Matteo continuava a guardare la donna senza riuscire a darle un nome.
Per un istante gli venne da chiedere se fosse possibile che avesse sbagliato persona, che la rosa sul ciondolo fosse soltanto una coincidenza.
Ma la mano aggrappata al suo polso non aveva la forza di una persona che stava inventando una storia.
«Come si chiama?» domandò.
«Elena Ferri.
Prima del matrimonio ero già Elena Ferri, e non ho mai cambiato cognome.
Mio marito era Silvio Rinaldi.»
Matteo conosceva quel nome.
Lo aveva sentito una sola volta, quando aveva quattordici anni e aveva trovato una vecchia fotografia in fondo a un cassetto.
Sua madre gliel’aveva tolta dalle mani, dicendo soltanto che Silvio era stato suo padre e che non voleva parlare di lui.
«Silvio Rinaldi era mio nonno?»
Elena lasciò la presa e si sedette sulla sedia che Matteo le aveva avvicinato.
Dalla cucina arrivava il rumore dei piatti; qualcuno rideva davanti al bancone.
Per lei, invece, sembrava essersi fermato tutto.
«Non so chi sei», rispose piano. «E non voglio farti credere qualcosa soltanto perché lo desidero.
Mia figlia si chiamava Lucia Rinaldi.
Era andata via di casa molto giovane.
Aspettava un bambino.
Poi mi dissero che non ce l’aveva fatta.»
«Chi glielo disse?»
Elena passò il pollice sulla rosa d’argento.
«Mio marito.
Io ero in ospedale per un intervento, allora.
Non potevo muovermi, e lui sosteneva di occuparsi di tutto.
Quando tornai a casa, Lucia non c’era più.»
Matteo pensò a sua madre mentre preparava il caffè prima dell’alba, al modo in cui controllava due volte la porta prima di andare a dormire.
Non era mai stata una donna incline alle confidenze, ma non gli aveva nascosto di essere nato a Parma.
Gli aveva detto che erano rimasti soli fin dall’inizio.
Non gli aveva mai raccontato di una nonna ancora viva.
«Lei ha cercato Lucia?»
«Le scrissi.
Per anni ricevetti indietro le lettere, oppure non ricevetti niente.
Silvio diceva che non voleva essere trovata.
Quando lui morì, otto anni fa, provai a chiedere ancora, ma gli indirizzi che avevo erano vecchi.»
Elena abbassò la testa.
«A un certo punto ho smesso.
Non è una bella cosa da ammettere.»
Matteo non sapeva se compatirla o arrabbiarsi.
Un bambino era cresciuto senza conoscere quella donna, e una donna aveva invecchiato pensando di aver perduto un nipote.
Nessuna delle due cose si poteva riparare con un abbraccio improvvisato in una tavola calda.
«Devo parlare con mia madre», disse.
Elena annuì, ma sul suo volto comparve la paura.
«Prima, potresti accompagnarmi a casa?
Ho un appuntamento alle quattro.
Il nuovo proprietario vuole che firmi un foglio, e io non capisco bene cosa ci sia scritto.»
Matteo guardò l’orologio.
Mancavano meno di due ore.
Non avrebbe risolto il passato, ma poteva evitare che quel pomeriggio diventasse ancora peggiore.
Elena fece per prendere dalla borsetta alcune monete, ma Matteo la fermò con un gesto.
Lei non insistette; rimise il portamonete al suo posto e, quasi per scusarsi, gli spiegò che di solito non chiedeva niente a nessuno.
Usciva poco, perché le scale degli autobus la intimorivano e perché ogni piccolo spostamento richiedeva di controllare in anticipo se avrebbe trovato un gradino troppo alto.
Matteo cominciò a capire quanto le fosse costato raggiungere quel locale da sola.
Pagò il conto e chiese alla cameriera di chiamare un taxi.
Le domandò anche se conoscesse uno sportello di assistenza per gli inquilini; Giulia, così si chiamava, gli chiese un numero di telefono e promise di informarsi.
Non poteva portare Elena sulla moto, e non avrebbe finto che il deambulatore fosse un dettaglio insignificante.
Mentre aspettavano, si sedettero vicino alla finestra.
Matteo chiamò sua madre.
Lucia rispose al quarto squillo.
«Matteo?
Tutto bene?»
«Sì.
Sono dalle parti di Castelfranco Emilia.
Ho incontrato una signora.»
«Che signora?»
«Si chiama Elena Ferri.
Dice di aver avuto una figlia di nome Lucia, e un marito che si chiamava Silvio Rinaldi.»
Dall’altra parte non si sentì più niente.
Matteo allontanò il telefono dall’orecchio per controllare che la chiamata fosse ancora attiva.
«Mamma?»
«Dove sei, precisamente?» chiese infine Lucia.
Lui le diede il nome della tavola calda.
Lucia lo ripeté sottovoce, come se scriverlo nella memoria le costasse uno sforzo.
«Non dirle che vengo.
Ti prego.
Prima devo capire una cosa.»
«Tu la conosci?»
«È mia madre.»
Matteo chiuse gli occhi.
La conferma gli fece provare sollievo e insieme un peso nuovo, perché trasformava il racconto di Elena in una ferita reale.
«Allora perché non me ne hai mai parlato?»
«Perché credevo che avesse scelto di non conoscerti.»
Lucia stava respirando in fretta.
«Non so cosa ti abbia detto.
Ma non accusarla, Matteo.
Non ancora.
Arrivo appena posso.»
Il taxi si fermò davanti al locale.
Elena ripose con cura la collana nella borsetta, e Matteo l’aiutò a salire.
Durante il tragitto gli indicò i negozi chiusi e la farmacia dove ritirava le medicine.
Parlava di cose piccole, forse perché quelle grandi facevano ancora troppo male.
Abitava al piano rialzato di una casa color ocra, in una strada tranquilla.
Nel cortile crescevano due rose, una bianca e una rosa, accanto a una panchina di ferro.
Il portone aveva un gradino alto che Matteo notò subito: Elena doveva spingere il deambulatore in diagonale per superarlo.
Sul tavolo della cucina c’era una busta con l’intestazione di una società immobiliare.
Elena la indicò con riluttanza.
«Il signor Bassi ha comprato l’edificio.
Dice che dovrò uscire entro pochi giorni, altrimenti mi costerà tutto di più.»
Matteo lesse il foglio senza toccare la penna già preparata accanto.
Era una proposta di rilascio volontario dell’appartamento, non una decisione di un giudice.
Comprendeva una rinuncia a contestare la data indicata e una frase su somme che Elena avrebbe dichiarato di aver ricevuto.
Lei assicurò di non aver ricevuto un euro.
«Non firmi niente finché non abbiamo fatto controllare questi documenti», le disse.
«Ma lui arriva alle quattro.»
«E io sarò qui.
Non per fingere di essere suo nipote.
Per aiutarla a leggere.»
Elena lo fissò a lungo.
Poi aprì un cassetto e ne estrasse una fotografia consumata: una ragazza dai capelli scuri, in piedi accanto a un vaso di gerani, sorrideva all’obiettivo.
Portava al collo il ciondolo ovale.
Era Lucia, ventisette anni prima.
Sul retro, con una grafia che Matteo riconobbe immediatamente, c’era scritto: «Per la mamma, perché tu possa sempre trovarmi».
Matteo stava ancora leggendo quando qualcuno bussò alla porta.
Elena sobbalzò, ma non era il proprietario.
Dal corridoio arrivò una voce di donna che lui avrebbe riconosciuto fra mille.
«Matteo, apri.
Sono io.»
Matteo si voltò verso Elena.
Dopo ventisette anni di silenzi, sua madre era sulla soglia, e nessuno di loro sapeva quale sarebbe stata la prima parola.
Per scoprire cosa Lucia dirà alla madre ritrovata, continua con la Parte 3.













