di captare suoni dell’appartamento senza che io attivassi una chiamata. Il collegamento raggiungeva una parte della rete condominiale gestita tramite il locale tecnico al sesto piano. Non mi spiegarono sul posto chi lo avesse predisposto né da quanto fosse attivo. Mi dissero che questi punti avrebbero richiesto riscontri documentali.
Mi appoggiai al bordo del tavolo. Era lì che telefonavo a Marta dopo i turni lunghi al lavoro. Lì avevo pianto, in silenzio, dopo aver ritrovato in un cassetto una fotografia di zia Emilia. Lì avevo insegnato a Luna ad aspettare senza inseguirmi per tutta la casa. Non sapevo quali di quelle cose fossero state ascoltate. Il fatto di non saperlo era già una perdita.
«Vuole uscire?» domandò Marta.
Scossi la testa. «Voglio rimanere fino alla fine.»
Quando il sopralluogo terminò, la parte dell’impianto interessata fu messa in sicurezza secondo le indicazioni ricevute. Giulia mi spiegò che avrei potuto tornare a vivere nell’appartamento, ma che un controllo ulteriore sulle apparecchiature di accesso e sulle chiavi sarebbe stato prudente. Non trasformò quella raccomandazione in una promessa di sicurezza assoluta.
La tecnica si fermò anche a spiegarmi una cosa che fino a quel giorno avevo ignorato: non era necessario che io sentissi un rumore perché un apparecchio funzionasse in modo anomalo. Non significava che ogni fruscio degli anni precedenti fosse la prova di un ascolto. Significava soltanto che un sistema installato per metterci in comunicazione poteva essere stato alterato senza il consenso di chi abitava quelle stanze. Pensai a quanta fiducia riponiamo, ogni giorno, in oggetti a cui non facciamo neppure caso.
Nello stesso pomeriggio ci incontrammo con Rosanna. Le raccontai che il collegamento esisteva davvero. La vidi chiudere gli occhi, stringendo la borsa sulle ginocchia.
«Avevo visto il secondo uomo fermarsi davanti al citofono», confessò. «Io ero in corridoio. Mi disse che doveva soltanto controllare un contatto. Ho pensato che fosse per via degli ascensori.»
«Lo riconosceresti?»
«Forse. Non voglio inventarmi una faccia soltanto perché adesso ho paura.»
Quella risposta mi fece capire perché fosse importante lasciarle tempo. Rosanna aveva sbagliato a non verificare l’autorizzazione; forse temeva di perdere il lavoro. Ma non le avrei chiesto di aggiungere particolari per rendere la mia versione più convincente.
La sera ricevetti una telefonata da un numero sconosciuto. Era una donna che si presentò come Paola, proprietaria di un appartamento al quarto piano, dato in affitto a un insegnante. Aveva saputo della vicenda da un altro condomino e voleva parlarmi di un fatto accaduto due anni prima.
«Un tecnico disse all’inquilino che il suo apparecchio era difettoso», raccontò. «Dopo il controllo, quell’uomo cominciò a lamentarsi di rumori e di un fruscio che si accendeva da solo. Pensavo esagerasse. Se n’è andato pochi mesi dopo.»
Le chiesi se avesse conservato qualcosa. Disse che aveva uno scambio di e-mail relativo alla riparazione. Le diedi il recapito dello studio di Giulia e la pregai di inoltrarlo a lei, non a un gruppo di messaggi condominiali dove sarebbero circolate accuse prima dei fatti.
Quella notte tornai da Marta. Sul divano c’era una coperta di Luna, ormai piena di peli. Mia sorella la spostò per farmi posto e rimase in silenzio mentre cercavo le parole.
«Mi fa arrabbiare pensare che forse hanno ascoltato anche quando parlavo di Emilia», dissi.
Marta annuì. Avevamo accompagnato nostra zia durante l’ultimo anno della malattia. Le telefonate dalla mia cucina non contenevano segreti vergognosi, solo stanchezza, nostalgia e le esitazioni che non volevo mostrare a tutti.
«Non hanno il diritto di decidere che una cosa conta poco solo perché non l’hai detta in pubblico», rispose.
Il mattino successivo Giulia mi chiamò per aggiornarmi. L’azienda di Lorenzo aveva confermato di aver conservato gli ordini di lavoro relativi al sesto piano e aveva indicato un incarico esterno firmato da Tommaso Corsi. Non sapevamo ancora se Corsi avesse predisposto il collegamento o se avesse soltanto coordinato persone diverse. Giulia stava preparando una richiesta per acquisire i documenti relativi agli altri appartamenti, con il consenso dei proprietari interessati.
«Dobbiamo guardare anche al denaro», aggiunse. «Non perché la società immobiliare sia automaticamente responsabile di tutto, ma perché gli stessi nomi compaiono negli incarichi e nelle offerte di acquisto.»
Aprii la mia casella di posta e cercai «Grecale Abitare». Ritrovai la prima offerta, le due successive e un messaggio che avevo dimenticato. L’agente mi aveva scritto: «Sappiamo che per lei questa casa è legata a ricordi difficili. Potremmo aiutarla a voltare pagina.»
Non ricordavo di aver parlato con lui di Emilia. Di certo non avevo mai autorizzato l’amministratore a discutere del mio lutto con una società. Quel messaggio non dimostrava che mi avessero ascoltata. Ma mostrava come qualcuno avesse cercato di usare una parte vulnerabile della mia vita per convincermi a vendere.
Lo inoltrai a Giulia, poi spensi il telefono. Luna venne a posare il muso sul mio ginocchio. Per la prima volta dalla sera dell’ascensore, non cercai di indovinare che cosa avrebbe fatto chi ci osservava. Pensai invece a ciò che avremmo potuto fare noi, insieme agli altri, una volta riuniti i documenti.













