La busta gialla rimase sul tavolo per diversi minuti.
Elena la guardava come se bastasse toccarla per tornare al giorno in cui sua figlia aveva tentato ancora una volta di raggiungerla.
Alla fine chiese a Lucia di aprirla.
Non se la sentiva di rompere il bordo incollato con le proprie mani.
Lucia usò la punta di un coltello da cucina.
Tirò fuori due fogli e una fotografia.
Nella foto Matteo, a sette anni, teneva un pallone troppo grande sotto il braccio.
Sorrideva senza un incisivo davanti.
Alle sue spalle si vedeva il balcone dell’appartamento in cui lui e sua madre avevano vissuto a Parma.
«Aveva appena imparato ad andare in bicicletta», ricordò Lucia. «Voleva sapere perché gli altri bambini avessero dei nonni da andare a trovare e lui no.»
Matteo riconobbe la fotografia, ma non sapeva che ne fosse esistita una seconda copia.
Elena la avvicinò al viso senza pronunciare una parola.
Poi lesse la lettera ad alta voce, fermandosi più volte per riprendere fiato.
Lucia aveva scritto che non pretendeva di essere perdonata per aver lasciato casa.
Non chiedeva soldi, né voleva costringere sua madre ad accogliere il bambino.
Le chiedeva soltanto una risposta personale, anche negativa, perché fino a quel momento tutte le parole erano passate attraverso Silvio.
«Se non vuoi incontrarci, dimmelo con la tua voce», concluse Elena leggendo. «Ma non permettere che mio figlio cresca credendo che sia lui il motivo per cui non ci vuoi.»
Elena appoggiò la fotografia sul petto.
Matteo si accorse di non aver mai pensato a sé come a una domanda rimasta per anni senza risposta.
Aveva trascorso l’infanzia immaginando che sua madre fosse semplicemente una donna sola.
Adesso scopriva che aveva tentato di offrire a lui una famiglia, pur sapendo quanto poteva costarle un nuovo rifiuto.
«Non sapevo della raccomandata», ripeté Elena. «Non ho scelto di ignorarti.»
Lucia le sfiorò il polso.
«Ti credo su questo.
Ma non riesco ancora a dimenticare tutto il resto.»
«Non te lo chiedo.»
Per la prima volta Elena pronunciò senza esitazioni il nome di Silvio e disse che durante il matrimonio aveva spesso lasciato decidere a lui anche le cose che riguardavano sua figlia.
Quando Lucia era adolescente, lui apriva i messaggi destinati a casa, correggeva le telefonate e trasformava ogni dissenso in una prova di ingratitudine.
Elena aveva trovato conveniente chiamarla severità, finché quella severità non aveva coinvolto il bambino.
«Non era soltanto lui a parlare», ammise. «Anch’io ho taciuto quando avrei dovuto dirgli di fermarsi.»
Lucia non le offrì un perdono immediato.
Le chiese invece di raccontare, un giorno, come fosse stata la sua vita dopo la separazione.
Elena rispose che avrebbe provato a farlo, senza giustificarsi a ogni frase.
Quella sera Matteo ordinò delle pizze e rimase con loro.
Non organizzarono una festa di famiglia.
Mangiarono in tre, con le ricevute dell’affitto da una parte e la fotografia dall’altra.
Ogni tanto Lucia e Elena si ritrovavano a osservare la stessa cosa e distoglievano gli occhi quasi nello stesso momento.
Il venerdì andarono alla consulenza legale fissata da Federica.
L’avvocata, Sara Neri, esaminò le copie e chiese di vedere il contratto originale.
Matteo mostrò i documenti nell’ordine preparato.
Elena spiegò con parole proprie ciò che Bassi le aveva chiesto di firmare; Sara insistette perché fosse la diretta interessata, e non il nipote, a raccontare i fatti.
«Avete fatto bene a non firmare la rinuncia», disse dopo aver letto. «Bisogna verificare se e quando il rapporto locativo possa essere terminato.
Nel frattempo, nessuno può sostituire le procedure previste con pressioni personali o una serratura cambiata senza titolo.»
Lucia chiese se bastasse la presenza della famiglia a convincere Bassi a desistere.
«Può aiutarvi a gestire la situazione», rispose Sara. «Ma non modifica automaticamente il contratto.
Il nostro obiettivo è mettere per iscritto ciò che ciascuno ha diritto di chiedere e ottenere il tempo per trovare una soluzione concreta.»
La professionista notò anche una possibile infiltrazione segnalata nelle comunicazioni dell’edificio.
Bassi aveva parlato di lavori, ma non aveva ancora prodotto una relazione tecnica completa.
Chiese quindi una verifica dello stato dei locali, senza liquidare come inventate le esigenze di manutenzione.
Matteo apprezzò quel modo di ragionare.
Non trasformava Bassi in un mostro e non prometteva a Elena di restare in una casa per sempre.
Distingueva ciò che era stato fatto da ciò che era soltanto minacciato.
Sara chiese anche chi avesse accesso al conto dal quale veniva pagato il canone.
Elena rispose che lo gestiva da sola da tempo e che poteva mostrare gli addebiti, mese dopo mese.
Matteo le sorrise: da quando l’aveva incontrata, tutti avevano parlato delle sue difficoltà a camminare; quasi nessuno le aveva chiesto quante cose sapesse ancora fare benissimo.
Lei rispose al sorriso con un’occhiata severa, come a ricordargli che non c’era motivo di stupirsi.
Uscirono dallo studio con una lettera da inviare tramite l’avvocata e con una lista di documenti da recuperare.
Prima di salire in auto, Elena si fermò davanti a una vetrina.
Vi erano esposti annunci di appartamenti in affitto, quasi tutti al primo o al secondo piano, senza ascensore, e con canoni troppo alti per la sua pensione.
«Se dovrò andare via, non posso scegliere il primo posto che capita», disse.
«Potresti venire a Parma, da me», propose Lucia.
Elena le sorrise con gratitudine, ma senza rispondere.
Matteo comprese il motivo.
Dopo una vita trascorsa a dipendere dalle decisioni del marito, sua nonna non voleva essere trasferita da una casa all’altra come un pacco.
Aveva diritto a scegliere dove sarebbe vissuta e con quale aiuto.
La sera stessa Sara telefonò.
Dopo aver chiesto chiarimenti alla società di Bassi, aveva ottenuto una copia integrale delle comunicazioni sul contratto: alcune scadenze erano state rappresentate in modo troppo semplice nella proposta, ma non c’era nemmeno una garanzia che Elena potesse restare a tempo indefinito.
Sarebbe stato necessario negoziare o affrontare le vie formali.
Matteo mise il vivavoce perché Elena potesse ascoltare.
Quando la chiamata finì, lei guardò la propria cucina, la finestra sulle rose e il gradino che ogni giorno faticava a superare.
«Non voglio perdere questa casa», disse. «Ma non voglio neanche perdere di nuovo mia figlia per la paura di lasciarla.»
Per capire quale scelta Elena avrebbe chiesto alla sua famiglia di rispettare, continua con la Parte 6.













