«Faresti finta di essere mio nipote? Solo per un giorno.»
Matteo Rinaldi rimase con un boccone a metà. Appoggiò lentamente l’hamburger sul piatto e sollevò lo sguardo. Davanti al suo tavolo, in una tavola calda lungo la Via Emilia, c’era un’anziana signora che stringeva le impugnature del deambulatore. Aveva una borsetta marrone appesa al polso e l’espressione di chi aveva dovuto trovare molto coraggio per rivolgere quella domanda a uno sconosciuto.
«Mi scusi, signora. Ha detto proprio a me?»
Lei annuì, senza riuscire a sostenere il suo sguardo.
«Il proprietario di casa vuole mandarmi via. È convinto che io non abbia più nessuno. Se vedesse un familiare accanto a me, forse smetterebbe di trattarmi come se fossi invisibile.»
Matteo guardò il deambulatore, poi la mano sottile che tremava sulla borsetta. Non sapeva se fosse una situazione più complicata di quanto lei riuscisse a raccontare. Non sapeva nemmeno il suo nome. Ma capiva perfettamente cosa significasse chiedere aiuto aspettandosi un rifiuto.
Aveva ventisette anni, una giacca da motociclista consumata sui gomiti e il casco appoggiato sulla sedia accanto. Si era fermato a mangiare durante un giro in moto, senza alcuna intenzione di parlare con qualcuno. Lungo la strada gli era capitato di incontrare persone di ogni genere, ma nessuno gli aveva mai chiesto di prestargli una famiglia, neppure per poche ore.
«E perché proprio io?» domandò, con voce più gentile di quanto si aspettasse.
La donna abbassò gli occhi sulla sua giacca.
«Non lo so. Mi sembrava una persona che avrebbe ascoltato.»
Quelle parole lo disarmarono più della richiesta stessa. Matteo spinse il piatto da parte e si alzò. Cercò di non muoversi troppo in fretta, per non spaventarla. In piedi si accorse di quanto fosse minuta: sembrava quasi scomparire dietro il telaio metallico del deambulatore.
«Va bene. Per un giorno sarò suo nipote.»
La signora lo fissò, incredula.
«Davvero?»
«Davvero. Ma non mi deve niente.»
La donna portò una mano alla bocca. Le tremavano le labbra. Poi, come se non riuscisse ad accettare un favore senza restituire almeno qualcosa, aprì la piccola borsetta marrone. Frugò con attenzione e tirò fuori una catenina d’argento.
«Non ho soldi da darle», mormorò. «È una cosa semplice, ma per me vale molto. La prenda, la prego.»
Matteo scosse subito la testa.
«No, signora. Quella la tenga.»
Lei sollevò la collana tra due dita. Il ciondolo era piccolo, ovale, con i bordi consumati dal tempo. Non sembrava un gioiello costoso. Eppure Matteo lo fissò come se avesse appena visto qualcosa di impossibile.
La donna girò leggermente il polso. Sul retro del ciondolo apparve una minuscola rosa incisa nell’argento.
Matteo smise di respirare per un istante.
Quella rosa. Quella forma. Persino il modo in cui la luce si raccoglieva nelle incisioni più profonde.
Sua madre portava al collo un ciondolo identico.
Lo aveva visto innumerevoli volte, fin da quando era bambino. Ricordava la sagoma ovale contro la stoffa e la rosa che compariva quando la catenina si girava. Non ricordava di averla mai vista senza.
«Dove ha preso questa collana?» chiese.
Il tono era cambiato. La signora se ne accorse e serrò le dita intorno alla catenina.
«È un regalo di mia figlia.»
«Sua figlia?»
La donna annuì. Un sorriso triste le attraversò il volto.
«Lucia. Ci comprò due ciondoli uguali. Uno per me e uno per lei.»
Matteo sentì un brivido lungo le braccia. Per un momento i rumori della tavola calda sembrarono allontanarsi. Guardò di nuovo la rosa, poi il viso segnato dalle rughe della donna. Cercò un’altra spiegazione: forse non era un oggetto raro, forse tante persone avevano comprato lo stesso gioiello. Ma il nome aveva reso tutto infinitamente più difficile da ignorare.
«Ha detto Lucia?»
«Sì. Mia figlia si chiama Lucia.»
Matteo deglutì. Allungò una mano, non per prendere la collana, ma per richiudere con delicatezza le dita della signora intorno al ciondolo.
«Mia madre si chiama Lucia Rinaldi.»
La donna non rispose.
Il sorriso le scomparve dal viso. La sua mano libera cercò il polso di Matteo e vi si aggrappò con una forza sorprendente per qualcuno che sembrava tanto fragile. I suoi occhi si riempirono di lacrime.
«Che cosa hai detto?»
«Lucia Rinaldi. È mia madre.»
La signora abbassò la testa, come se quelle parole avessero aperto una porta rimasta chiusa per tutta una vita. Poi lo guardò di nuovo, studiandogli gli occhi, il mento, ogni tratto del volto.
«La mia Lucia ebbe un bambino», sussurrò.
Matteo non riuscì a muoversi.
Le dita della donna tremarono sul suo polso.
«Ma a me dissero che quel bambino era morto.»













