Nei giorni seguenti Matteo tornò più volte da Elena, ma smise di presentarsi come chi doveva risolvere tutto.
Portava le buste all’avvocata, controllava gli orari degli appuntamenti e lasciava che sua nonna rispondesse alle domande.
Una mattina la trovò seduta sul balconcino, mentre cercava di rinvasare una rosa con un cucchiaio da cucina.
«Le serve una mano?» chiese.
«Mi serve qualcuno che tenga fermo il vaso.
Il resto posso farlo.»
Matteo lo tenne.
Elena lavorò con calma, premendo la terra ai lati del fusto.
Lui pensò che quella fosse una buona descrizione di ciò che stava imparando: esserci senza prendere il posto degli altri.
Lucia passava quando poteva.
All’inizio arrivava con una borsa di spesa e un’espressione tesa, come se fosse obbligata a dimostrare di essere una figlia migliore di quella che Silvio aveva descritto.
Elena le disse che in casa aveva ancora tutto il necessario e le chiese, invece, di fermarsi a bere un caffè.
Il primo caffè durò dieci minuti.
Il secondo quasi un’ora.
Parlarono delle case in cui avevano abitato, dei lavori fatti da Lucia per crescere Matteo e delle visite mediche di Elena.
Alcune domande rimasero sospese.
Non era codardia: entrambe avevano capito che chiedere tutto in una volta avrebbe significato ascoltare troppo poco.
Matteo, quando era presente, imparò a riconoscere quei silenzi senza riempirli.
Una volta uscì per comprare il pane e al ritorno trovò le due donne davanti a un album, ferme su una fotografia di Lucia adolescente.
Nessuna gli raccontò subito che cosa si fossero dette.
Per la prima volta non insistette: quel rapporto apparteneva anche a loro, e non ogni passo doveva passare attraverso il nipote ritrovato.
Una domenica Lucia ricordò il compleanno dei sette anni di Matteo.
«Dopo aver spedito quella raccomandata, controllavo la cassetta delle lettere ogni sera», raccontò. «Poi un giorno mi sono detta che non avrei più fatto aspettare mio figlio insieme a me.»
Elena posò la tazzina.
«Lui avrebbe avuto il diritto di conoscerci.»
«Sì.
Ma io avevo paura di vederlo rifiutato.»
Lucia non cercava di attribuire ogni responsabilità al padre.
Elena ne fu grata.
Avevano perduto molti anni anche perché ciascuna, dopo le prime ferite, aveva scelto il silenzio per non provarne altre.
La questione della casa, intanto, procedeva su un binario distinto.
Sara Neri fece recapitare a Bassi la richiesta di ritirare la proposta che attestava somme mai versate.
Chiese che gli eventuali lavori venissero descritti con una documentazione tecnica e che ogni discussione sul rilascio avvenisse in forma scritta.
Bassi accettò un incontro con l’avvocata e con Elena.
Matteo avrebbe voluto parlare per primo durante la riunione, ma Sara gli fece un cenno discreto.
Fu Elena a spiegare cosa significasse per lei quell’appartamento.
Ci viveva da trentasette anni, vi aveva assistito il marito durante la malattia e aveva coltivato le rose nel cortile finché le gambe glielo avevano permesso.
Non sosteneva di avere un diritto illimitato a restare.
Chiedeva soltanto di non essere costretta a firmare un accordo che non comprendeva, con un termine che le impediva di organizzarsi.
Bassi ascoltò con meno impazienza del primo giorno.
«Ho comprato una palazzina da ristrutturare», spiegò. «I lavori alle condutture sono necessari.
Ma riconosco che quel modulo non è stato presentato con sufficiente chiarezza.»
Sara indicò il punto sulle somme dichiarate ricevute.
«Non è una questione di chiarezza soltanto.
La signora Ferri non può attestare un pagamento inesistente.»
Bassi annuì e si impegnò a ritirare quel documento.
Disse che avrebbe consultato l’impresa per stabilire quali lavori potessero essere fatti senza svuotare immediatamente l’appartamento.
La conversazione non fu cordiale, ma per la prima volta Elena non uscì sentendosi invisibile.
Dopo una verifica tecnica, che chiarì quali lavori fossero urgenti e quali potessero attendere, e altri scambi fra i professionisti, arrivò una proposta scritta: una permanenza concordata di otto mesi, con il canone invariato per quel periodo, manutenzioni necessarie programmate e un contributo al trasloco se Elena avesse lasciato l’appartamento alla scadenza dell’accordo.
Sara esaminò tutte le condizioni prima che la signora decidesse se accettarle.
Matteo era sollevato, ma Elena non firmò subito.
«Voglio vedere se esiste un posto in cui posso vivere bene», disse. «Altrimenti otto mesi saranno soltanto un altro conto alla rovescia.»
Federica li aiutò a contattare un servizio di orientamento abitativo e alcune agenzie della zona.
Non c’era un alloggio pubblico pronto ad aspettarla e nessuno garantiva un aiuto economico automatico.
Cominciarono a visitare piccoli appartamenti accessibili, facendo i conti con la pensione, le spese condominiali e la distanza dalla farmacia.
In un paese a pochi chilometri trovarono un bilocale al piano terra.
La porta d’ingresso era larga abbastanza per il deambulatore; la doccia non aveva un bordo alto.
Il cortile era più piccolo di quello di Elena, ma riceveva sole al mattino.
Il canone restava impegnativo.
Lucia propose di contribuire a una parte delle spese, e Matteo disse che avrebbe potuto coprire il costo del trasloco se il contributo concordato non fosse bastato.
«Non voglio che rinunciate alla vostra vita per me», protestò Elena.
«Non si tratta di rinunciare», disse Matteo. «Si tratta di decidere insieme cosa possiamo permetterci.
Tu hai fatto i conti da sola abbastanza a lungo.»
Elena chiese di tornare a vedere il bilocale un’altra volta, senza di loro.
Lucia parve ferita, ma rispettò la richiesta.
Il giorno dopo Elena telefonò al proprietario del bilocale, fece le proprie domande e poi tornò con un elenco di cose da sistemare prima di trasferirsi.
Era un sì ragionato, non una resa.
Accettò allora, dopo il controllo dell’avvocata, l’accordo con Bassi.
I mesi successivi sarebbero serviti a organizzare il trasferimento, non a vivere con la paura che qualcuno arrivasse improvvisamente a cambiare la serratura.
Il termine era chiaro; lo erano anche gli impegni delle parti.
Quella sera Matteo la accompagnò a casa.
Prima di entrare, Elena si fermò accanto alle rose del cortile.
«Quando Lucia era piccola, insisteva per scegliere il colore delle tende della sua stanza», raccontò. «Io rispondevo sempre che decideva suo padre.
Mi sembrava una cosa da niente.»
«E adesso?» chiese Matteo.
«Adesso vorrei chiederle di scegliere con me qualcosa per la casa nuova.
Non per rimediare a tutti questi anni.
Solo perché questa volta posso ascoltarla.»
Elena fece una pausa, cercando il coraggio che aveva trovato davanti alla tavola calda.
«Pensi che verrà, se glielo chiedo io?»
Per scoprire come Lucia risponderà a quell’invito, segui la Parte 7.













